“NON C'È PIÙ TEMPO” - BIDEN PREOCCUPATO DAGLI INCENDI IN CALIFORNIA E CHIEDE AI PAESI DI ACCELERARE GLI IMPEGNI CONTRO IL RISCALDAMENTO GLOBALE – A RISCHIO IL “GENERAL SHERMAN”, LA SEQUOIA PIÙ GRANDE DEL MONDO: I POMPIERO HANNO DOVUTO AVVOLGERLO CON COPERTE IGNIFUGHE DI ALLUMINIO PER SALVARLO – ALL’INCONTRO VIRTUALE SUL CLIMA MANCAVANO CINA E INDIA, PRIMO E TERZO INQUINATORE MONDIALE - LA RICHIESTA A PECHINO DI ANTICIPARE L’IMPEGNO DI ARRIVARE A ZERO EMISSIONI AL 2050 E' CADUTA NEL VUOTO...

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Paolo Mastrolilli per “la Stampa”

 

È sopravvissuto sulla Terra per oltre duemila anni, General Sherman. Quasi meglio dei dinosauri, se non altro perché è ancora qui. Fino a quando resterà con noi, però, è diventata un'incognita. Non perché si preveda il prossimo arrivo di un asteroide, come quello che avrebbe provocato l'estinzione degli animali più forti del nostro pianeta, ma per i danni che i cambiamenti climatici aiutati dall'uomo stanno già generando.

 

Gli incendi della California minacciano di ridurlo in cenere, al punto che i pompieri lo hanno avvolto in coperte ignifughe di alluminio per salvarlo. E il presidente Biden li ha usati ieri durante il Virtual Meeting of the Major Economies Forum on Energy and Climate, sollecitando tutti i Paesi a prendere impegni più decisi contro il riscaldamento globale, durante la conferenza Cop26 in programma novembre a Glasgow: «Non c'è più tempo. Il rapporto Onu codice rosso per l'umanità». 

 

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Lo Sherman di cui stiamo parlando non è il famoso generale della Guerra Civile. Questo è solo il nome che l'esploratore James Wolverton, secondo la leggenda, diede al più grande albero che avesse mai visto in vita sua, dopo averlo scoperto nel 1879 sulle montagne della California al confine col Nevada. 

 

Qualche anno dopo un gruppo di socialisti fondò nella regione la Kaweah Colony ispirata a Utopia, e cambiò nome alla sequoia gigante dedicandola a Karl Marx. Ignaro delle polemiche politiche di cui è stato protagonista, questo albero resiste da un periodo di tempo compreso fra 2.300 e 2.700 anni, abbondantemente prima di Cristo. 

 

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Misura 83,8 metri di altezza, mentre alla base ha una circonferenza di 31,1 metri e un diametro di 11,1 metri. Siccome la grandezza degli alberi si basa sul volume del tronco, con i suoi 1.487 metri cubici General Sherman sta al primo posto della classifica mondiale. Si trova nella Giant Forest del Sequoia National Park, e questo in teoria sembrerebbe garantirgli protezione eterna. Ci arrivano milioni di turisti guidando lungo la Sierra Nevada, che comprende le stazioni sciistiche di Lake Tahoe e lo Yosemite National Park. 

 

Una catena montuosa più associata alla neve, che al fuoco. Gli incendi naturali, peraltro, non sono così dannosi per le sequoie giganti, attrezzate per sopravvivere e trarne beneficio. Quelle fiamme, infatti, le aiutano a liberare i semi, e ripuliscono il terreno dove poi crescono i giovani alberi. È così da secoli, e i ranger del parco aiutano il processo naturale, anche accendendo fuochi controllati. Ha funzionato per oltre duecento anni, ma ora questa storia è bruscamente cambiata. 

 

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L'anno scorso il Castle Fire aveva ucciso tra 7.500 e 10.600 sequoie, ma era solo un campanello d'allarme. In questo momento General Sherman è circondato dal KNP Complex Fire, che mette insieme il Colony Fire, il Paradise Fire e il Cabin Fire. Colony ha bruciato finora 1.683 acri e Paradise 7.257, per un totale di oltre 9.300 acri, ossia oltre 37 chilometri quadrati. Ormai sono arrivati a circa un miglio dalla Giant Forest. La regione è stata evacuata e circa 360 pompieri cercano di spegnere le fiamme. 

 

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Vista la vicinanza all'albero più grande del mondo, hanno avvolto la base con coperte ignifughe di alluminio, nella speranza che lo aiutino a sopravvivere. «Stiamo prendendo misure straordinarie per proteggere la vegetazione», ha spiegato al Mercury News Christy Brigham, responsabile della gestione delle risorse al Sequoia National Park.

 

 Quindi ha aggiunto: «Questi alberi sono sopravvissuti a centinaia di incendi, nel corso di migliaia di anni. Però adesso ci sono stati un paio di cambiamenti fondamentali, cioè un secolo di soppressione dei fuochi, combinato con le siccità più calde generate dai cambiamenti climatici. Ciò significa fiamme più alte e più calde», che bruciano le sequoie e cuociono le radici. 

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Un'emergenza epocale, che Biden ha usato ieri durante il Virtual Meeting of the Major Economies Forum on Energy and Climate. Il presidente ha appena visitato le regioni del West più colpite dagli incendi, e ha scosso così i colleghi: «Dobbiamo agire, e dobbiamo farlo ora». Anche il segretario generale dell'Onu Guterres ha lanciato l'allarme, avvertendo che «siamo sull'orlo della catastrofe irreversibile, e la Cop26 rischia di fallire». 

 

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Al Virtual Meeting però mancavano proprio Cina e India, primo e terzo inquinatore mondiale col 27% e il 6,6% delle emissioni, da cui il fallimento potrebbe dipendere. Pechino si è impegnata a raggiungere il picco delle emissioni prodotte col carbone nel 2030, per poi arrivate «net zero» entro il 2060. Biden chiede di anticipare al 2050, ma Xi non lo ascolta. Nuova Delhi invece non ha ancora preso alcun impegno per arrivare a zero emissioni. 

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Entrambe ripetono l'abituale giustificazione, che accusa i Paesi sviluppati di aver inquinato il mondo, pretendendo ora che quelli in via di sviluppo rinuncino alla propria crescita. Così però il cane continua a mordersi la coda, fino a quando sulla Terra non ci saranno più cani o code da mordere, o sequoie come General Sherman.-

 

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