verdone germi pasolini

VITA DA CARLO (VERDONE) - "A CASA NOSTRA VENIVANO FELLINI, BLASETTI, GERMI, LATTUADA, PASOLINI. TUTTI CON GLI OCCHIALI NERI. NE AVEVO SOGGEZIONE. MI SEMBRAVANO COMMISSARI DI POLIZIA" - "LA VOLTA CHE MIO PADRE MI PORTO’ A VEDERE I BEATLES E LA CENA CON LEONARD BERNSTEIN: "CON UNA MANO FUMAVA, CON L'ALTRA AVEVA IL WHISKY. CHIESE A MIA MOGLIE GIANNA DI ESSERE IMBOCCATO…”

Valerio Cappelli per il “Corriere della Sera”

 

mario carlo verdone

Verdone e Dreyer, il re della commedia e il regista danese scomparso nel 1968, intimidente solo a guardarlo. Carlo a Lecco parlerà del suo film, Ordet-La parola. La strana coppia

«Hanno saputo che sono un appassionato di Dreyer e di questo film e mi hanno invitato a parlarne. È un cinema importante, c'è un comune denominatore in pattuglia di registi nordici, da Dreyer a Pabst fino a Bergman: il grande rigore, la spiritualità. È completamente diverso dalla spettacolarità americana. Trovo che se ne parli sempre in modo dogmatico. C'è in loro qualcosa di mistico e misterioso, un cinema da cineclub dove non ci sono il buono, il cattivo e il finale che dà sollievo. Ordet è un film teatrale, con tre-quattro uniche scene all'aperto su una collina battuta da un vento gelido».

 

Non è un suo riferimento, ma c'è una connessione emotiva con suo padre.

«Quel cinema non lo saprei fare, ma non vuol dire che non possa amarlo come spettatore. Massaggia il cervello con considerazioni profonde, è per un pubblico preparato. Erano film destinati all'insuccesso, Pabst morì nel dimenticatoio più assoluto».

 

Pabst ci riporta a un episodio della sua vita da studente universitario.

mario carlo verdone

«Mio padre insegnava cinema alla Facoltà di Magistero, ebbe la prima cattedra. Mi chiese quello che non mi doveva chiedere: Dreyer. Non fu affatto generoso, facendomi fare una figuraccia tremenda.

 

Ci rivediamo alla prossima sessione, mi congedò così.

Alla vigilia l'avevo pregato di chiedermi di Fellini e del neorealismo. A casa, dopo l'esame, si fece una grande risata e mi disse, cosa avrebbero detto gli altri studenti se ti avessi protetto? La prossima volta preparati su Dreyer».

 

Era severo?

CARLO E MARIO VERDONE

«Aveva due anime, era autorevole come professore e storico, soprattutto delle avanguardie, e fu giovane assistente di Norberto Bobbio; poi aveva un'anima scherzosa, comica, la goliardia senese da cui proveniva. Lui, orfano di padre (era morto in guerra sul Carso e nemmeno l'aveva visto) trascriveva atti unici goliardici, per esempio Il trionfo dell'odore, ambientato nei gabinetti dell'università di Siena; Zeffirelli realizzava le scenografie e con lui a recitare c'erano futuri registi, pittori, scultori. Amava il circo come Fellini, che frequentava casa nostra assieme a tanti nomi del cinema e intellettuali».

 

E lei, da bambino, come li guardava?

germi occhiali neri

«Papà convocava me e mio fratello Luca e ci diceva: mi raccomando, tra poco suonano alla porta, salutate con educazione. Arrivavano Blasetti con gli occhiali neri; Lattuada con gli occhiali neri; Pasolini con gli occhiali neri; Germi».

Con gli occhiali neri

«Pensai che avessero dei disturbi agli occhi per le luci sparate sui set. Ne avevo soggezione, mi sembravano tutti commissari di polizia».

 

pasolini occhiali neri

Una sera a casa si palesò Leonard Bernstein.

«Gli chiedevo di Carlos Kleiber, altro grande direttore, apriti cielo, ne aveva una stima immensa ma diceva che era un caratteraccio, mancava di leggerezza. Arrivò la cena. Bernstein con una mano fumava, con l'altra aveva il whisky. Chiese a mia moglie Gianna di essere imboccato. C'è una foto che immortala quel momento».

 

Suo padre le fece vivere una serata indimenticabile.

«1965, Teatro Adriano, concerto dei Beatles. Ero stato bocciato al Quinto ginnasio e non mi comprò la batteria. Poco dopo bussò alla mia camera: ho preso i biglietti per i Beatles. Trasalii, com' è possibile? E lui, è un fenomeno nuovo, va capito e cercheremo di capirlo insieme».

CARLO MARIO E LUCA VERDONE

 

Cosa le manca di lui?

«Il consiglio, il suo essere punto di riferimento. L'altro giorno ho scritto la prefazione a un libro ( Vita inquieta di un poeta ) di Letizia Leonardi su un grande scrittore armeno, Yeghishe Charents, morto nel 1937. Mio padre era un grande cultore di quel popolo che ha avuto genocidi incredibili. Finita la prefazione ho allargato la mano verso il nulla. Era il gesto che facevo al tempo in cui c'era mio padre, quando prendevo il ricevitore del telefono per leggergli un mio scritto, lui ascoltava e mi correggeva. Non trovavo il telefono. Mi sono detto, ma cosa stai facendo?»

Leonard Bernstein MARIO CARLO LUCA VERDONE

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