jann wenner rolling stone

LA PIETRA NON ROTOLA PIÙ – L'EX DIRETTORE DI "ROLLING STONE ITALIA", CARLO ANTONELLI, FA A PEZZI LA VITA SPERICOLATA E PARACULA DI JANN WENNER, IL CREATORE DELLA CELEBRE RIVISTA ROCK – ''ALLA FINE DEGLI ANNI ’60, MENTRE SI SCOPAVA QUESTO MONDO E QUELL’ALTRO, FUMAVA, TIRAVA COCA E SOPRATTUTTO SI CALAVA DI LSD, HA DATO VITA A UNA RIVISTA UNDERGROUND, FIGHISSIMA, CAPACE DI RACCONTARE (E MONETIZZARE) IL MOVIMENTO HIPPIE – PECCATO CHE POI ABBIA PERSO IL CONTATTO CON LA REALTA', PERDENDO IL TOCCO E DISTRUGGENDO LA SUA CREATURA…''

carlo antonelli

Carlo Antonelli per “Vanity Fair”

 

Il mito di Jann Wenner è in parte giustificato e in parte proprio no. Wenner appartiene a quello che da molto tempo ho cercato di definire come “capitalismo hippie” nato alla fine degli anni Sessanta e che vede numerosi esempi: da “Body Shop” (ora in disgrazia, ma per molti decenni in gran forma) ai “Club Mediterranee” (quando erano fatti di capanne spartane e ci andavano i backpacker da tutta Europa in autostop, e solo dopo “animati” e maranza per due decenni, fino alla sparizione attuale) alla fantasmagoria anch’essa francese di “Barbapapà” (favolosa), alle più sofisticate agenzie di viaggi a piedi o in bici superchic come Butterfield&Robinson, fino al trionfo di Richard Branson con “Virgin”, che parte dai dischi per arrivare alle astronavi.

jann wenner like a rolling stone

 

Ah, non dimentichiamo nel novero anche gli astutissimi organizzatori di Woodstock, volponi di tre cotte. La maggior parte dei “reclamanti al diritto alla felicità personale totale, e forse collettiva” di quegli anni se ne stette lì bella spaparanzata a farsi i cannoni e i trip, tutti nudi, a rotolarsi in fanghi di ogni tipo e a pastrugnarsi.

 

Ma poi ce n’erano alcuni che immediatamente videro gli infangati e le infangate come dei polli da spennare, ma smerciando roba buona, sia ben chiaro. A questi appartiene Wenner. Ravana dalle parti di San Francisco, partecipa alla scena, sfiffa l’aria e non solo. E’ un giornalista sagace. Capisce in un lampo che tutta quella gente non ha un giornale da leggere. In quattro e quattr’otto lo inventa e lo stampa in tempi record.

 

jann wenner

Tempi in assoluto che rotolano velocissimi, con un’accelerazione che allora sembrava supersonica e che era invece acqua fresca rispetto a quella dei nostri ultimi vent’anni, solo che era molto più divertente. Velocità che impedisce alla pietra di coprirsi di muschio. “A rolling stone gathers no moss” è una cosa blues scritta da Muddy Waters, ma è anche una canzone del figherrimo Bob Dylan.

 

jann wenner con mick jagger e earl mcgrath

Ecco che la testata della rivista balza fuori: è appunto la “pietra rotolante”. Ah, c’è pure la guerra in Vietnam, idiota, sanguinaria, ma anche ottima iconografia per indignazioni facilmente solubili. E infatti è un’immagine di questo conflitto- quella di un ragazzo con l’elmetto in mezzo a quel troiaio- quella che “campeggia”- si diceva una volta- sulla prima copertina di quello che sembra un quotidiano o un magazine semi-underground della Bay Area.

 

Messo l’amo dentro lo stagno del mercato in un punto in cui pescano in pochi se non nessuno, il risultato è immediato. I pesci abboccano. Anche perché vengono nutriti come dei pascià, questo va detto: inchieste bellissime e coraggiose, una posizione politica a difesa dei diritti civili immacolata con una chiara propensione alla fattanza di vario genere, una relazione personale e reale con molti musicisti centrali della scena.

 

jann wenner con yoko ono a mustique nel 1990

In breve tempo l’underground diventa un ricordo e Wenner inizia a commissionare copertine, e sono copertine memorabili. Jann ha talento ed è un hippympreditore con i controcazzi. Scopre in un sottoscala maleodorante Annie Leibovitz e ne intuisce il talento facendola diventare LA fotografa della scena, un po’ come fece Franca Sozzani con Steven Meisel all’inizio della sua folgorante reggenza di “Vogue Italia” più di dieci anni dopo.

La redazione, una volta spremuta la scena californiana, passa a New York dove la coolness si fa bella pesante e il commercio della gioventù esplode e diventa futuro: da Max’s Kansas City, il locale, come centro di ogni relazione (ci stava sempre appoggiato al bancone anche Oliviero Toscani, che non a caso prende a lavorare anche per “Rolling Stone”, scatta Lou Reed per esempio) fino naturalmente alla Factory di Warhol e compagnia cantante e vellutata.

 

jann wenner john kennedy

Wenner si diverte come un pazzo, incontra chiunque, si fa amico di tutti, inizia a bazzicare il partito democratico e non più le frange esterne dei vari movimenti, si sposa con Jane, compra una bellissima casa di fianco del Dakota Building dove stanno John Lennon e Yoko Ono, nell’Upper West Side. Non si contano da quel momento in poi le copertine dedicate a John, soprattutto quella stracultona dei corpi nudi messi a conchiglia yin e yang di Lennon+Ono, naturalmente fotografati da Leibovitz. In realtà John – a seguito di uno scazzo tra il 1970 e il 1971- prese ad odiare Jann, tanto che quando lui venne al Dakota per fare le condoglianza a Yoko, lei terrea in volto gli mise gli occhiali ancora insaguinati di John in mano, dicono le cronache.

 

jann wenner con bono vox, mick jagger e bruce springsteen

Ah, cosa fondamentale per capire la comitiva di “Rolling Stone”: Leibovitz è dichiaratamente lesbica ed è stata storica compagna dell’immensa Susan Sontag, questo a significare che diversità e fluidità nella redazione di “Rolling Stone” erano già allora praticatissime e ben accolte. E così fa Wenner che si scopa in giro questo mondo e quell’altro, mentre fa tre figli. E questo, francamente gli fa onore.

 

jann wenner con barack obama nel 2016

Fuma canne e pacchetti sigarette a nastro, tira di coca ogni tanto ma soprattutto - dagli anni d’oro di San Francisco- si porta dietro un amore sconfinato per l’Lsd, mai dismesso. Seguono anni pazzeschi, con proventi a palate, quando andare sulla copertina di “Rolling Stone” significa avercela fatta.

 

Jann sta in ufficio, insulta i collaboratori, scopre talenti assoluti altrettanto amanti degli acidi. Tra questi, il re ovviamente è Hunter S.Thompson, meraviglioso, che eternamente strafatto va dietro alle campagne elettorali, su di lui viene tagliato su misura il genere del “gonzo journalism” (anche Hunter finirà per odiare Wenner, dopo che bastardamente cancellò su due piedi il reportage che gli aveva appena commissionato sulla guerra Vietnam; peccato che Thompson stava già a Saigon, in mezzo alla gente che scappava con gli elicotteri).

 

michael douglas jann wenner east hampton 1986

E c’è anche il salottiero Tom Wolfe, dai salotti -appunto- che Jann frequenta, da un certo punto in poi, certo più del CBGB, ovvero il tempio protopunk dove si stava forgiando la musica del presente esteso 1975-2022. Mette star puramente pop in copertina. Il suo occhio gay tranquillamente esibito cerca di ottenere torsi e muscoletti maschili più che può. Lo spirito rock’n’roll, o meglio la cultura rock’n’roll fatta di rottura dei codici, di coraggio, di forza erotica e di stile senza compromessi, fatta di straordinarietà profonda, è dimenticato.

 

paul maccartney jann wenner ringo starr

Si aprono edizioni internazionali, dando in licenza il brand a casaccio, e la qualità del magazine declina, si fa moscia. Jann sta sempre col sigaro coi piedi sulla scrivania in piena Manhattan a straparlare. Non si accorge di quello che sta succedendo intorno: Internet prima, i siti, i social dopo. Se ne fotte. Tenta il colpo mediatico mettendosi con Matt, un bonazzo più giovane che lavora da Calvin Klein (che Jann frequenta agli Hamptons e a Long Island insieme a tutti i fighetti della città) ma è il segreto di pulcinella. Finché arriviamo noi.

 

Quando l’improbabile editore Ixo acquisisce la licenza di “Rolling Stone” per l’Italia, nel 2003, il loro dirigente locale Andrea Cagno chiama prima di tutto David Moretti come direttore artistico dell’operazione (per intenderci, David anni dopo diventerà l’unico art director italiano assunto da Conde Nast USA per l’edizione-madre di “Wired”, giusto a San Francisco, e oggi è art director presso Apple, tanto per dire).

 

jann wenner nel suo ufficio fotografato da annie leibovitz

Moretti chiama me come direttore, anche se non avevo mai fatto giornali, mai. Io chiamo Michele Lupi come vicedirettore (lui stava a GQ come caposervizio). Il mondo italiano di RS inizia a frullarmi nella testa come una trottola, e senza Lsd. Si inizia a formare una galassia complessa fatta di quello che provo a marchiare come “rock’n’roll style magazine”, per evitare che si creasse l’erronea percezione del brand come rivista musicale, e invece no: musica, arte contemporanea, letteratura, cinema, molta moda, politica, amore per le droghe leggere, personalità potenti da ogni campo e molti altri ingredienti (magnificati da uno stile visivo incendiario, viscerale) iniziano a far bollire il pentolone fino a portare ad una pozione esplosiva, ad un nuovo tipo di rivista culturale, molto vicina allo spirito del primissimo “Rolling Stone”.

 

jann wenner nel suo ufficio 1960

Pozione alla quale Michele – che a quel punto mi affianca alla guida- aggiunge il mondo delle corse e degli sport di velocità in genere, il gusto per l’outdoor e il suo abbigliamento, una certa Britannia fine anni 70 (ereditata dal padre, credo, l’art director Italo Lupi).

 

Facciamo il primo numero in meno di due mesi, in un ufficio vuoto senza aria condizionata vicino alla Stazione Centrale di Milano e lo portiamo a fine agosto a Wenner. Ci riceve in ufficio con sufficienza. Si ricrede di fronte ad un’energia che è cinquanta volte più forte di quella del suo prodotto attuale, anche se noi non ne eravamo coscienti a pieno.

 

jackie onassis jann wenner oyster bar manhattan 1977

Si illumina. Ritrova i suoi 20 anni, e ce lo dice proprio che gli ricorda l’RS dei bei tempi. Ma anche i suoi 40 anni, quando sulla rivista c’erano le pubblicità dei grandi marchi di moda, che poi l’avevamo mollato, annoiati dal brodino che veniva propinato loro da questo impigrito mogul dei media (è suo anche il popolare gossipparo “Us”, col quale si divertiva di più, forse). Noi invece ce li abbiamo tutti, quelli della moda.

 

Ci porta a cena a casa sua, dove incontriamo Matt, il fidanzato, una specie di gatto di marmo. Non capiamo un cazzo, di colpo, dopo 10 minuti. Scusate i toni da grandeur sborona, ma è tutto vero. Nelle successive cene che negli anni Wenner darà per la truppa delle versioni internazionali del magazine- trattata con piglio coloniale come una banda di sfigati e nerd senza speranza- si ripeterà la stessa cosa: dopo due bicchieri di vino la testa partiva a razzo.

 

bill clinton jann wenner

Al terzo episodio identico abbiamo sospettato che Wenner mettesse delle cosine chimiche nel vino rosso in modo da rendere la serata meno noiosa per lui. C’era sempre anche il gatto di marmo, imbalsamato. Nel frattempo ad ogni richiesta che facevamo, i suoi sgherri non facevano che dire no, se non lo faceva direttamente lui stesso, con un imperativo chiaro: impedire con forza ogni minimo movimento in avanti.

 

copertina rolling stone 1994

E quindi: no al sito web del giornale in pieni anni Duemila, no a fare magliette (e ne avremmo venduto a paccate), no a dare il brand per una radio rock (per questo sotto al logo di Virgin Radio c’è scritto “Style Rock”, perché Alberto Hazan adorava RS Italia e ne parlammo a lungo), no a tutto ciò che usciva dalla pura rivista di carta. E così il rifiuto a venire a patti con il presente porta Wenner fuori dal tempo (anni dopo, uscirà col website di RS e tenterà approcci goffi al digitale fuori ogni tempo massimo, senza conoscerne i linguaggi), fino ad appesantirsi fisicamente e mentalmente -gli acidi non lo aiutano più da un pezzo- e fino a distruggere la sua creatura che non voleva cambiare di uno iota, trattata come un leggendario negozio di barbiere anni sessanta, mai ristrutturato, con una sua grande storia, ma dove nessuno mette più piede da anni. L’ozio e l’arroganza l’hanno alla fine costretto a vendere tutto, e ad prezzo stracciato.

 

john lennon yoko ono rolling stone

Ora scrive l’autobiografia di un uomo che ha avuto una vita piena, certo, ma con la spocchia di pensare che sia clamorosa. Ma le vite belle sono soprattutto belle dai cinquanta/sessantanni in poi, quando il gioco si fa serio, tosto, e è proprio questo che le rende seriamente interessanti. E questo gioco Wenner l’ha perso.

 

Mettere in copertina dell’autobiografia la propria faccia con un’improbabile espressione da “giovane deliquente” del Dopoguerra (fotografato naturalmente dalla povera Leibovitz) ne è la dimostrazione. Insomma, come un film dell’orrore tagliato su misura per il target “boomer” (e qui ci siamo in pieno, non è un espressione gergale), alla fine si è avverato il peggiore degli incubi: la pietra ha smesso di rotolare e si è coperta di muschio e di funghetti, non importa se allucinogeni.

bob dylan suona con il figlio di jann wenner, gus jann wenner copiajann wenner jann wenner 2jann wenner 3jann wenner con l'ex moglie e i figli jann wenner 4

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