identita

MA “L’IDENTITÀ” E’ UN BENE O UN MALE? PANARARI: “L’ANTROPOLOGO FRANCESCO REMOTTI PROPONE LA NOZIONE DI ‘CON-DIVIDUO’ CONTRO QUELLA DI IDENTITÀ. IL SOGGETTO UMANO COME INSIEME DI CONDIVISIONI, PARTECIPAZIONE E INDIVIDUALITÀ; E UN SOGGETTO INCOMPLETO E IN DIVENIRE, SUL QUALE INFLUISCONO CULTURE, RAPPRESENTAZIONI ED EVENTI CHE, DI VOLTA IN VOLTA, LO RIDEFINISCONO. CIASCUNO E’ UN'“OPERA APERTA”, ANELLO DELLA RETE BASATA SULLA CONVIVENZA E NON SULL'ESCLUSIONE”

Massimiliano Panarari per “la Stampa”

 

MARC AUGE

Problema o risorsa? La dicotomia, che si riaffaccia come un ritornello nella discussione pubblica a proposito dell' immigrazione, si può applicare anche a una categoria assai più astratta: l'identità. Tutto cominciò negli Stati Uniti con l'identity politics, rivendicata dalle minoranze etniche e sessuali, per arrivare sino all'identitarismo, mutato di segno e di volto, della campagna elettorale che ha condotto i «bianchi dimenticati» a decretare il trionfo di Trump. Un oggetto pieno di spine e, al tempo stesso, assai scivoloso da maneggiare quello dell'identità; perciò si rivela utile rivolgersi a degli autentici specialisti della materia quali gli antropologi.

 

FRANCESCO REMOTTI - SOMIGLIANZE

Come Marc Augé, che al tema dell' alterità - rovescio dell'identità - ha consacrato una vita di ricerche, anche sul campo. E che nella raccolta di saggi Chi è dunque l'altro?

(Raffaello Cortina, pp. 256, 24) travasa mezzo secolo di riflessioni, invitando - sulla scorta dell' artista multimediale Antoni Muntadas - a praticare l'«arte del décalage» e dello spostamento delle culture, e a posizionarsi all'«incrocio delle certezze».

 

Ossia a mettere in discussione la visione dell' identità quale deposito storico-culturale unitario e immobile che produce uniformità tra le persone; e proprio per questo, al cospetto degli eccessi del multiculturalismo, da vero francese repubblicano Augé ribadisce il valore della laicità intesa quale primato dell' autonomia dell' individuo sull' adesione culturale (e identitaria).

 

E, ancora, si possono leggere antropologi come Francesco Remotti, autore di Somiglianze. Una via per la convivenza (Laterza, pp. 400, 24), il quale, già alla metà degli anni Novanta, scrisse un libro Contro l' identità (sempre per Laterza), in cui la assimilava a una «parola avvelenata». Lo studioso vuole mettere in guardia dai razzismi culturali, da cui è assai facile passare agli identitarismi biologici, e contesta l' idea delle «radici cristiane dell' Europa».

FRANCESCO REMOTTI

 

Si dichiara, infatti, sostenitore di una «logica meticcia» e di un dialogo trasformativo attraverso il quale non ci sarebbero più un «noi» e degli «altri», ma la conversione in qualcosa di inedito, da una parte e dall' altra. Perché l' identitarismo è pericoloso, l' identità va concepita a suo giudizio al più «come un' aspirazione», e ciò che esiste nella realtà sono piuttosto «gli intrichi di somiglianze e differenze».

 

Nello Barile - Politica a bassa fedelta

Remotti ricorda, come già aveva intuito Esiodo descrivendo l'età del ferro nella Beozia dell' VIII-VII secolo a. C., che soltanto dal senso di somiglianza - che è anche condivisione - tra gli esseri umani può scaturire la possibilità della convivenza. Mentre la contemporaneità ci ha scaraventati in una rinnovata età (populista) del ferro, che rimette al centro l' intransigentismo della differenza non negoziabile e la contrapposizione - come segnala, in politica, il trionfo della polarizzazione che rigetta il dialogo e il compromesso.

 

Che è anche quella che ha imposto nell'agenda pubblica il localismo e la riterritoralizzazione, di cui l' antropologia postmoderna non è riuscita a conseguire la cancellazione, come nota il sociologo Nello Barile in Politica a bassa fedeltà (Mondadori Education, pp. 208, 14); e la politica «a bassa fedeltà» punta, difatti, a strutturare il legame di un leader con una comunità aggregata da una qualche identità.

 

Paolo Ercolani Figli di un io minore

Ed è quella che, esattamente nella medesima ottica, assume pure il volto dell'identitarismo digitale, edificato a partire dall' identità precostituita dai social media, dove ci si definisce in funzione delle logiche commerciali che li governano, e di quelle quantitative che si esprimono nel numero di condivisioni e «like» ricevuti, come scrive il filosofo Paolo Ercolani nel suo Figli di un io minore (Marsilio, pp. 333, 16) .

 

Di fronte all'identità forzosa e coatta, che è (quasi) sempre artificiosa, gli antidoti provengono, nuovamente, dall' etnologia; e Remotti recupera a tal proposito un filone di studiosi del Novecento che dal missionario protestante (e amico di Marcel Mauss) Maurice Leenhardt e da Lucien Lévy-Bruhl arriva sino a Clifford Geertz.

FRANCIS FUKUYAMA - IDENTITA

 

Quello dell' antropologia relazionale o «dividuale», formatasi nell' indagine sul terreno presso popolazioni non occidentali (come i kanak della Nuova Caledonia), che rilevò l'esistenza di modelli sociali e comportamentali diversissimi dal paradigma dell'individualismo metodologico e proprietario. Quella di individuo, però, costituisce una categoria troppo radicata (e, vogliamo aggiungere, imprescindibile) per la mentalità dell'Occidente; e così, rifacendosi a Joao de Pina-Cabral, Remotti propone la nozione di «con-dividuo» contro quella di identità.

 

Il soggetto umano come una «molteplicità sufficientemente organizzata», un insieme di condivisioni, partecipazione e individualità; e un soggetto incompleto e in divenire, sul quale influiscono culture, rappresentazioni ed eventi che, di volta in volta, lo ridefiniscono.

In un certo senso, ciascuno di noi come un'«opera aperta», potenziale anello della rete di una politica fondata sul riconoscimento del pluralismo e l' accettazione reciproca delle differenze. Sulla convivenza, quindi, anziché sull' esclusione.

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