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“DIFENDO LA BIOGRAFIA DI ROTH” - VIVIAN GORNICK, UNA DELLE VOCI PIÙ INFLUENTI DEL FEMMINISMO AMERICANO, SI SCAGLIA CONTRO LA “CANCEL CULTURE”: “HO SEMPRE CRITICATO IL SESSISMO DI ROTH, MA PROTESTO CONTRO IL RITIRO DELLA BIOGRAFIA DOPO LE ACCUSE DI MOLESTIE ALL'AUTORE. È UN ATTENTATO GRAVISSIMO ALLA LIBERTÀ INTELLETTUALE” – “IL METOO? SI È  SUPERATO IL CONFINE: CONOSCO UOMINI DISTRUTTI DA ACCUSE INFONDATE…”

Alessandra Sarchi per “La Lettura - Corriere della Sera”

 

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Parlare al telefono con Vivian Gornick è emozionante. Incontrare questa «nonna» della seconda ondata del femminismo americano, come lei stessa si definisce, storicizzando un movimento che negli Stati Uniti ha avuto e ha tuttora una portata sociale enorme, significa misurarsi con l'intelligenza acuta, lo spirito libero, la profonda conoscenza letteraria di una delle più stimate giornaliste culturali, saggiste e scrittrici d'Oltreoceano.

 

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Nata nel 1935 nel Bronx, a New York, da una famiglia ebrea all'interno della quale si coltivavano simpatie per il comunismo che l'autrice ebbe modo di sviluppare negli anni del college, Vivian Gornick visse una svolta importante, all'inizio degli anni Settanta, con l'adesione al gruppo «New York Radical Feminists», fondato da Shulamite Firestone. Collaboratrice di svariati periodici e quotidiani - «The Village Voice», «The Atlantic Monthly», «The New Yorker» e «The New York Times» - Gornick ha sempre intrecciato la riflessione sulla letteratura a quella sulla società e sul ruolo delle donne in particolare. Il saggio La fine del romanzo d'amore pubblicato per la prima volta nel 1997, esce ora nella traduzione di Gabriella Tonoli per Bompiani. Da lì prende le mosse la nostra conversazione.

 

la fine del romanzo d'amore vivian gornick

Attraverso l'analisi di numerosi autori europei e americani del Novecento, lei ha sostenuto che la passione, l'amore e il matrimonio, dopo essere stati per oltre un secolo e mezzo materia di molti romanzi, non possono essere più al centro della letteratura. Nel frattempo, dal 1997 a oggi, gli editori hanno continuato a pubblicare libri su quei temi.  È sempre convinta della sua tesi? (Ride prima di rispondere)

 «Certo, nel frattempo le persone hanno continuato a innamorarsi, e continueranno a farlo, ma l'amore come esperienza che ti cambia la vita, come metafora conoscitiva non può più funzionare per la letteratura. Un tempo, almeno fino alla mia generazione, perdere la verginità, sposarsi, uscire di casa erano tappe di una crescita che bene o male modellavano l'individuo e ne determinavano la sorte.

 

Oggi l'apprendistato di conoscenza che si faceva all'interno di una relazione amorosa è disseminato in decine di altri rapporti, il matrimonio non è il coronamento di una vita per nessuno, controbilanciato com' è dal divorzio, e qualsiasi libro che ponga al centro una storia d'amore in senso romantico è un libro irrilevante o destinato a diventarlo in breve tempo».

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Ne «La fine del romanzo d'amore» ha indicato alcune autrici - Edith Wharton, Virginia Woolf, Willa Cather, Kate Chopin - che fin dall'inizio del secolo scorso hanno raccontato la crisi del modello dell'amore romantico e messo in discussione il matrimonio come spazio in cui l'individuo, e la donna in particolare, si realizza. Una scrittrice o uno scrittore che sia interessato a esplorare le relazioni umane, cosa e come dovrebbe raccontare oggi?

«Le relazioni umane sono e saranno sempre materia letteraria, ma viviamo una realtà molto complessa e frammentata, senza fondamenta. Individuo e comunità sono dispersi. Penso alla scrittrice Rachel Cusk come a una fedele testimone del nostro tempo: racconta rapporti umani.

 

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Che siano all'interno di relazioni durature o di incontri fugaci, i suoi personaggi hanno un disperato bisogno di parlare di sé, ma lo fanno con una miriade di dettagli di superficie, non affondano mai, la sorgente del loro disagio o la sua possibile soluzione rimangono opachi o inattingibili.

 

La scrittura di Cusk è analitica, fredda, precisa. Per certi aspetti mi ricorda le scritture esistenzialiste del dopoguerra, ma lì c'era il grande trauma bellico a fare da motore, mentre ora l'alienazione è fra noi senza che se ne possa attribuire la causa a una guerra».

 

A proposito del racconto di Edna O' Brien «Una rosa nel cuore di New York» lei ha detto che ogni forma di intimità, non solo fra amanti, ma anche fra madre e figlia, è feroce ed erotizzata, perché implica lo sforzo continuo di trovare un equilibrio fra attaccamento e distacco. Nel romanzo contemporaneo ritiene che il rapporto madre-figlia abbia avuto maggiore spazio rispetto al passato?

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 «L'intimità, propria di tutti i rapporti importanti, mette a nudo, e la nudità ci fa sentire vulnerabili al pari della dipendenza affettiva. Come individui abbiamo bisogno di preservare il nostro sé, e resistere alla tentazione illusoria della fusione.

 

Questo è estremamente vero per il rapporto madre-figlia. Quando scrissi il memoir Fierce Attachements (tradotto in italiano con il titolo Legami feroci , ndr ) nel 1987, ancora poco era stato raccontato in maniera diretta e personale del rapporto con la madre. Scoprire che attraverso quel rapporto passava molto eros fu per me determinante.

 

Erotico divenne la parola chiave. Lo sbilanciamento di potere, il gioco dei ruoli potevano essere letti non diversamente che in una relazione amorosa. Da allora sono passati quasi quarant' anni (ride) , mi pare che la letteratura sia avanzata in questa direzione».

 

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Riguardo a tre scrittori americani - Raymond Carver, Richard Ford, Andre Dubus - lei fa un'osservazione sottile e stringente: non possono essere tacciati di maschilismo e ciononostante rimpiangono che le cose non siano più come erano un tempo fra uomini e donne. Rimpiangono un mondo in cui le donne si arrendono all'amore come qualcosa di fatale, non lottano per avere gli stessi diritti degli uomini, ma considerano il matrimonio una terra promessa. Potremmo dire che il romanzo d'amore è stato sostituito dal romanzo del conflitto fra i sessi? (Fa un lungo sospiro prima di rispondere)

«Mi piacerebbe poter leggere un romanzo contemporaneo che racconti davvero il luogo difficile e spinoso in cui si consumano oggi i rapporti fra uomo e donna. Il conflitto è sempre un buon punto di partenza per la letteratura, ma quello fra i due sessi è ancora in via di definizione: abbiamo incorporato talmente tanto le convenzioni di una cultura maschilista che un confronto alla pari è ancora di là da venire.

 

philip roth blake bailey

Cosa accade a una coppia oggi? A quali pressioni individuali e sociali è sottoposta? Una scrittrice come Nadine Gordimer, così raffinata nell'addentrarsi nei giochi di ruolo e nelle mille pieghe dei rapporti di subordinazione e potere, avrebbe potuto raccontarlo. Io sono ancora in attesa di un romanzo del genere».

 

Saggista, scrittrice, critica letteraria fra le più apprezzate nel mondo anglosassone, lei non ha mai avuto timore e remore a esprimere giudizi articolati e prese di distanza anche da scrittori titanici e intoccabili come Philip Roth o Saul Bellow. Ammiro tanta libertà e onestà intellettuale. Ha mai incontrato forme di censura?

 «No. Una delle cose migliori degli Stati Uniti, che per altri versi sono un Paese con molti problemi, è la libertà di espressione che dagli anni Sessanta in poi, cioè in coincidenza con i movimenti della cosiddetta controcultura, è diventata un caposaldo inviolabile.

 

philip roth

Proprio in nome di questa libertà, io che da femminista ho sempre criticato il sessismo di Philip Roth, mi trovo oggi a difendere la sua biografia scritta da Blake Bailey - chi lo avrebbe mai detto? - e protesto contro il suo ritiro dal mercato da parte dell'editore dopo le accuse di molestie all'autore. È un attentato gravissimo alla libertà intellettuale. Bisogna lottare contro questa nuova mania di censura.

 

Non lasciare che si impadronisca delle pratiche culturali e le inquini, mettendo al bando le opere di autori e autrici con i quali possiamo divergere, ma che meritano conoscenza e rispetto».

 

#MeToo e Cancel Culture intrattengono dunque una forma di rapporto con effetti negativi sulla cultura?

«Sono una sostenitrice della prima ora del movimento #MeToo, ma non posso negare che in certi casi si sia superato il confine: conosco uomini distrutti da accuse infondate. D'altra parte, bisogna tenere presente che dopo quarant' anni di femminismo - la cosiddetta seconda ondata di femminismo - negli Stati Uniti i risultati sul piano dei diritti e del riconoscimento per le donne erano, e sono ancora inadeguati: troppe disuguaglianze fatte passare come la norma, troppe discriminazioni, troppa violenza.

 

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Le donne di oggi sono molto più arrabbiate di quanto fossimo noi, e quando entra in gioco la rabbia senza più freni non sai mai come andrà a finire. Il conflitto è aperto. La Cancel Culture è un'estremizzazione del politically correct, un'altra forma di radicalismo alimentata da rabbia, repressione e mancato riconoscimento. Tutto questo, però, non deve in nessun caso portare alla censura.

 

Qualsiasi scrittore, artista o intellettuale dovrebbe schierarsi contro la censura». È sempre convinta del nesso, più volte sostenuto nei suoi saggi, fra come leggiamo i libri e come viviamo? «Più che mai. Nel modo in cui leggiamo siamo condizionati dal momento che stiamo vivendo, dai problemi che stiamo affrontando, dalle emozioni che ci attraversano.

 

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Per questo rileggere a distanza è così importante e per questo lo è altrettanto tenere presente che lo sguardo di chi scrive è sempre collocato, nel tempo, nella storia, nel genere, almeno quanto quello di chi legge. Quando ero al college ero interessata alle teorie marxiste, dieci anni dopo scoprivo la psicoanalisi, poi il femminismo, ogni tappa ha avuto un'influenza nel determinare l'angolazione dalla quale leggevo, non solo i libri, ma la vita».

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