SNOBEL – IL GRANDE SCRITTORE PHILIP ROTH VIENE IGNORATO DAL NOBEL - E LUI, PER TUTTA RISPOSTA, NON PERDE OCCASIONE PER RIFILARE UNA STILETTATA MICIDIALE AGLI ACCADEMICI SVEDESI: “LORO PENSANO CHE SIAMO DEI PROVINCIALI. MA IO HO IL SOSPETTO CHE A ESSERE UN PO’ PROVINCIALI SIANO LORO. UNO LAVORA PER LA PROPRIA LIBERTÀ” - “SMETTERE? È STATO BELLO”...

Angelo Aquaro per "La Repubblica"

Più di mezzo secolo di onoratissima carriera. E alla fine, dopo essersi liberato del peso della letteratura - «La battaglia con la scrittura è finita!» - Philip Roth è guarito perfino dalla sindrome di Stoccolma. Tanto che ha mandato al diavolo i soloni del Nobel: sono o non sono anche loro, ha detto, «un po' provinciali»? Grandissimo Roth. Il complotto contro l'America, in fondo, negli ultimi anni non era diventato un complotto proprio contro di lui? «Date il Nobel a Philip Roth per omaggiarlo del ritiro»: niente.

Anche l'appello di intellettuali che dall'altra parte dell'Oceano aveva raccolto l'inglese Telegraphè finito inascoltato alle accademiche orecchie. L'ultimo favorito è stato, si sa, Moo Yan: grande autore per carità (Sorgo Rosso) ma scelto ancora una volta con l'occhio rivolto evidentemente più alla geopolitica che alla letteratura. Così, stanca di aspettare, quella che un altro giornale inglese, il Guardian, ha avuto l'impudenza di definire «l'eterna damigella» ha portato il suo affondo.

L'occasione è stata un'apparizione via satellite al Langham Huntington di Pasadena, che al giornale del posto, il Los Angeles Times, non è sfuggita: anche perché Roth aveva promesso al New York Times che quella sbandierata in prima pagina per il suo addio alle armi, a novembre - e a Nobel ormai immancabilmente mancato - sarebbe stata la sua ultima intervista. Per la verità è lo stesso Roth, ottant'anni a marzo, a riconoscere adesso che «il tempo sta passando: e se non ora, quando?». Si riferisce proprio a questo videomessaggio servito a lanciare l'imminente documentario Philip Roth senza maschera che la tv Pbs ha realizzato per la serie "American Masters".

Perché il maestro americano, da quando ha deciso di smettere di scrivere (trovando il tempo perfino di crogiolarsi con un nuovo iPhone) sembra avere davvero ritrovato - insieme alla forma fisica dopo i dolori alla spalla che lo hanno tediato nell'ultimo decennio - la gioia di raccontarsi: al punto da collaborare apertamente al libro del suo biografo. Così perfino quando gli fanno quella domanda scontata, quali sono gli autori che ammira di più, raccoglie l'invito banale per sferrare il colpo eccezionale.

«Corro sempre con cavalli molto forti», dice citando Wlilliam Styron, E. L. Doctorow, John Updike, Joyce Carol Oates. «Ora», continua studiando la pausa, «il comitato dei Nobel non è d'accordo con me. Loro pensano che siamo dei provinciali. Ma io ho il sospetto che a essere un po' provinciali siano loro». Ferito? E lui, che l'unico lamento che conosce è quello di Portnoy, sbotta: «Uno lavora per la propria libertà». Come dire: e chi se frega di loro. «Scrivere vuol dire perdere la propria inibizione, scavare profondamente nella propria esperienza e trovare la prosa per riportarla in vita». Giusto per riassumere all'ingrato comitato fin dove lui stesso ha scavato, squaderna quindi ai distratti svedesi i suoi prodotti migliori. «In ogni libro sei uno scrittore diverso. Ma io sono particolarmente legato a un libro chiamato Il teatro di Sabbath: che molti hanno odiato».

Perché il suo protagonista, Mickey Sabbath, è così anticonvenzionale, spiega, da sfiorare l'asociale: quasi come lui.
Gli chiedono: pentito del ritiro? Macché. «Finora va benissimo. Mi alzo, un succo d'arancia e mi metto a leggere per un'ora e mezzo: mai fatto in vita mia». Si sa che ha sempre goduto fama di superlavoratore: sette giorni su sette. «Ho sempre trovato la scrittura un processo difficile». E il tempo passato dal primo Goodbye Columbus, 1959, all'ultimo
Nemesis, 2010? «La liberazione è la stessa. Quando finisci, è un trionfo: è la sofferenza che è diversa». Ecco perché smettere è stato bello: «Qualcuno me l'avrebbe dovuto dire prima». Qualcuno dovrebbe dire a quei provinciali di Svezia che sono ancora in tempo. In fondo il Nobel è sempre un premio alla carriera: non sarebbe meraviglioso assegnarlo, finalmente, a chi ha trovato la forza di dire basta?

 

philip roth NEL SESSANTOTTO philip roth PHILIP ROTH PHILIP ROTHPhilip Roth

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