tobagi

WALTER TOBAGI: UNA STORIA ORDINARIA DI VIOLENZA ROSSA – IL GENERALE DALLA CHIESA SOSTENNE CHE “TRA I SOSTENITORI DEL COMMANDO DELLA ‘BRIGATA XXVIII MARZO' CHE LO UCCISE C'ERANO DEI GIORNALISTI”. MARCO BARBONE, FIGLIO DI UN DIRIGENTE EDITORIALE DELLA SANSONI, GRUPPO RCS. E PAOLO MORANDINI, FIGLIO DI MORANDO, CRITICO CINEMATOGRAFICO DEL GIORNO. ANCHE FERRUCCIO DE BORTOLI HA PARLATO DI "ZONA GRIGIA…"

Massimiliano Scafi per “il Giornale”

 

una panchina per ricordare walter tobagi

Cinque colpi di pistola, sparati da un gruppo di ragazzi della buona borghesia milanese. Storia ordinaria di violenza rossa, roba di quarant' anni fa, un agguato contro un giornalista di una sinistra diversa, liberale, e il Corriere della Sera che rimane sullo sfondo. La Federazione della stampa e il Comune oggi gli hanno dedicato una panchina della memoria. Ma perché lui?

 

Perché Walter Tobagi?

 

Semplice. «Perché era un democratico - spiega Sergio Mattarella - un riformatore, e questo risultava insopportabile al fanatismo estremista».

Insomma, «rappresentava ciò che i brigatisti volevano cancellare, un giornalismo libero e senza stereotipi».

 

Anni duri. Tobagi indagava in quel mondo, sosteneva che i terroristi «non sono samurai invincibili», però spesso trovavano sponde anche nei quotidiani. Racconta il suo amico fraterno Massimo Fini: «Walter ed io, con Franco Abruzzo, spezzammo il fronte socialcomunista che reggeva il sindacato. Per noi liberali e socialisti, quella con la destra di Autonomia fu un' alleanza dolorosa ma necessaria. Lui divento il presidente dell' Associazione lombarda dei giornalisti e da quel giorno, per una certa sinistra vicina al Pci, siamo diventati i nemici.

walter tobagi aldo moro

 

Walter subì minacce per questo». Un clima che, secondo il Psi dell' epoca, unito al profilo professionale di Tobagi e al suo modo di scavare nell' eversione, ha favorito la sua morte.

 

L' estremismo, l' editoria, i contrasti in redazione, il partito armato. Bettino Craxi ci vedeva un nesso stretto. Carlo Alberto dalla Chiesa, in un' intervista a Panorama, sostenne che «tra i sostenitori della Brigata XXVII c' erano dei giornalisti».

 

Due dei membri del commando appartenevano in qualche modo all' ambiente. Marco Barbone, figlio di Donato, dirigente editoriale della Sansoni, gruppo Rcs. E Paolo Morandini, figlio di Morando, critico cinematografico del Giorno. Che dire poi della rivendicazione?

 

Troppo precisa, troppo piena di particolari della vita professionale di Tobagi per non destare sospetti. Anche Ferruccio de Bortoli ha parlato di zona grigia. «Il terrorismo si nutri dell' ignavia di parte della cultura, del giornalismo che ne subirono il fascino perverso».

 

Anni terribili. Walter Tobagi oggi avrebbe 73 anni e, secondo molti, sarebbe stato il direttore perfetto per il Corriere. Invece era il bersaglio perfetto, come tanti altri personaggi moderati, di frontiera: Giugni, Casalegno, Bachelet, Biagi. Resta, dice ancora il capo dello Stato, «il simbolo di un giornalismo che non si piega». E una panchina.

 

LA PREFAZIONE DI FERRUCCIO DE BORTOLI AL VOLUME SU WALTER TOBAGI

tobagi cover

Ferruccio De Bortoli su Facebook

La mia prefazione per il volume "Poter capire, voler spiegare. Walter Tobagi quarant’anni dopo", a cura di Giangiacomo Schiavi, in edicola da mercoledì 27 maggio con il «Corriere»

 

Quando venne ucciso, Walter aveva 33 anni. Oggi ne compirebbe 73. Sei più di chi scrive. Che cosa avrebbe fatto se la sua vita non fosse stata lasciata lì, sull’asfalto bagnato di via Salaino, a Milano, in un freddo e piovoso 28 maggio del 1980? Me lo sono chiesto tante volte.

 

Due anni prima, quando Sandro Pertini venne eletto alla presidenza della Repubblica, nel veemente discorso inaugurale del settennato disse che al suo posto avrebbe dovuto esserci Aldo Moro, assassinato dalle Brigate rosse pochi mesi prima. Tobagi sarebbe stato un ottimo direttore del «Corriere della Sera» e avrebbe potuto ripercorrere, sul versante cattolico e socialista, la traiettoria che segnò, dal lato liberale e repubblicano, la carriera politica di Giovanni Spadolini, primo presidente del Consiglio non democristiano nel 1981.

Tobagi

 

Walter era un moderato per cultura ed educazione. Arrivò al successo professionale in un’epoca di estremismi ciechi. Anche tra i suoi colleghi. Sbagliò secolo. Quel figlio del Novecento si sarebbe trovato maggiormente a suo agio oggi e avrebbe ricevuto consensi trasversali in questo nostro tempo. Un tempo nel quale una figura come la sua — analista senza pregiudizi della società e interprete delle sue viscere — è rara e preziosa. Ci mancano i tessitori inclusivi, i compositori di frammenti sparsi, gli esploratori degli umori nascosti. Lui lo era. Tobagi, nei miei ricordi personali, aveva un carattere dolce. Era sempre disponibile. Con tutti.

 

WALTER TOBAGI

Anche e soprattutto con i colleghi più giovani, inesperti e percorsi (io per primo) da troppi fremiti ideologici. Un carattere dolce, certo, ma inflessibile sui principi di onestà e rettitudine che già allora apparivano non così diffusi (ma poi sarebbe stato peggio). Era un mediatore raffinato ma, nello stesso tempo — facemmo parte insieme dell’organo sindacale del «Corriere» — un negoziatore abile e risoluto. Un leader dalla forza tranquilla. Non aveva bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare.

 

In questi anni la sua figura professionale e umana ci ha accompagnato nella vita di tutti i giorni. È stato per me come avere un angelo custode. Ho visto crescere e affermarsi i figli, di cui Walter sarebbe stato fiero. Benedetta, all’epoca dell’assassinio, aveva tre anni.

 

Ha seguito le orme del padre ed è autrice di libri di successo. Come mi batte forte il tuo cuore (Einaudi) è un bellissimo ricordo. Luca, il figlio maggiore, è uno dei più apprezzati analisti finanziari e asset manager. Come il padre (ha il suo stesso modo di intercalare il discorso, il medesimo uso dei tempi lunghi) ama e sa scrivere.

 

Ha tre figli. Stella, la mamma e vedova di Walter, li ha accuditi ed educati con silenziosa determinazione, superando anni di grande dolore e difficoltà. La sua voce al telefono conserva i tratti giovanili. Il suocero Ulderico, ex ferroviere e padre di Walter, quel mercoledì di maggio, arrivò sul luogo del delitto. Gridò: «Figlio mio». Tentò di nascondere alla nuora la vista del marito sbattuto sull’asfalto. Un gesto che non avrei più dimenticato.

 

Fabio Felicetti, nell’edizione del «Corriere» del giorno successivo, scrisse un pezzo asciutto e privo di retorica. La penna di Walter era schizzata via dal taschino, l’ombrello caduto, la mano sembrava ancora muoversi. Il direttore Franco Di Bella e il suo vice Gaspare Barbiellini Amidei, affranti e disorientati. Gli sguardi increduli e addolorati del questore Antonio Sciaraffia e dell’editore Angelo Rizzoli. E noi, suoi colleghi, eravamo lì. Impietriti. Sperduti.

 

WALTER TOBAGI

Quante volte ci era capitato di assistere a una scena del genere. In quegli anni era la normalità. Quasi ogni giorno al mattino squillava il telefono in redazione. Un attentato, una bomba o, come si diceva con termine bruttissimo, una «gambizzazione».

 

Noi cronisti uscivamo, ci precipitavamo sul posto. Routine. Ma quella volta sotto il lenzuolo bianco, sporco di sangue e intriso di pioggia, c’era un nostro collega e amico. Mi vergognai del cinismo e del distacco di quelle troppe altre volte.

 

Come si scrisse allora, Tobagi era caduto sulla frontiera della lotta al terrorismo che insanguinò quegli anni. La violenza politica sembrava un male inestirpabile. Dilagante. Anche grazie a una diffusa zona grigia di accondiscendenza borghese alla protesta con le armi. Come se fosse lo Stato a produrre quell’eruzione di violenza e non a subirla. Tobagi però non fu un eroe civile (definizione che non gli sarebbe piaciuta). Bensì un combattente della normalità del dovere. Walter cadde mentre andava, privo di qualsiasi scorta, a prendere la propria auto. Meta: via Solferino, la sede del «Corriere».

 

GHERARDO COLOMBO BENEDETTA TOBAGI

Altri persero la vita allo stesso modo, continuando a vivere come ogni comune cittadino: alla fermata dell’autobus, al rientro a casa o dopo aver accompagnato i figli a scuola. Nella ripetitività dell’agenda quotidiana, nel rispetto dei propri impegni lavorativi e familiari.

 

Eppure erano tutti, come Walter, soldati civili schierati lungo un’invisibile trincea della legalità. Sapevano di essere esposti. Non se ne curarono. Non pensarono a sé stessi. Nelle retrovie qualcuno tifava per l’eversione o, più subdolamente, se ne lavava le mani.

 

Benedetta Tobagi

Il terrorismo degli anni di piombo si nutrì a lungo dell’ambiguità iniziale di partiti e sindacati, dell’ignavia di parte della cultura e del giornalismo che in qualche caso ne subirono il fascino perverso.

 

L’attacco estremista allo Stato democratico si concentrò soprattutto sui moderati, sulle figure cerniera tra classi e correnti ideologiche. Bersagli scomodi perché non facilmente individuabili come nemici del proletariato. E Tobagi, come Carlo Casalegno, Vittorio Bachelet, Ezio Tarantelli, Massimo D’Antona, Roberto Ruffilli, Marco Biagi e altri, era uno di questi.

 

Walter cercò di capire fino in fondo le ragioni intime della violenza estremista, le cause sociali, le derive dei movimenti, le personalità contorte dei leader. Ma, così facendo, li mise a nudo nelle proprie contraddizioni. Non erano «samurai invincibili». Tutt’altro, erano fragilissimi.

 

Tigri di carta, come si diceva nella retorica antimperialista. Erano persone accecate dall’odio ideologico anche se mossi da una perversa idealità rivoluzionaria. La verità su quella stagione di sangue non ce l’hanno raccontata tutta nemmeno oggi. Tobagi li mise, con i suoi articoli, sul lettino dello psicanalista o davanti allo specchio non deforme della propria devianza criminale e della propria residua coscienza. Ribaltarono il lettino, ruppero lo specchio e lo crivellarono di colpi.

FERRUCCIO DE BORTOLI

 

Ultimi Dagoreport

davide vecchi salvini

FLASH! L'ADDIO DELLA RAVETTO ALLA LEGA SCOPERCHIA IL GRAN CASINO NEL NUOVO STAFF COMUNICAZIONE DEL PARTITO! SALVINI HA VOLUTO AFFIDARE I GRUPPI PARLAMENTARI A DAVIDE VECCHI, (CHE DA GIORNALISTA DEL "FATTO QUOTIDIANO", LO PERCULAVA) E NEL GIRO DI POCHI MESI DUE DIPENDENTI SE NE SONO GIA' ANDATI "PER IL BRUTTO CLIMA". PARE CHE VECCHI PIACCIA SOLO A SALVINI E ALLA FAMIGLIA VERDINI - TRA LE RAGIONI DELL'ADDIO ALLA LEGA DELLA RAVETTO CI SAREBBE ANCHE LA DIFFICOLTÀ AD ACCEDERE ALLE TRASMISSIONI TV, L'UNICA COSA CHE VERAMENTE LE STAVA A CUORE...

 
 
fabio rampelli giorgia arianna meloni

DAGOREPORT: FRATELLI DEL KAOS - IL DISGREGAMENTO DI FRATELLI D’ITALIA, DOPO TRE ANNI DI MELONISMO SENZA LIMITISMO, SI AVVICINA SEMPRE PIÙ ALLA SOGLIA DELL’IMPLOSIONE - AL ROSARIO DI FAIDE ALLA FIAMMA, ORA SI AGGIUNGE UN’ALTRA ROGNA DI NOME FABIO RAMPELLI, FONDATORE NELLE GROTTE DI COLLE OPPIO DELLA SEZIONE “I GABBIANI”, CHE AGLI INIZI DEGLI ANNI ‘90 HA SVEZZATO, TRA CANTI DEL CORNO E ANELLI MAGICI, L’ALLORA QUINDICENNE GIORGIA CON LA SORELLINA ARIANNA, FAZZOLARI, MOLLICONE, GIULI, LOLLOBRIGIDA, ROSSI, SCALFAROTTO E MOLTI ALTRI CAPOCCIONI OGGI AL POTERE – MITO RINNEGATO DI MELONI, CHE HA PREFERITO CIRCONDARSI DI YES-MEN, RAMPELLI OGGI SI AUTOCANDIDA A SCENDERE IN CAMPO NELLA PRIMAVERA DEL ’27 CONTRO IL BIS CAPITOLINO DI ROBERTINO GUALTIERI - E ORA CHE FARANNO ‘’PA-FAZZO’’ CHIGI E VIA DELLA SCROFA CHE LO VEDONO COME IL FUMO NEGLI OCCHI? CONTINUERANNO A SBATTERE LA PORTA IN FACCIA AL LORO EX IDEOLOGO DI COLLE OPPIO? 

vladimir putin colpo di stato soldati militari.

DAGOREPORT – ORA PUTIN È DAVVERO TERRORIZZATO: PIÙ CHE I DRONI UCRAINI CHE BUCANO LE DIFESE AEREE OGNI GIORNO, A TORMENTARE IL CAPOCCIONE DEL “MACELLAIO RUSSO” (COPYRIGHT BIDEN) È UN POSSIBILE COLPO DI STATO – QUESTA VOLTA A INSORGERE NON SAREBBE UN GRUPPO DI SCALMANATI MERCENARI COME LA WAGNER GUIDATA DA PRIGOZHIN, MA L’ESERCITO. I COLONNELLI GLI RINFACCIANO L’UMILIAZIONE SUBITA IN UCRAINA (AVEVA PROMESSO DI CONQUISTARE KIEV IN TRE SETTIMANE, È IMPANTANATO DA 4 ANNI), E LUI REPLICA DANDO LA COLPA AI SOLDATI – L’OCCASIONE PERFETTA PER UN GOLPETTO? POTREBBE ESSERE DIETRO L’ANGOLO. DOMANI “MAD VLAD” PARTE PER LA CINA. E AL SUO RITORNO…

maurizio martina francesco lollobrigida elly schlein giorgia meloni

DAGOREPORT – LA STORIA DELLA CANDIDATURA DI MAURIZIO MARTINA ALLA FAO È STATO UNO “SCHERZETTO” BEN CONGEGNATO DALL'AZZOPPATA MELONI CON L'EX COGNATO LOLLOBRIGIDA, PER METTERE IN DIFFICOLTÀ ELLY SCHLEIN: LA SPAGNA HA PUNTATO DA TEMPO LA POLTRONA, TANTO CHE SANCHEZ HA PROPOSTO UN SUO MINISTRO, FEDELISSIMO, LUIS PLANAS. È QUI CHE I FRATELLI D’ITALIA HANNO INTRAVISTO L’OPPORTUNITÀ: SAPENDO CHE L’ITALIA HA POCHE CHANCE, HANNO MESSO SUL PIATTO IL NOME DI MARTINA, PER SPACCARE IL PD E ACCUSARE SCHLEIN DI “SUBALTERNITÀ” RISPETTO AL BEL PEDRO – VORACI COME SONO DI CARICHE E INCARICHI, TI PARE CHE RINUNCIANO A UNA POLTRONA PER DARLA A UN EX SEGRETARIO DEL PD? ERA TUTTO “SPIN”, E I RIFORMISTI DEM HANNO ABBOCCATO…

elkann lapo ginevra john gianni agnelli margherita agnelli poteri

DAGOREPORT - MENTRE LAPO SI RIAVVICINA ALLA MADRE MARGHERITA AGNELLI (“VOGLIO RICOMPORRE UN RAPPORTO DI AFFETTO E DI SERENITÀ”), SI AVVICINA L’UDIENZA DEL 22 GIUGNO A TORINO CHE POTREBBE PORTARE A UN RINVIO A GIUDIZIO PER JOHN ELKANN PER TRUFFA AI DANNI DELLO STATO - NELLO STESSO TEMPO COMINCIA A DIPANARSI L’INTRECCIO DELLE VARIE CAUSE CIVILI INCASTRATE L’UNA CON L’ALTRA TRA ITALIA E SVIZZERA CHE VEDE CONTRAPPORSI MARGHERITA AI SUOI TRE PRIMI FIGLI, AL FINE DI TOGLIERE AL PRIMOGENITO JOHN LA GUIDA DELL’IMPERO EXOR - MA DAGOSPIA PUBBLICA UN ATTO UFFICIALE RELATIVO AI POTERI DELLA "DICEMBRE", LA SOCIETA' CHE HA LA QUOTA PRINCIPALE DEL GRUPPO CHE CONTROLLA EXOR, SOTTOSCRITTO NEL 1999 DALLA STESSA MARGHERITA, IN CUI SI LEGGE: "QUALORA GIOVANNI AGNELLI MANCASSE O PER QUALSIASI RAGIONE FOSSE IMPEDITO, L'AMMINISTRAZIONE NELLA SUA IDENTICA POSIZIONE CON GLI STESSI POTERI E PREROGATIVE SARA' ASSUNTA DA JOHN PHILIP ELKANN..."

marina berlusconi antonio tajani giorgia meloni

FLASH – COM’È FRICCICARELLO ANTONIO TAJANI IN QUESTI GIORNI: PRIMA HA FATTO USCIRE SUI GIORNALI L'IPOTESI DI UNA POSSIBILE “MANOVRA CORRETTIVA”. POI HA RINFACCIATO ALL’OPPOSIZIONE LO STALLO IN COMMISSIONE VIGILANZA RAI, CHE BLOCCA LA NOMINA DI SIMONA AGNES A PRESIDENTE DELLA TV PUBBLICA (CANDIDATURA A CUI ORMAI NON CREDE NEMMENO LEI). IL MOTIVO DI TANTO PENARE? MARINA BERLUSCONI: TAJANI DEVE DIMOSTRARE ALLA “PADRONA” DI FORZA ITALIA DI NON ESSERE IL MAGGIORDOMO DI GIORGIA MELONI…