giovanni falcone

COSA STAVA PER SCOPRIRE GIOVANNI FALCONE? LA VENDETTA PER GLI ERGASTOLI ALLA CUPOLA DI COSA NOSTRA SPIEGA SOLO IN PARTE LE MOTIVAZIONI DELLA STRAGE DI CAPACI: FALCONE ERA CONVINTO CHE CI FOSSE SEMPRE STATO UN FILO CHE LEGAVA COSA NOSTRA, I SERVIZI SEGRETI E LE ORGANIZZAZIONI TERRORISTICHE DI ESTREMA DESTRA, CON UNA MENTE POLITICA IN GRADO DI INDIRIZZARE L'ATTIVITÀ DEI SERVIZI IN CHIAVE FILOATLANTICA. RUOLO CHE IN EUROPA AVEVA RICOPERTO GLADIO - NEL 1990 FALCONE DISSE IN PARLAMENTO CHE PER L'OMICIDIO DI PIERSANTI MATTARELLA ERA STATA ACCERTATA LA PRESENZA DI MANDANTI ESTERNI ALLA MAFIA E…

Francesco La Licata per “la Stampa”

 

giovanni falcone

Qualcuno dice che Giovanni Falcone cominciò a morire il giorno stesso in cui la Corte di Cassazione confermava la pesantissima sentenza contro i vertici di Cosa nostra. E fu lui stesso, il giudice, ad accreditare questa deduzione quando, insieme con la gioia per il successo del suo lavoro (e di tutto il pool antimafia), esternò anche il timore per le conseguenze di quel successo. Liliana Ferraro, sua fedele amica e collaboratrice, aveva organizzato un brindisi al ministero della Giustizia e Falcone brindò, ma, lasciandosi andare a un sorriso amaro, aggiunse: «Adesso viene il bello», anticipando - con questo - la certezza che c'era da aspettarsi da Cosa nostra una reazione violenta.

 

STRAGE DI CAPACI

Era il 30 gennaio del 1992 e l'intera direzione strategica della mafia veniva annullata dai 19 ergastoli inflitti dalla Suprema Corte. Ciò potrebbe esser considerato un ottimo movente per una strage come quella di Capaci, ma solo se si pensa che quel tritolo sia stato fatto esplodere per esigenze di vendetta. Noi, però, sappiamo che non è così e lo sanno anche gli investigatori che in questi ultimi anni hanno scandagliato la storia di Giovanni Falcone, fino alla sua clamorosa eliminazione.

GIOVANNI FALCONE

 

La vendetta, nelle grandi storie di mafia, è solo una parte del movente. Una parte minoritaria: il grosso delle motivazioni vanno sempre cercate nella necessità di Cosa nostra di prevenire il peggio, di proteggere interessi innominabili, alleanze insane e tutelare le identità di grossi nomi del potere coinvolti nelle trame oscure.

La strage di Capaci non fa eccezione e non può essere analizzata fuori contesto rispetto a quanto era avvenuto prima di quel 23 maggio 1992 e quanto avverrà dopo con il replay di via D'Amelio e successivamente ancora con gli attentati di Roma, Firenze e Milano.

 

strage di capaci

Già, perché dopo trent' anni si può pacificamente affermare che lo stragismo mafioso è un unicum, un pozzo nero che decine di processi hanno appena sfiorato consegnando alla giustizia la manodopera, ma non le menti pensanti, i burattinai che dirigevano la compagnia al completo. Le «menti raffinatissime» evocate dallo stesso Falcone all'indomani dell'attentato (fallito) organizzato, il 21 giugno 1989, per uccidere lui e i colleghi svizzeri (Carla del Ponte e Claudio Lehmann) ospiti nella sua villa all'Addaura.

 

giovanni falcone

L'attentato fallito Ecco, quell'attentato - fallito per una serie di imprevisti e forse per l'intervento di "spie buone" che neutralizzarono "spie cattive" - può esser considerato una tappa di avvicinamento all'annientamento di un giudice sempre mal sopportato dai padroni del vapore che lo sentivano come una minaccia alla strategia del quieto vivere che governava la brutta politica, la cattiva economia e i soldi facili del narcotraffico di Cosa nostra.

 

giovanni falcone paolo borsellino

I 58 candelotti di dinamite collocati sulla scogliera davanti al patio della villa avrebbero dovuto funzionare come una conferma al fango e ai veleni anticipati in alcune lettere anonime (le lettere del Corvo). L'amanuense (o gli amanuensi) accusava Falcone e il poliziotto Gianni De Gennaro di aver utilizzato il collaboratore Totuccio Contorno come killer di Stato, nel tentativo di far uscire allo scoperto l'allora superlatitante Totò Riina. La bomba, dunque, altro non sarebbe stata che la chiusura del cerchio: Falcone scorretto assassinato a causa delle proprie scelte illegittime.

 

Il risultato sarebbe stato, dunque, di offrire all'opinione pubblica un giudice morto ma non da eroe. Un doppio omicidio: annientamento fisico e delegittimazione morale.

giovanni falcone

Ovviamente non si poteva avallare la tesi di un errore di Cosa nostra e allora la disinformazione delle «menti raffinatissime» mise in rete la falsa notizia che l'attentato non era fallito, ma era stato pensato (dallo stesso Falcone) per non fare vittime. Insomma l'attentato se l'era fatto Falcone per fare carriera.

Le indagini dicono altro: per esempio che Alberto Di Pisa, il collega di Falcone individuato come autore dell'anonimo, non aveva scritto quelle lettere, anche se sulla busta era stata trovata una porzione di impronta sua recuperata, però, dal bicchiere dell'aperitivo offertogli "amichevolmente" dall'Alto commissario per la lotta alla mafia.

 

ATTENTATO ADDAURA

Le indagini dicono ancora che sulla scena dell'attentato all'Addaura potrebbe essere stato presente l'agente Nino Agostino (successivamente ucciso insieme con la moglie incinta), agente a mezzo servizio con il Sisde, che potrebbe essere il poliziotto buono che Falcone indicherà come «quello che mi ha salvato la vita». E a mare, vicino agli scogli, c'era anche un mafioso che pare non sia riuscito ad azionare il telecomando perché sbalzato goffamente fuori dal canotto nel momento culminante. Di lui si sono trovate tracce del Dna recuperato su un asciugamano abbandonato. E tanti approfondimenti andrebbero fatti ancora per meglio chiarire il ruolo svolto in quel periodo dal commissariato di San Lorenzo dove prestava servizio l'agente Agostino e un altro giovane collaboratore del Sisde, Emanuele Piazza, impiegato nella caccia ai latitanti. Anche lui sarà ucciso.

 

giovanni falcone e paolo borsellino

Un bell'intreccio dentro quel commissariato, frequentato pure da simpatizzanti del terrorismo neofascista del calibro di Alberto Volo, il preside che racconterà a Falcone l'esistenza di una Universal Legion, un'organizzazione paramilitare vicina alla Nato, molto simile a quella Gladio, rivelata da Giulio Andreotti, che molto aveva incuriosito il giudice istruttore palermitano mentre indagava sull'assassinio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella. Falcone aveva dato molto credito alla pista nera per l'omicidio Mattarella. Fino a convincerlo, come ha recentemente rivelato Pino Arlacchi nel suo libro dedicato a Falcone, Giovanni e io (Chiarelettere), che la morte del «democristiano perbene» fosse addirittura «un caso Moro bis».

 

Il filo nero La convinzione che guidava le ricerche del giudice era che ci fosse sempre stato un filo che legava Cosa nostra, i servizi segreti e le organizzazioni terroristiche di estrema destra. Con una mente politica in grado di indirizzare l'attività dei servizi in chiave ovviamente filoatlantica e di argine al pericolo comunista. Il ruolo che in Europa aveva ricoperto Gladio. Mafia e neri, dunque, avrebbero avuto negli anni il ruolo di "service" a disposizione degli agenti segreti per le operazioni non propriamente legali.

strage di capaci 1

 

In qualche occasione Falcone aveva ricordato come esistessero precedenti in quel senso: gli attentati della notte di Capodanno 1971 (cinque bombe al comune e in alcuni assessorati) con esplosivo compatibile con quello a disposizione della famiglia Madonia di san Lorenzo; il coinvolgimento della mafia nel tentativo del golpe Borghese (1980), gli attentati ai tralicci dell'Enel compiuti dai neofascisti in modo che fossero attribuiti alla sinistra. Per non parlare del coinvolgimento della mafia (la condanna a Pippo Calò, il cassiere di Cosa nostra) negli attentati ai treni e persino nella strage di Bologna.

giovanni falcone

 

Non è esagerato dire che questo filone, insieme con l'attività storica di Giovanni Falcone sul terreno della lotta al narcotraffico, al riciclaggio e agli scandali degli appalti che coinvolgevano anche grandi imprese del Nord (il giudice disse durante un convegno: la mafia è entrata in Borsa, alludendo alla Calcestruzzi di Gardini che aveva nel proprio gruppo dirigente siciliano un emissario di Totò Riina), rappresenti il cuore dei tanti motivi che il potere aveva di liberarsi di Giovanni Falcone.

 

delitto piersanti mattarella

I soldi del narcotraffico Per anni politica e grande finanza hanno monitorato l'attività del giudice, sin da quando aveva rotto la consuetudine di star lontano dalle banche ed aveva preso a cercare lì i soldi che provenivano dal narcotraffico. Era l'inizio degli anni Ottanta e Falcone dava molto fastidio. Diede fastidio a Vito Ciancimino (Arlacchi ci conferma che il giudice sapesse dell'appartenenza a Gladio dell'ex sindaco democristiano), fece irritare parecchio i potenti esattori Nino e Ignazio Salvo che si adoperarono, senza riuscirci, per farlo trasferire. Le lettere del Corvo certamente furono parte di questo progetto abortito. E quando Falcone vince e si appresta a prendere il posto di capo della Procura nazionale antimafia non esitano ad eliminarlo fisicamente: la soluzione finale.

 

giovanni falcone paolo borsellino

Ecco il movente preventivo, sempre presente nelle grandi storie di mafia. E poi bisognava interrompere il filo che aveva portato il giudice a incuriosirsi per la Gladio. Aveva provato ad entrare negli archivi ma glielo impedì il suo capo di allora, il procuratore Pietro Giammanco. La curiosità tuttavia era rimasta, come dimostra una sua audizione in Commissione antimafia di recente desecretata. Era il 22 giugno 1990 e Falcone dice in Parlamento che per l'omicidio di Piersanti Mattarella è accertata la presenza di mandanti esterni alla mafia. Tutto quello che accadrà dopo in Italia, dalle stragi alla trattativa, non può trovare spiegazione senza il presente prologo.

strage di capaci strage di capaci 2foto di letizia battaglia giovanni falcone

Ultimi Dagoreport

sallusti cerno

FLASH! - ALLA NOTIZIA DELLA NOMINA DI ALESSANDRO SALLUSTI A DIRETTORE DI “LIBERO”, TOMMASO CERNO HA INIZIATO A SMANIARE: E’ ANDATO IN CRISI DI ATTENZIONI – PER OSCURARE IL RITORNO DI SALLUSTI, E RIMETTERE SE STESSO AL CENTRO DEL VILLAGGIO, QUELLA REGINA PAZZA DI CERNO HA DATO DISPOSIZIONI ALLA REDAZIONE DI "SCHIERARE" DOMANI IN PRIMA PAGINA TUTTE LE FIRME PIU’ IMPORTANTI DE "IL GIORNALE" – STRANO, PER UN DIRETTORE CHE IN REDAZIONE SI VEDE POCO E HA VIA VIA OSCURATO GLI EDITORIALI ALTRUI LASCIANDO SPAZIO SOLO A SE STESSO…

giorgia meloni carlo calenda

FLASH! - CARI FRATELLINI D’ITALIA, SMETTETELA DI CORTEGGIARE CARLETTO CALENDA: CON L’ARMATA BRANCA-MELONI, NON ANDRÀ MAI E POI MAI - CALENDA CI HA INVIATO LA SEGUENTE PRECISAZIONE: “CARO DAGO, NON HO NESSUNA INTENZIONE DI CANDIDARMI A FARE IL SINDACO DI ROMA. NON HO MAI AVUTO CONTATTI CON LA DESTRA A QUESTO PROPOSITO E SE ME LO CHIEDESSERO RISPONDEREI “NO GRAZIE”. IL LAVORO IN CUI SONO TOTALMENTE IMPEGNATO È GUIDARE AZIONE ALLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE” – COME SI DICE ALLA GARBATELLA: “ 'A GIO', SE VEDEMO…”

il messaggero francesco gaetano caltagirone giorgia meloni villa galleria borghese crosetto

FLASH! – DOPO LA BATOSTA BANCARIA DI MPS, L’IDILLIACO RAPPORTO TRA I FRATELLI DI MELONI E CALTAGIRONE MINACCIA DI INCRINARSI? - SBIRCIANDO “IL MESSAGGERO” DI OGGI SPICCANO DUE ARTICOLI CHE NON AVRANNO FATTO ALCUN PIACERE ALLA FIAMMA MAGICA – IL PRIMO È ADDIRITTURA UNO SCOOP, ESSENDO L’UNICO GIORNALE A RIVELARE UNA “LITE FURIBONDA A PALAZZO CHIGI” TRA LA DUCETTA E CROSETTO (CHE HA SMENTITO) – IL SECONDO È UNA PAGINATA DEDICATA ALL’AMPLIAMENTO DELLA GALLERIA BORGHESE, CARO A CALTA-RUTELLI-CHICCOTESTA, CHE IL “TIMES” DI LONDRA, IN COMPAGNIA DI FDI (FABIO RAMPELLI), HA DEFINITO “BLASFEMO”…

manfredi lefebvre d'ovidio dovidio aponte, palenzona bisignani porro scaroni cimbri costamagna brachetti peretti, caltagirone nagel jes staley nicole junkerman stella li mara carfagna

ALTA SOCIETÀ, BASSA MAREA - NON AVENDO UN CAZZO DA FARE (O MOLTI AFFARI DA CONCLUDERE), 700 PERSONAGGI ILLUSTRI SONO SALITI A BORDO DELLA "CRYSTAL SYMPHONY" PER LA ZUPPA DI NOZZE DELL’ARMATORE ITALO-MONEGASCO MANFREDI LEFEBVRE D'OVIDIO – 5-GIORNI-5 DI UN’INDICIBILE CROCIERA DA CIVITAVECCHIA A MALTA CHE HA VISTO LA PARTECIPAZIONE DI APONTE, PALENZONA, BISIGNANI, NICOLA PORRO, SCARONI, CIMBRI, COSTAMAGNA, BRACHETTI PERETTI, BERNABÈ, PASSERA, DOMPÉ, MARA CARFAGNA, MARCO CARRAI; CILIEGINA SULLA TORTA: LA GLACIALE STRETTA DI MANO TRA CALTAGIRONE E NAGEL - PIÙ PICCANTE LA PRESENZA A BORDO DI DUE PERSONAGGI CHE HANNO AVUTO A CHE FARE CON JEFFREY EPSTEIN: L'EX CEO DEL COLOSSO BANCARIO BRITANNICO "BARCLAYS", JAMES STALEY, CHE GESTIVA PERSONALMENTE IL PATRIMONIO MULTIMILIONARIO DEL FINANZIERE PORCONE. E LA SPLENDIDA NICOLE JUNKERMAN, NONCHÉ CONTESSA BRACHETTI PERETTI, CHE PER 20 LUNGHI ANNI E' STATA AMICA DEL DEFUNTO DEPRAVATO...

rocco basilico - nicoletta zampillo - leonardo maria del vecchio

DAGOREPORT - FERMI TUTTI! COLPO DI SCENA NELLA TRIBOLATISSIMA “SUCCESSION” DEGLI EREDI DEL VECCHIO – DAGOSPIA PUÒ RIVELARE CHE NICOLETTA ZAMPILLO, VEDOVA DEL VECCHIO, CON UNA LETTERA AL BOARD DI DELFIN, HA DECISO DI DISCONOSCERE LA CESSIONE DEL 12,5% DELLE QUOTE DELLA HOLDING AL FIGLIO ROCCO BASILICO, AVUTO DAL MATRIMONIO COL BANCHIERE PAOLO BASILICO, APPOGGIANDO L’ALTRO FIGLIO LEONARDO, AVUTO DALLE SUCCESSIVE NOZZE COL PATRIARCA DI LUXOTTICA: “L’ATTO È STATO DA ME STIPULATO A SOLI TRE GIORNI DALLA MORTE DEL MIO COMPIANTO MARITO, ERA UN MOMENTO NEL QUALE, ANCORA DEVASTATA DAL DOLORE, NON ERO IN GRADO DI VALUTARE LA PORTATA E LE CONSEGUENZE” – LA MOSSA DELLA ZAMPILLO ARRIVA DOPO CHE ROCCO BASILICO HA FATTO RICORSO ALLA CORTE DEL LUSSEMBURGO PER BLOCCARE L’OPERAZIONE CON CUI LEONARDINO HA OTTENUTO L’OK PER PRENDERSI IL 25% DELLE QUOTE DI DELFIN DAI FRATELLI LUCA E PAOLA – NELLA LETTERA LA ZAMPILLO AGGIUNGE: “CON L’AUSILIO DEI MIEI CONSULENTI HO APPRESO CHE LA VALIDITÀ GIURIDICA DI QUELL’ATTO È FORTEMENTE DUBBIA…”