farouk kassam -3

“I MIEI RIFIUTI VENIVANO RICAMBIATI CON FRUSTATE SULLA SCHIENA” - FAROUK KASSAM RIPERCORRE I SUOI 177 GIORNI DI PRIGIONIA QUANDO A 7 ANNI VENNE RAPITO IN SARDEGNA DAI BANDITI CHE SI MISERO IN TASCA 5 MILIARDI E 300 MILIONI DI LIRE PER LA SUA LIBERAZIONE - LA GROTTA INFESTATA DI TOPI, LA PISTOLA COME UNICO GIOCATTOLO, LE ORECCHIE RIEMPITE DI COLLA PER NON SENTIRE I DISCORSI DEI RAPITORI E LA MUTILAZIONE: “NON POTRÒ MAI PERDONARE…”

Michela Proietti per "www.corriere.it/sette"

 

farouk kassam 3

Ci sono due date nella vita di Farouk Kassam che vengono ignorate nel calendario: il 15 gennaio e l’11 luglio, il giorno del suo sequestro e quello della sua liberazione. «Il primo è un lutto, l’altro è un avvenimento che in famiglia tutti evitano di ricordarmi e soprattutto di festeggiare», dice Farouk, che oggi ha 36 anni e vive tra Roma e Dubai, dove si occupa di investimenti immobiliari e finanziari.

 

farouk kassam 2

Due date: il 15 gennaio 1992 il suo volto di bambino è diventato famoso in tutta Italia, e non solo, dopo il sequestro nella villa dei genitori a Porto Cervo organizzato dal bandito Matteo Boe.

 

Per il suo rilascio venne pagato uno dei riscatti più alti mai visti per un sequestro di persona, si parla di 5 miliardi e 300 milioni di lire (cifra più volte smentita, al ribasso), nonostante durante la prigionia i banditi gli ricordassero come per i genitori lui non contava nulla e preferivano tenersi stretti i loro soldi. Le parole pronunciate dal padre Fateh Ali Joseph all’epoca, «io non pago per ciò che è mio», con l’intento di abbassare le pretese dei sequestratori (fu fatta una richiesta iniziale di 15 miliardi di lire), inasprirono la situazione.

 

«Ho pensato spesso che sarei morto»

farouk kassam 4

«I sequestratori leggevano tutti i giornali: a 7 anni non avevo la percezione chiara di cosa stesse succedendo ma ho pensato spesso che sarei morto, perché ogni tanto veniva pronunciata la parola “uccidere”. Forse non parlavano di me, ma ero certo che a fare una brutta fine sarei stato io».

 

Farouk Kassam è un ragazzo sorridente ed elegante: è l’evoluzione coerente di quel bambino con gli occhi vispi e il neo sulla guancia destra. Come tanti altri ragazzi della sua età sta trascorrendo le vacanze in Sardegna con un gruppo di amici. Ma l’isola, per lui, ha ovviamente un significato in più: «Questo posto è casa mia, non ho mai commesso l’errore di rinnegare la Sardegna per quello che è accaduto. Non è stata questa terra a ferirmi, è solo il luogo dove si è consumato un fatto grave: ma non posso dimenticare la bellezza che mi ha dato e la dolcezza dei primi anni di vita».

la grotta della prigionia di farouk kassam 1

 

La prigionia nel bosco, l’escursionismo da libero

Oggi Farouk vive tra Dubai, Roma e la Sardegna: dopo gli studi alla l’École française di Roma si è laureato in Economia aziendale e ha frequentato a Los Angeles un master in Trade and Commerce, per poi lavorare a New York. Cinque anni trascorsi negli Stati Uniti, nel mezzo la parentesi di un bar aperto tra il 2007 e il 2009 ad Olbia, perché la Sardegna è rimasta una costante della vita di Farouk.

 

«Sono sempre tornato, tranne quando ero negli Stati Uniti per via del visto: qui ho tanti amici, amo questa natura e appena arrivo faccio lunghe gite in gommone e passeggiate nei boschi, con il mio drone per fare riprese dall’alto». È proprio in un bosco che il piccolo Farouk si risveglia all’indomani del rapimento. Il suo sequestro avviene nella villa dei genitori a Pantogia, la collina sopra Porto Cervo, dove la famiglia gestisce l’hotel Luci di la Muntagna.

 

farouk kassam 1

Mamma e papà legati con il filo di ferro

Quando Farouk viene strappato dalla sua famiglia griderà: «Non portatemi via, voglio stare con il mio papà». Papà Fateh e mamma Marion però sono immobilizzati, legati alla sedia della cucina con il filo di ferro. «Quella è la scena che ho rivisto per tanto tempo davanti ai miei occhi: uomini armati che si avvicinano in passamontagna al mio lettino, mentre ero già sotto le coperte e in pigiama», ricorda Farouk. «Tutto velocissimo e al tempo stesso al rallentatore.

 

la grotta della prigionia di farouk kassam 3

I sequestratori mi hanno preso sulle spalle, poi hanno puntato una pistola alla tempia di mio padre e hanno detto: “Vedi di vendere tutto ciò che hai, solo allora rivedrai tuo figlio”». Quando l’automobile si allontana Fateh Kassam riesce ad azionare il comando dell’allarme collegato con la centrale dei vigilantes. Le guardie giurate, i carabinieri e la polizia che si precipitano nella villa incontrano un’auto bianca che procede in direzione contraria alla loro, ma non sanno che lì dentro ci sono Farouk e i suoi rapitori.

 

Narcotizzato e portato in una grotta

la grotta della prigionia di farouk kassam 2

«Sicuramente sono stato narcotizzato, perché in macchina ho dormito. Il momento in cui ho cominciato a rendermi conto di qualcosa è stato all’indomani, quando abbiamo cambiato l’auto e siamo saliti su un furgone». La grotta di Lula, dove Farouk trascorrerà i suoi 177 giorni di prigionia, è in cima a una montagna, un pertugio lungo 18 metri, rivestito di calcare per la grande umidità. Il letto preparato per lui è un giaciglio di foglie: solo una volta liberato si scoprirà che le gambe esili come grissini sono dovute a mesi di immobilità.

 

«Dovevo stare sdraiato e voltato da una parte: mi era concesso un unico campo di visione». Le violenze dei suoi aguzzini sono purtroppo confermate. «Non credo fosse legato al fatto che mio padre è musulmano, ma l’unico cibo che mi veniva offerto era il porceddu, carne di maiale, che peraltro io mangio ma che per un bambino di 7 anni è molto pesante: i miei rifiuti venivano ricambiati con frustate sulla schiena».

la grotta della prigionia di farouk kassam 6

 

«Mi hanno dato una pistola scarica per giocare»

Nessuno svago: giornate interminabili ingannate disegnando con un sassolino sulla parete una casa. Probabilmente quella dove sognava di tornare. «A un certo punto mi hanno dato una pistola scarica, quello è diventato il mio gioco: ricordo giornate intere a maneggiare quell’arma tra le mani». E poi i topi, tanti, grandi.

 

la grotta della prigionia di farouk kassam 4

Quando Farouk viene liberato chiede alla madre di comperare tante trappole per topi, da tenere in casa. Poi, quando già si sono trasferiti a Nizza, esprime il desiderio di poter avere un hamster, uno di quei criceti che girano nella ruota. «Mia mamma era incredula: ma prima o poi credo che le persone debbano affrontare le proprie fobie e conviverci. L’unica cosa che ancora oggi mi dà un po’ di ansia è il campeggio: ai miei amici dico “Ok ragazzi, ma non più di una notte fuori”».

 

Credevano fosse parente dell’Aga Khan

Perché è successo proprio a me? Anche Farouk si è fatto più volte la domanda che le persone si pongono quando la propria vita viene travolta e devastata da una malattia o un fatto grave. «Fu un errore di valutazione che portò a confondere il grande legame tra la mia famiglia e l’Aga Khan con una parentela». Il nonno di Farouk, gran visir della religione ismailita, ha sempre curato gli interessi di Karim, dapprima in Costa Smeralda, poi in Costa d’Avorio e in Pakistan.

 

la grotta della prigionia di farouk kassam 5

«L’Aga Khan diede a mio nonno il terreno dove abbiamo costruito l’hotel, ma non eravamo quei nababbi che tutti immaginavano: quando venne disposto il blocco dei beni i miei genitori hanno avuto difficoltà a fare benzina e anche la spesa al supermercato». Mesi tragici, con la madre Marion che appare alla Messa solenne di Pasqua ad Orgosolo, patria del banditismo sardo. «Sono la mamma di Farouk, a voi e a tutte le mamme di quest’isola lancio il mio grido perché so che voi potete capirmi», dice in lacrime sull’altare, sfidando le regole della società barbaricina. Un gesto che muove l’opinione pubblica e di cui Farouk verrà a conoscenza molti anni dopo.

 

«Lungo recupero, ma la vera cura è stata la famiglia»

farouk kassam

«No, non ho mai ringraziato mia madre per questo gesto coraggioso. In fondo non ho ringraziato nessuno: però, la mia massima riconoscenza va proprio alla mia famiglia per quello che ha fatto dopo la mia liberazione. Ho fatto dei lunghi percorsi di recupero, ma è stata la famiglia la mia vera cura». Farouk si sposta i capelli, folti e mossi. «Ecco, anche se non ci pensassi più, questo mi ricorderà ogni giorno quello che è accaduto. Ma ormai fa parte del mio identikit».

 

Mentre mostra l’orecchio sinistro mutilato con una forbice da Matteo Boe, ricorda il dolore e un forte calore che lo fanno scivolare in un sonno profondo. «Al risveglio sentivo un battito forte su tutta la parte sinistra della testa». L’efferatezza che rivolta lo stomaco e la coscienza italiana viene consegnata all’altezza di una pietra miliare di una strada del Nuorese, avvolta in una busta da pacchi gialla e che, a chi lo raccoglie, sembra l’incarto di un sigaro.

 

Orecchie tagliate e riempite di colla

farouk kassam1

Le orecchie sono tragicamente prese di mira. Quando Farouk viene liberato vengono impiegate diverse ore per ripulirle: i sequestratori le hanno riempite di colla, una specie di Bostik, per impedire al bambino di ascoltare i loro discorsi. Ci vorranno diverse ore a mollo in acqua calda per togliergli di dosso la sporcizia. «Avevo i vestiti incollati indosso, non sono stato mai cambiato, le mie unghie erano artigli».

 

Gianmario Orecchioni, l’amico gallurese di famiglia che diventa il tramite tra i Kassam e i sequestratori, è presente al momento del rilascio: il suo ricordo del tanfo del piccolo Farouk è indelebile e costringerà a percorrere chilometri di strada con i finestrini dell’auto abbassati. Proprio a Gianmario, compagno di tiro al volo e di caccia al cinghiale di papà Fateh, Farouk consegna uno dei primi desideri: «Dammi un bazooka laser, quelli che “mi hanno rubato” da casa hanno tante armi e dobbiamo difenderci».

 

farouk kassam

I danni fisici, i mesi di silenzio e il futuro

Ossa decalcificate e difficoltà di parola: i medici che sentono parlare Farouk dopo mesi di silenzio obbligato parlano di miagolio. Quando mesi dopo tornerà nella grotta con gli inquirenti, nonostante il pieno recupero della capacità verbale ed espressiva, lascerà tutti di sasso: Farouk, una volta dentro, ricomincerà a miagolare. Il perdono è un processo lungo, ma in questo caso impossibile.

 

«Non potrò mai perdonare e lo dico senza rabbia, ma con la consapevolezza che non è nelle mie capacità. Non desidero incontrare nessuno di loro, non ho mai provato un senso di vicinanza a queste persone: oggi hanno saldato il loro debito con la giustizia, quello morale è un’altra cosa. Boe ha 60 anni ed è libero: mi auguro che spenda la tanta vita che ha davanti per fare cose migliori». Una freddezza che investe il latitante Graziano Mesina, uomo chiave nella trattativa.

farouk kassam 2

 

«Mediaticamente è stato molto abile a inserirsi nella mia vicenda, ma credo che l’abbia semplicemente usata per qualche suo tornaconto: non credo che all’epoca sia uscito di prigione per salvare Farouk. Oggi l’indifferenza è purtroppo la mia unica risposta»

farouk kassamfarouk kassamfarouk kassam 2farouk kassam oggifarouk kassam liberato farouk kassam 3farouk kassamfarouk kassam 5farouk kassam 4farouk kassam 1

 

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni marina berlusconi antonio tajani

DAGOREPORT – A PALAZZO CHIGI ALEGGIA DAVVERO UN CLIMA DA FINE IMPERO - AL VERTICE DI MARTEDÌ SCORSO IL NERVOSISMO DI GIORGIA MELONI HA SUPERATO LA SOGLIA DI GUARDIA, ACCUSANDO PESANTEMENTE SALVINI E TAJANI DI “TRADIMENTO” SULLE PREFERENZE (SE L’EMENDAMENTO VENISSE BOCCIATO ANCHE AL SENATO, LA “SFI-DUCETTA” DELLA CAMERA DIVENTEREBBE UNA CATASTROFICA "SFI-DUCIONA") - IL LEGHISTA HA SUBITO SMOLLATO LA PATATONA BOLLENTE SU FORZA ITALIA. L’EX MONARCHICO DI FERENTINO, FINO A IERI FEDELE ‘’CAMERIERE’’ DELLA DUCETTA, HA RIFILATO IL SOLITO BLA BLA DI SUPERCAZZOLE CON SCAPPELLAMENTO AI “VALORI DEL BERLUSCONISMO DA DIFENDERE'' – LA VERITÀ È CHE NÉ SALVINI NÉ TAJANI RIESCONO A CONTROLLARE I LORO PARLAMENTARI, AL PUNTO CHE LA MELONI, DISPERATA, AVREBBE CHIAMATO MARINA BERLUSCONI - LIQUIDATA DALLA ''CAVALIERA'' CON “NON HO AUTORITÀ SULLE SCELTE DEL PARTITO”, “IO SO’ GIORGIA” AVREBBE CHIUSO CON UN MINACCIOSO: “ME LO RICORDERÒ…”

ministero della giustizia giusi bartolozzi

FLASH – LA “ZARINA” È SEMPRE DI CASA A VIA ARENULA! PARE CHE QUESTA MATTINA GIUSI BARTOLOZZI, EX CAPO DI GABINETTO DI CARLO NORDIO, GIUBILATA DA MELONI DOPO LA SCONFITTA AL REFERENDUM, SIA TORNATA A FAR VISITA AI SUOI EX COLLEGHI AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA. E NON SAREBBE LA PRIMA VOLTA, NELLE ULTIME SETTIMANE – LA BARTOLOZZI, A QUANTO SPIFFERANO GLI “ADDETTI AI LIVORI”, SI SAREBBE INTRATTENUTA CON IL VICE-CAPO DI GABINETTO DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, VITTORINO CORASANITI, E CON LA RESPONSABILE DEL DIPARTIMENTO DELL’ORGANIZZAZIONE GIUDIZIARIA, LINA DI DOMENICO. DI COSA DOVEVANO PARLARE I DUE FUNZIONARI CON L'EX CAPETTA DI VIA ARENULA?

guido crosetto giorgia meloni roberto vannacci marina berlusconi

DAGOREPORT - L’IRRESISTIBILE ASCESA DEL FENOMENO VANNACCI SARÀ LA PIETRA TOMBALE DEL MELONISMO? IMBARCARE LA “FECCIA” DI FUTURO NAZIONALE AVREBBE CONSEGUENZE CATASTROFICHE PER MELONI & CAMERATI – FORZA ITALIA, PER LA VOCE DI FRANCESCO PAOLO SISTO, GIÀ AVVOCATO DI SILVIO BERLUSCONI E ATTUALE VICEMINISTRO DELLA GIUSTIZIA, HA GIÀ INVITATO I DEPUTATI AZZURRI CHE SI SENTONO ATTRATTI DALLE POSIZIONI DI VANNACCI, A "PASSARE IL RUBICONE". CIOÈ A TOGLIERSI DAI PIEDI E ACCOMODARSI ALTROVE - ALLO STESSO TEMPO LA PRESENZA DEL GENERALISSIMO RISCHIA DI TRAFIGGERE IL VERTICE DI FRATELLI D’ITALIA. IL PRIMO AD ALZARE I TACCHI SAREBBE DI CERTO IL CO-FONDATORE DEL PARTITO E MINISTRO DELLA DIFESA, GUIDO CROSETTO…

gianni alemanno giorgia meloni roberto vannacci

DAGOREPORT – SENZA UN’ALLEANZA CON VANNACCI, GIORGIA MELONI RISCHIA DI PERDERE LE PROSSIME ELEZIONI – E ALLORA A VIA DELLA SCROFA HANNO PROVATO AD AMMANSIRE IL GENERALE PER TIRARE IN COALIZIONE ANCHE FUTURO NAZIONALE – PECCATO CHE L’EX PARA’ SIA PAPPA E CICCIA, IN EUROPA, CON I NEONAZISTI DI AFD, NEL GRUPPO “EUROPA DELLE NAZIONI SOVRANE” – PER RENDERSI “POTABILE” A UNA COALIZIONE DI GOVERNO, VANNACCI DOVREBBE “RIPULIRSI” PARECCHIO, FARE PARECCHIE ABIURE, PENA L’OSTILITA’ DI BRUXELLES E DEL PPE (CHE HA IN AFD IL SUO NEMICO) – MA AL GENERALE CONVIENE DILUIRSI IN UN CENTRODESTRA CHE ANNACQUEREBBE LA SUA FASCIO-RETORICA O RESTARE ALL’OPPOSIZIONE E INGROSSARE I CONSENSI? LA SECONDA CHE HAI DETTO…

politecnico di milano rettrice donatella sciuto big mama

DAGOREPORT - L’ULTIMA FRONTIERA DELLA PARITA’ DI GENERE? LE UNIVERSITA’ MILANESI, PASSATE NEGLI ULTIMI DIECI ANNI DA ZERO A SEI RETTRICI - ORA, SULL’ESEMPIO DI MANFREDI A NAPOLI, QUALCUNA PENSA AL “GRANDE SALTO”. E’ IL CASO DELLA RETTRICE DEL POLITECNICO, DONATELLA SCIUTO: IN UNA INTERVISTA AL “CORRIERE” DICHIARA DI NON VOLERSI CANDIDARE E INVITA A VOTARE UN SINDACO DEL PD - DEL RESTO, NEL SUO ATENEO C’E’ APPENA STATO UN CONCORSO CON UNA SOLA CANDIDATA (GUARDA CASO!): LA EX PARLAMENTARE PD, LEYLA CIAGA’ – LA LAUREA IN URBANISTICA A BIG MAMA, LA CUI CANZONE “LA RABBIA NON TI BASTA” E’ STATA DEDICATA DALLA SCHLEIN ALLA MELONI. INSOMMA UN POLITECNICO ROSSO DI RABBIA…