andrea dini e attilio fontana

PROVACI ANCORA, ATTILIO - COME MAI I CONTI DI FONTANA E QUELLI DI “DIVA TRUST”, CHE CONTROLLA SOCIETÀ DEL COGNATO, HANNO LO STESSO INDIRIZZO, QUELLO DELLA SEDE DELLA UNIONE FIDUCIARIA? I PM VOGLIONO CAPIRE SE IL GOVERNATORE NON ABBIA INTERESSI OCCULTI NELLA SOCIETÀ DEL COGNATO, VISTO I MOVIMENTI AL MOMENTO INSPIEGABILI SUL SUO CONTO SVIZZERO, APERTO NEL 2015 DOPO AVER SCUDATO 5 MILIONI E 300 MILA EURO CHE ERANO ALLE BAHAMAS - E C’E’ UN ALTRO PUNTO DA CHIARIRE…

Paolo Colonnello per “la Stampa”

 

andrea dini attilio fontana

In questa storia pasticciata di camici venduti in parte e poi in parte donati alla Lombardia dal cognato del governatore Attilio Fontana, ci sono un paio di dettagli che i magistrati milanesi vorrebbero capire meglio per proseguire l'inchiesta nell'ipotesi, al momento, di frode in pubbliche forniture. Il primo, sicuramente il più interessante e dirimente, riguarda l'eventuale incrocio tra i conti del presidente della Lombardia e suo cognato Andrea Dini, titolare della società Dama Spa, di cui è proprietaria anche al dieci per cento la sorella Roberta, moglie del governatore.

 

i movimenti del conto svizzero di fontana - fonte domani

Come è ormai noto, Fontana, pur avendo dichiarato pubblicamente il 7 giugno di «non sapere nulla di questa procedura», il 19 maggio cercò di "risarcire" il cognato bonificando 250 mila euro, quasi l'intero valore della merce consegnata da Dini alla Regione, attraverso l'Unione Fiduciaria. La società che gestisce il mandato ad operare sul conto svizzero del governatore acceso presso Ubs. La stessa fiduciaria, trovando singolare la causale («Acconto fornitura camici a favore di Aria spa») e imponente la cifra versata da una personalità politica, bloccò l'operazione e fece partire una segnalazione a Bankitalia e quindi alla Procura.

 

I magistrati però sono rimasti colpiti dal fatto che nei database dell'Unione Fiduciaria esiste anche una Diva Trust con un codice identificativo creato nel 2018 e che ha come indirizzo e sede legale proprio la stessa Unione Fiduciaria. Il punto è che Dama Spa di Andrea Dini è controllata dalla Diva Spa, il cui 90 per cento è amministrato da Credit Suisse Servizi Fiduciari Srl in qualità di trustee del Diva trust. Un conferimento avvenuto nel 2016, mentre fino al 2015 il 90 per cento delle azioni dell'azienda era controllato direttamente dall'imprenditore Andrea Dini.

 

ATTILIO FONTANA E LA FIGLIA MARIA CRISTINA

Succede così che i conti del governatore e Diva Trust («una mera coincidenza» puntualizza la difesa Dini) hanno lo stesso indirizzo: via Amadei 4, Milano, sede della Unione Fiduciaria.

 

GLI ACCERTAMENTI DEI PM

Effettivamente, una singolare coincidenza su cui la Procura sta svolgendo accertamenti, almeno per escludere che non vi siano interessi incrociati tra i due conti, ovvero che il governatore non abbia interessi occulti nella società del cognato, visto i movimenti al momento inspiegabili sul suo conto svizzero, aperto nel 2015 dopo aver scudato 5 milioni e 300 mila euro ricevuti in eredità dalla madre e da due trust creati alle Bahamas nel 2005.

 

roberto maroni attilio fontana matteo salvini

Conto che, a suo dire, sarebbe dovuto rimanere inerte negli anni e che invece tra il 2010 e il 2015 mostra fluttuazioni importanti, tra entrate e uscite, che variano dai 400 agli 800 mila euro. Che soldi sono? «Si tratta degli investimenti sul capitale fatti dalla banca, a volte guadagnavano a volte perdevano», spiega il difensore Jacopo Pensa che sta attendendo dalla Svizzera la documentazione bancaria che lo comprovi. Ma intanto la procura sta svolgendo i suoi controlli. Se la documentazione bancaria dovesse confermare la versione della difesa, è chiaro che la posizione di Fontana si alleggerirebbe parecchio.

 

ATTILIO FONTANA

La seconda questione è relativa invece al mistero di come Dini, pur sapendo di essere in conflitto d'interessi, accettò tranquillamente di partecipare alla fornitura della Regione e non per un solo appalto come finora si è sempre scritto, ma per due. Dalle indagini è emerso infatti che su «indicazione» dell'assessore regionale Raffaele Cattaneo - figura chiave di tutta questa storia e in quel periodo a capo dell'unità di emergenza che doveva reperire camici ovunque - la "Dama Spa, aveva offerto altri 200 mila camici ad Aria, la centrale acquisti della regione Lombardia a integrazione del primo ordine da 75 mila camici.

 

ATTILIO FONTANA E MELANIA RIZZOLI

Lo dimostrerebbe una mail, ora acquisita dalla Procura, datata 22 aprile, ovvero 6 giorni dopo il primo ordine, formalizzato il 16 dello stesso mese. Come mai Cattaneo, che sapeva perfettamente che Dini era il cognato del presidente, lo invita a diventare fornitore della Lombardia senza chiedergli alcun documento che certifichi il conflitto d'interessi?

 

La richiesta di integrare la prima fornitura venne inviata direttamente a Filippo Bongiovanni, all'epoca direttore generale di Aria e non si capisce perché, quando la trasmissione Report chiese di poter prendere visione delle aziende fornitrici della regione, proprio il nome di Dama, sparì dall'elenco.

 

attilio fontana si mette la mascherina

FUTURO IN BILICO

Piccoli gialli, dettagli da chiarire, che costellano un'inchiesta definita dagli stessi magistrati "fluida" ma che pende come una pericolosa spada di Damocle sul futuro del governo della Regione ormai da anni saldamente in mano leghista e quindi sul futuro dello stesso segretario del Carroccio Matteo Salvini, che del governatore Fontana è il primo garante, avendo messo la sua ex compagna, Giulia Martinelli, a capo della stessa segreteria del presidente.

 

Anzi, sarebbe stata proprio lei, il 10 maggio scorso, dopo essere stata informata dall'ex direttore generale di Aria Bongiovanni, ad avvisare Fontana che anche suo cognato figurava tra i fornitori della regione, lasciandolo "sbigottito", come ha dichiarato in un verbale difensivo raccolto dal legale del governatore a testimonianza della buona fede di Fontana.

attilio fontana 4

 

Il problema però rimane ed è tutto in quella fornitura parziale dei camici: 75 mila nell'ordine concordato con la società di Dini, 50 mila quelli consegnati e improvvisamente trasformati in donazione dopo una telefonata di Fontana del 18 maggio. Il resto la Gdf lo ha sequestrato nei giorni scorsi, perché la procura, grazie a una conversazione whatsapp, è convinta che Dini stesse per rivendere i 25 mila camici mancanti a una onlus varesina.

 

La difesa dell'avvocato Giuseppe Iannaccone è chiara: «In quel messaggio non si parla di camici da vendere ma di tessuti e c'è una bella differenza. I camici erano ancora a disposizione della Regione». Rimane però singolare il fatto che la Regione pur avendo estremo bisogno in quel periodo dei camici, non pretese la consegna della merce rimanente dopo l'annuncio della donazione di Dini. E mentre i magistrati attendono di sbobinare il resto delle conversazioni dai telefonini sequestrati del cognato, la prossima tappa sarà sugli interrogatori dei due principali protagonisti: Dini e Fontana.

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