bambini addormentati sindrome della rassegnazione

“PENSAVO CHE OGNI MOVIMENTO AVREBBE POTUTO UCCIDERMI” - IL MISTERO DEI PICCOLI MIGRANTI SIRIANI CHE SI SONO ADDORMENTATI PER FUGGIRE DAGLI ORRORI DEL MONDO: I CASI SONO QUASI TUTTI IN SVEZIA E I MEDICI PARLANO DI “SINDROME DELLA RASSEGNAZIONE”, OVVERO DI UNA REAZIONE AL DOLORE E ALLA PAURA – I BIMBI DORMONO PER MESI O ANNI E VENGONO ALIMENTATI DA UN SONDINO – IL RACCONTO DI UN RAGAZZO CHE SI È RISVEGLIATO…

Walter Veltroni per il “Corriere della Sera”

 

 

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Sembra una favola nera. Ma succede nella realtà. Uppgivenhetssyndrom . «Sindrome della rassegnazione». L'hanno chiamata così, in Svezia. In quel Paese, chissà perché quasi solo in quel Paese, dall'inizio del nuovo millennio si è manifestata, con centinaia di casi, una sindrome fino ad allora sconosciuta. Una patologia, per ora chiamiamola così, che ha colpito centinaia di bambini tra gli otto e i quindici anni che cadono in una condizione prima di abulia e poi di letargo, di catatonia.

 

 

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E dormono, dormono per mesi o anni. Riguarda esclusivamente bambini e bambine che sono arrivati in Svezia dalle repubbliche dell'Ex Urss, dai Paesi balcanici e, più recentemente, ragazzi di origine yazida. Qualche caso è emerso in Australia, sempre tra bambini immigrati. Non è un virus, non è un problema genetico. È una reazione al dolore, alla paura. Un lungo articolo del New Yorker e il bel documentario «Sopraffatti dalla vita» hanno raccontato la natura del fenomeno. I bambini che si addormentano sono tutti figli di immigrati.

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Nella maggior parte dei casi, sono stati testimoni di violenze terribili avvenute nei loro Paesi e hanno vissuto il clima di terrore che ha spinto le loro famiglie a intraprendere un lungo e spesso spaventoso viaggio. La violenza è entrata nella loro vita nella forma di esperienza diretta - occhi di bambino che vedono morte - e nella condivisione di un'ansia, di un panico che stravolge un nucleo familiare e lo porta a lasciare la propria terra, le proprie relazioni sociali e a migrare verso luoghi sconosciuti: altri paesaggi, altra lingua, altre culture, altre persone.

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Ma, arrivati alla meta, l'ansia non smette di rincorrere i bambini e i loro genitori. L'attesa della cittadinanza, la Svezia ha molto ristretto l'accoglienza ai richiedenti asilo, è, per le famiglie dei migranti, un incubo. Terrorizza i bimbi il ritorno nella terra della violenza da cui sono fuggiti - spesso la madre è stata violentata o il padre picchiato davanti a loro - o il continuo cercare un luogo della terra dove avere il diritto di esistere.

 

 

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Il bambino non simula, lo hanno stabilito con certezza i medici e lo sanno i genitori che li alimentano con sondine e li trascinano nella stanza, per non fargli perdere il tono muscolare. Il bambino avverte un clima di paura in casa, sente il pericolo e fa scattare la sua estrema difesa, quella di fuggire in un sonno che è riparo, è fuga e conforto. E, dicono gli analisti, è anche l'unico contributo che un bimbo possa dare alla salvezza del suo nucleo familiare.

 

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Cosa può fare un bambino, di fronte alla paura del futuro, se non cristallizzare il presente nell'unica forma che gli è consentita? I bambini proteggono sempre i grandi, nei momenti più difficili. Lo fanno come possono, anche dormendo. Il documentario racconta due casi. In uno la richiesta di asilo è stata respinta.

 

 

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Alla prima bambina si è aggiunta allora la sorella più grande. E ora dormono insieme. La seconda famiglia ha invece ricevuto la lettera che concedeva il diritto a fermarsi e i genitori l'hanno letta alla figlia che dormiva da mesi. Pian piano la bambina è tornata a vivere. I medici sostengono che i piccoli, dal loro sonno, percepiscono il clima della famiglia. Lo avvertono dal tono delle voci, dai gesti di cura che ricevono. La serenità è la loro sveglia.

 

 

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Uno dei ragazzi che è «tornato» ha detto al New Yorker : «Non avevo più volontà, ero molto stanco. Mi sentivo come dentro una gabbia di vetro con pareti sottili nel profondo del mare. Parlando o muovendomi il vetro si sarebbe rotto e l'acqua mi avrebbe ucciso, ogni movimento avrebbe potuto uccidermi». Protezione di se stessi e della propria famiglia, bisogno di sicurezza e di serenità. Questo chiedono i bambini che si addormentano. Non c'entra nulla Biancaneve.

 

 

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Non ci sono mele stregate e principi azzurri. Qui c'è il dolore squassante di vite stracciate da traumi prodotti non da calamità, ma da uomini. L'esperienza del trauma prodotto da altri esseri umani, specie se vissuta nel tempo giovanile, lascia un senso di irredimibile terrore. La minaccia non è un'alluvione ma è l'altro, l'umano, e, spesso, l'altro che detiene il potere. Il potere della forza, della violenza. Il potere di mutare il destino tuo e della tua famiglia.

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Ma forse è proprio il mondo degli adulti, quello del potere, che soffre di «sindrome della rassegnazione», accettando ormai che elementari principi di umanità vengano calpestati da considerazioni di opportunità o, peggio, di volubile consenso. Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoah, di fronte ad un bambino impiccato che non riusciva a morire pensò: «Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare: Dov' è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva. Dov' è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca».

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I bambini capiscono molto più di quanto i grandi pensino e la loro mente, specie in quel tempo della vita, è attraversata da una tempesta di sogni e mostri, di desideri e paure, tutte estreme. Quei bambini che dormono, senza saperlo, vogliono salvare il mondo. La loro «rassegnazione» è un grido. È un appello ai non rassegnati. Svegliatevi, per svegliarci.

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