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QUARANTA VOGLIA DI BLUES BROTHERS! – IL CAPOLAVORO DI JOHN LANDIS COMPIE QUARANT’ANNI (MA NON LI DIMOSTRA) – LA STORIA DELLA PELLICOLA: DELUDENTE IN PATRIA AL DEBUTTO, RECUPERATO DALLA CRITICA EUROPEA E DIVENTATO CULT ASSOLUTO NEL CORSO DEGLI ANNI GRAZIE A UNA MITRAGLIATA DI SCENE CULT, AL SIGNIFICATO POLITICO E SOPRATTUTTO ALL’INCREDIBILE COLONNA SONORA  - VIDEO

 

 

Filippo Mazzarella per www.corriere.it

 

Deludente in patria

the blues brothers

Nel 1978, l’anno di Animal House, John Belushi e Dan Aykroyd creano per la popolarissima trasmissione tv Saturday Night Live i personaggi di Jake “Joliet” ed Elwood Blues, ribattezzati dal compositore Howard Shore “The Blues Brothers”: due fratelli cresciuti in un orfanotrofio dell’Illinois e iniziati al blues nelle sue molteplici declinazioni grazie a un inserviente dell’istituto, caratterizzati dai loro abiti neri e dagli onnipresenti occhiali da sole Ray-Ban Wayfarer, anch’essi con montatura nera.

bluesmobile

 

Col primo in vetta anche alle classifiche degli incassi cinematografici, i due finiscono primi nella classifica di Billboard grazie all’abum di cover Briefcase Full of Blues; e subito iniziano a mettere sul piatto l’idea che i loro personaggi possano diventare protagonisti di un film.

 

Dopo una lotta acerrima di Paramount e Universal per aggiudicarsene produzione e distribuzione, a prevalere è quest’ultima, che ingaggia John Landis alla regia e lo incarica anche di trasformare in qualcosa di realmente filmabile il copione di 400 pagine che lo sceneggiatore esordiente Aykroyd aveva scritto di getto sull’onda dell’entusiasmo.

 

the blues brothers :6

Due anni dopo, il 20 giugno 1980, per la modica cifra di quasi trenta milioni di dollari di budget contro i dodici preventivati (nonché al prezzo di una lunga serie di traversie di lavorazione, inclusa la discesa sempre più verticale di Belushi nella dipendenza dalle droghe), il film (una commistione geniale, irripetibile e catastrofica di musical, commedia e satira) debutta nelle sale americane senza clamori e sbeffeggiato da gran parte della critica (il Los Angeles Times parlò senza mezzi termini di “disastro”, paragonandolo al flop di Spielberg 1941 – Allarme a Hollywood; la Bibbia dell’entertainment Variety lo associò per humour e forza espressiva ai film di Gianni e Pinotto) finendo a un onorevole ma deludente decimo posto negli incassi complessivi della stagione Usa.

aretha franklin the blues brothers

 

Assai meglio accolto dalla critica europea, che già vedeva in Landis l’alfiere di un cinema sì demenziale ma anche profondamente politico, diviene però a sorpresa il primo film americano a incassare più all’estero che in patria. E oggi, in occasione del suo quarantennale (ma la stessa cosa si sarebbe già potuta scrivere dieci, venti o perfino trenta anni fa...) è universalmente considerato un capolavoro.

 

La storia

A Chicago, a bordo della sua nuova “Bluesmobile”, Elwood Blues preleva il fratello Jake dalla prigione in cui ha trascorso tre anni per rapina e insieme a lui fa visita all’orfanotrofio cattolico dove hanno trascorso la loro infanzia solo per scoprire che l’istituto necessita di cinquemila dollari per pagare tasse arretrate che potrebbero portarlo alla chiusura.

RAY CHARLES E I BLUES BROTHERS

 

 I due si offrono di procacciare la somma in tempi brevi, ma vengono avvertiti che dovranno guadagnare quei soldi onestamente. Dopo aver assisitito alla travolgente esibizione del reverendo Cleophus James nella chiesa battista di Triple Rock, Jake viene folgorato da una rivelazione: l’unico modo per far fronte all’impegno preso con l’orfanotrofio è entrare “in missione per conto di Dio” e rimettere insieme la vecchia Blues Brothers Band.

 

Dapprima rintracciando e riunendo i vecchi compagni del gruppo (oggi tutti onesti e disillusi lavoratori, ben lontani dal sogno primigenio di sfondare con la musica) e poi organizzando concerti i cui incassi vengano devoluti alla bisogna.

the blues brothers

 

L’impresa non si rivelerà semplice: non tanto per la relativa difficoltà della reunion, quanto perché i due si cacceranno in una serie di catastrofici impicci a catena: tallonati da una donna misteriosa e vendicativa che li vuole morti (che si scoprirà essere la ex di Jake abbandonata sull’altare), dai membri di una band alla quale si sono sostituiti ingannando il proprietario di un club, dai “nazisti dell’Illinois” con cui hanno avuto uno spiacevole incontro e dalle forze dell’ordine congiunte dell’intero stato, riusciranno nel loro intento dopo una memorabile esibizione dal vivo ma anche dopo una fuga disperata e una lotta contro il tempo per raggiungere pagare il debito all’ufficio delle tasse di Chicago prima di finire definitivamente in prigione.

the blues brothers 3

 

Un film «politico»

Al suo quarto lungometraggio dopo Slok, Ridere per ridere e Animal House, Landis si mette al servizio del “progetto Blues Brothers” senza dimenticare la sua verve caustica e la sua capacità di restituire una lettura “politica” della società americana pur nascondendo il suo estremismo tra le pieghe di un cinema apparentemente innocuo e “demenziale”.

 

the blues brothers locandina

Non a caso, dei suoi tre film precedenti i primi due erano parodie di genere (il secondo addirittura scritto da quei portabandiera della comicità paradossale e dissacratoria che furono i fratelli Abrahams e David Zucker, poi autori di una lunga serie di “classici” a partire da L’aereo più pazzo del mondo) e il terzo una sporazione della rivista satirica National Lampoon, nata nel 1970 sulla falsariga della celeberrima Mad.

 

Da un regista che forse senza volerlo davvero ha impresso un cambiamento radicale non solo alla commedia ma anche al cinema di genere (la portata di innovazione interna di Un lupo mannaro americano a Londra attende ancora un quarto di giustizia), The Blues Brothers è un film “perfettamente in linea con lo spirito ribellistico e irriverente dei tempi” (P. Mereghetti), ma anche un attacco frontale e preveggente a un’America già sull’orlo del baratro della follia reazionaria degli anni Ottanta a venire: la descrizione sulfurea delle istituzioni tutte (e dei loro rappresentanti) fa il paio con quella di una società civile rappresentata come quintessenzialmente ignorante, razzista e alimentata dal pregiudizio.

John Belushi Blues Brothers scuse

 

Questa tensione è palpabile, e percorre a livello carsico tutto il film, costituendone una seconda spina dorsale laddove la prima, logicamente, è quella più scatenata e (solo in apparenza) superficiale di un divertissement in grado di rielaborare le istanze del musical (pensate a come partono e si integrano nella narrazione i segmenti cantati e coreografati, posizionati nella scansione narrativa all’altezza delle svolte più cruciali del racconto, inclusa l’apoteosi finale in carcere sulle note -ovviamente- di Jailhouse Rock) e di costruire per accumulo un meccanismo comico che tiene conto con leggerezza anche della lezione dei maestri del cinema muto (le gag migliori sono tutte non verbali: vedi la storica sequenza in cui Belushi/Jake si toglie per l’unica volta gli occhiali).

 

the blues brothers

Una progressione dinamica nello sconquasso e nel finimondo che certamente origina da quella messa in atto sessant’anni prima da Chaplin, Keaton e Stanlio e Ollio (di cui Belushi e Aykroyd sono una sorta di doppio aggiornato e figlio delle sotto/controculture della seconda metà del Novecento): perché l’unicità di The Blues Brothers sta anche nel suo essere stato un esempio rielaborato e “galleggiante” di un cinema che già all’epoca in cui uscì non esisteva più. E, oggi, di rappresentare un cinema che rimpiangiamo ma che forse non è davvero mai esistito.

 

Nonché, come ricorda la giornalista Sara Sagrati, di essere un film “su due bianchi che suonano musica nera, comandano dei musicisti neri, sfruttano il prossimo e tutto per aiutare delle suore bianche”. Che a voler contestualizzare come usa in questi giorni, magari i veri nazisti dell’Illinois potrebbero pure essere loro.

 

Una mitragliata di scene cult

dan akyroyd john belushi the blues brothers

Abbiamo sin qui accuratamente evitato di utilizzare il termine “cult”: ma ora non se ne può più fare a meno.

 

Non solo un’infinità di sequenze “narrative” del film ricadono infatti sotto la categoria (proviamo a elencarne quattro a caso: la riconsegna degli effetti personali di Jake da parte della guardia carceraria, la sequenza al ristorante, il monologo-confessione nel tunnel, l’arrivo della SWAT nel finale; se non sapete a cosa ci stiamo riferendo proviamo per i vostri occhi vergini un profondo sentimento di invidia), ma che dire della parte strettamente musicale e delle sue guest star?

 

the blues brothers

 In un film che brilla comunque per le sue scelte di casting “puro” (oltre a Belushi e Aykroyd fanno parte del gioco anche Carrie Fisher, nel ruolo della ex fidanzata -senza nome- di Jake; il veterano Charles Napier in quello dell’improbabile leader della band country Good Ole Boys; John Candy, Kathleen Freeman e tanti cameo tra i quali Frank Oz, Steven Spielberg, Paul Reubens aka Pee-Wee Herman e la modella Twiggy), il parco di glorie della musica, blues/soul/jazz/funk/r’n’b in campo fa tremare i polsi.

 

Già basterebbe la composizione della Blues Brothers Band, in cui figurano Donald Dunn e Steve Cropper (fondatori dei Booker T. & the M.G.’s), Alan Rubin, Lou Marini e Tom Malone (membri dei Blood Sweat & Tears), Willie Hall, batterista dei Bar-Kays e il chitarrista Matt Murphy che esordì con una leggenda come Howlin’ Wolf: ma quando mai si era vista una commedia in grado di riunire sullo schermo, facendoli anche esibire al meglio delle loro capacità, leggende come James Brown, John Lee Hooker, Aretha Franklin, Ray Charles e Cab Calloway (e, per i più “specialisti” Pinetop Perkins e Big Walter Horton)?

the blues brothers

 

Le sequenze monstre non si contano: dal gospel scatenato di James Brown (con Chaka Khan mescolata tra le coriste) di The Old Landmark, che risveglia la necessità di ricreare “la banda”, alla scatenata Think con cui Aretha cerca (invano) di convincere il marito a non tornare coi vecchi compari; dalla Shake a Tail Feather nel negozio di strumenti di Ray Charles al rovinoso tema di Rawhide intonato nel localaccio fino all’apoteosi di Minnie the Moocher di Cab Calloway durante lo show finale.

matt murphy blues brothers

 

Ma tutto, compresi i piccoli transiti tra una sequenza e l’altra, abitati da una miriade di altri commenti musicali, dice di una passione per il genere (principalmente di Belushi e Aykroyd) sconfinata: sono quasi trenta i pezzi classici originali o coverizzati udibili in colonna sonora, tra i quali la celeberrima She Caught the Katy and Left Me a Mule to Ride di Taj Mahal (di fatto la “sigla” del film), Shake Your Moneymaker di Elmore James, Hold On I’m Comin’ di Sam & Dave, il Peter Gunn’s Theme di Henry Mancini, I’m Walkin’ di Fats Domino e le trascinanti Gimme Some Lovin’ (originariamente dello Spencer Davis Group e usata da Jake e Elwood come “opener” del loro cruciale concerto) e Stand By Your Man (lo standard di Tammy Wynette con cui il duo riesce a commuovere il pubblico inizialmente ostile).

 

Non a caso, in un poll indetto nel 2004 dalla BBC per decretare la miglior colonna sonora di sempre, quella di The Blues Brothers stracciò la concorrenza con un plebiscito.

 

matt murphy blues brothers 2

La velocissima dinamica con cui The Blues Brothers passò da opera sottostimata a capolavoro di culto indusse la produzione a considerare l’idea di un sequel: poi successe quel che successe e che tutti sappiamo e fu solo nel 1998 che vide la luce lo struggente e incompreso Blues Brothers – Il mito continua, sempre diretto da Landis (in cui Aykroyd riprendeva il suo ruolo) e realizzato con l’intenzione nascosta proprio di riflettere sull’impossibilità di dare un seguito a qualcosa di così irripetibile.

 

 Il film fu la pietra tombale sia sul fenomeno sia sulla carriera di Landis, già vacillante. Ma nello stesso anno, per fortuna, uscì anche la versione extended dell’originale (con circa un quarto d’ora di scene in più) che fece dinenticare in parte questa débacle.

matt murphy aretha franklin blues brothers

 

La leggendaria Bluesmobile

Malgrado i loro emuli all’epoca non si contassero, il look semplicissimo ma impattante di Belushi e Aykroyd non è riuscito davvero a stabilire un canone estetico di eleganza (come successe pochi anni prima a livello planetario con il punk, per intenderci); ma The Blues Brothers (col precedente del Saturday Night Live) ha scolpito comunque nell’immaginario la raffigurazione dei suoi protagonisti; e consegnato alla storia del cinema un ennesimo e leggendario mezzo di locomozione in grado di competere a livello iconico con le auto iperaccessooriate di 007 o quelle non meno high tech di Batman: la sgangherata “Bluesmobile” (una Dodge Monaco 440 del 1974), per una beffa del destino allestita a mo’ di auto della polizia, è infatti una sorta di “terzo fratello blues” , protagonista di celebri sequenze (come quella nel centro commerciale o quella del parcheggio nella metropolitana sopraelevata di Chicago) ma soprattutto del lungo inseguimento finale con la polizia.

 

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“Motore truccato, sospensioni rinforzate, paraurti antistrappo, gomme antiscoppio e cristalli antiproiettile. E non c’è neanche bisogno dell’antifurto perché ho collegato tutti i contatti con la sirena. Allora, che ne dici? È la nuova Bluesmobile, o no?», dice Elwood a Jake. Ma quello che molti non sanno è che per “interpretarla” furono utilizzate ben dodici automobili originali, tutte distrutte durante la lavorazione.

 

D’altronde, il film ha detenuto a lungo il record per il maggior numero di automobili “sacrificate” durante la lavorazione (ben 103) e viene ricordato dai cultori del genere wreckage al pari di capisaldi come Rollercar, sessanta secondi e vai (1974) o del da noi inedito The Junkman (1982), entrambi dello stuntman H.B. Halicki. Una cifra poi surclassata solo da Matrix Reloaded (2003) che polverizzò ben 300 autoveicoli.

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