giuseppe conte luca ricolfi

QUALI SONO I VERI NUMERI DEL CORONAVIRUS IN ITALIA? – LUCA RICOLFI: “LE STIME DICONO CHE IL NUMERO DEI CONTAGI POTREBBE ESSERE 100 VOLTE TANTO” – LA COSA PIÙ PREOCCUPANTE SONO I DECESSI: “L'ITALIA È FRA I PAESI IN CUI PIÙ LENTA È LA DISCESA DOPO IL PICCO DEL CONTAGIO E LA MESSA IN ATTO DELLE MISURE DI CONTENIMENTO” – RIAPRIREMO, MA. NON POSSIAMO SPERARE CHE L'EPIDEMIA RESTERÀ SOTTO CONTROLLO PERCHÉ...

 

 

 

Luca Ricolfi per “il Messaggero”

 

luca ricolfi 3

Sono stato facile profeta quando, una settimana fa, scrissi che ai primi di maggio la fase 2 sarebbe partita comunque, a prescindere dall'andamento dell'epidemia. E infatti così è: il mese di maggio sarà il mese della ripartenza. Più o meno modulata, più o meno differenziata, ma comunque ripartenza, allentamento delle misure restrittive, riapertura di molte fabbriche ed esercizi commerciali.

 

Può essere più o meno sbagliato, ma è inevitabile. La democrazia è sospesa, l'opinione pubblica preme, gli operatori economici scalpitano: impensabile che la politica non ne tenga conto. Che poi tanti medici e tanti scienziati dicano che è pericoloso, poco importa. E nemmeno contano le parole del professor Andrea Crisanti, probabilmente il nostro epidemiologo più esperto, quello che ha realizzato l'indagine su Vo', ha scoperto l'enorme peso degli asintomatici, e fin da febbraio ha avvertito che occorreva chiudere subito.

 

FRANCESCO BOCCIA SI PRESENTA CON LA MASCHERINA ALL'ORECCHIO E BORRELLI SE LA RIDE

Questo dice il professor Crisanti: «Tutti quelli che si affannano e spingono per riaprire non si rendono conto delle conseguenze a lungo termine; i rischi esistono perché c'è ancora tantissima trasmissione: tremila casi al giorno sono ancora molti, mica pochi».

Che dire, dunque? Forse semplicemente a che punto siamo, quel che sappiamo e quel che non sappiamo. Soprattutto quel che non sappiamo, perché nessuno può pensare di governare un'epidemia senza i dati di base della situazione, e senza strumenti di monitoraggio ragionevolmente precisi.

crisanti

 

Ignoranza 1. Non sappiamo quanti sono i contagiati, né quanti fra i contagiati sono tuttora contagiosi. E non lo sappiamo innanzitutto perché, nonostante fin da metà marzo vi fossero proposte di condurre un'indagine su un campione nazionale rappresentativo, e per quanto alla fine anche le autorità si fossero convinte della sua utilità, il pachiderma dell'apparato addetto all'indagine nazionale non ha ancora fornito un solo bit di informazione. Dunque, se vogliamo avere un'idea della diffusione del contagio siamo costretti a ricorrere a stime ultra-incerte, che viaggiano arditamente fra i 2 e i 12 milioni di persone.

coronavirus Italia

 

Ignoranza 2. Non conosciamo neppure la diffusione territoriale relativa del contagio. Il dato meno inquinato di cui disponiamo è quello dei morti per Covid-19 in ogni regione. Ma da quando si è appreso che non solo il numero dei morti effettivo è molto superiore a quello ufficiale (da 2 a 4 volte), ma il numero oscuro dei morti nascosti è estremamente variabile da regione a regione, da provincia a provincia, da comune a comune, siamo costretti a concludere che la distribuzione territoriale del contagio potrebbe essere molto diversa da quella suggerita dai morti per abitante, e che i rischi per il Sud potrebbero essere sensibilmente maggiori di quel che si pensa basandosi sul numero di morti ufficiali (del numero di contagiati fornito dalla Protezione Civile non vale neppure la pena di parlare, tanta è la loro dipendenza dai tamponi effettuati in ogni territorio). E dire che, per saperne di più, basterebbe che le autorità, anziché trincerarsi dietro il paravento della privacy, si degnassero di comunicare il numero di morti comune per comune.

ilaria capua

 

Ignoranza 3. Non sappiamo a che velocità viaggia effettivamente l'epidemia, nonostante vi siano esperti che presumono di conoscere il cosiddetto numero riproduttivo (ossia il numero di contagiati per persona) addirittura regione per regione.

 

conte speranza

Credo non a tutti sia chiaro che i numeri che quotidianamente ci vengono comunicati dalla Protezione civile non si riferiscono al mare dei contagiati, ma a un laghetto di pazienti intercettati dalle autorità sanitarie. Nessuno conosce esattamente le dimensioni relative del laghetto rispetto al mare, ma le stime più ottimistiche dicono che il mare potrebbe essere solo 10 o 20 volte più grande del laghetto, mentre le più pessimistiche (vedi la virologa Ilaria Capua) si spingono ad ipotizzare che possa essere 100 volte tanto (la stima della Fondazione Hume, che verrà pubblicata nei prossimi giorni, è che il mare non sia circa 50 volte ma alcune decine di volte più grande del laghetto).

 

ITALIA Coronavirus

Questo significa che, quando la sera ascoltiamo con trepidazione le cifre dei nuovi casi, quello di cui gli esperti ci stanno parlando è quel che succede nel laghetto che loro riescono ad osservare, mentre di quel che capita nel restante 90, 95 o 98% della realtà nulla di preciso è dato sapere. Dobbiamo concludere che stiamo per ripartire, ma nulla sappiamo dell'epidemia? Non esattamente.

 

Sfortunatamente alcune cose, invece, le sappiamo eccome, e non sono cose che ci possano rassicurare. Che cosa sappiamo? Quasi tutto quel che sappiamo è legato ai decessi accertati. Rispetto ai casi, infatti, i decessi hanno molto minori possibilità di essere occultati. E' vero, ci sono i decessi nascosti nelle residenze per anziani. E ci sono le persone lasciate a casa a morire perché nessuno è venuto a visitarle, o il numero verde non risponde, o il 118 non arriva, o una mail si è perduta nel labirinto della sanità moderna e digitalizzata.

CORONAVIRUS - TAMPONE

 

Ma, nonostante tutto ciò, resta il fatto che il numero di morti nascosti può essere 2 o 3 volte il numero di morti ufficiali, ma non 20, 30, o 100 volte, come avviene nel caso dei contagiati non diagnosticati. Il mare dei morti totali è più grande del lago dei morti accertati, ma non è immensamente più grande.

 

Di qui un'importante conseguenza: se vogliamo avere un'idea dell'andamento dell'epidemia, l'evoluzione dei decessi è la migliore (o la meno inaccurata) fonte di informazione di cui disponiamo (anche le ospedalizzazioni sarebbero una buona fonte, se solo a Protezione Civile fornisse dati un po' più analitici).

ANGELO BORRELLI CON LA MASCHERINA

 

Ebbene, lavorando sui decessi, alcune cose possiamo dirle con ragionevole sicurezza. La prima è che, in base ai dati dell'ultima settimana, in almeno la metà delle regioni l'epidemia non dà chiari segni di arretramento, e in diversi casi è tuttora in espansione

La seconda è che, nel percorso di avvicinamento alla meta di contagi zero, siamo ancora molto indietro. E' passato un mese esatto dal giorno in cui le morti raggiunsero il loro picco (919 in un giorno), ma da allora dopo una sensibile riduzione nella prima settimana (da 919 a circa 600) - la diminuzione dei decessi è stata decisamente lenta.

 

luca ricolfi 6

Negli ultimi giorni siamo a quota 400-500 morti al giorno, ossia esattamente a metà del cammino che ci separa dall'obiettivo di azzerarli. Il progresso tendenziale, in altre parole, nelle ultime 3 settimane è di circa 10 morti in meno al giorno: a questo ritmo, il numero di morti quotidiani si azzererebbe solo a metà giugno, e i contagi presumibilmente nell'ultima parte di maggio (i morti di oggi, infatti, sono la traccia di contagi avvenuti circa 3 settimane prima).

 

ANGELO BORRELLI ROBERTO SPERANZA GIUSEPPE CONTE

Ma la cosa più preoccupante che la contabilità dei decessi rivela è un'altra ancora: nel confronto internazionale l'Italia non solo risulta ai primissimi posti fra i paesi occidentali per gravità e precocità dell'epidemia, ma è anche fra i paesi in cui più lenta è la discesa dopo il picco del contagio e la messa in atto delle misure di contenimento. In Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti, la curva di discesa dei decessi è molto più ripida che da noi (solo il Regno Unito, fra i grandi paesi, presenta un profilo simile al nostro).

 

ANGELO BORRELLI

Insomma, siamo ancora lontani dalla condizione che fino a poco tempo fa da tutti veniva considerata una pre-condizione ovvia e inderogabile dell'avvio della fase 2: che il numero di nuovi contagi sia prossimo a zero. Possiamo ugualmente sperare che, nonostante tutto, l'epidemia resterà sotto controllo?

 

Penso proprio di no. E questo non perché la cosa sia in linea di principio impossibile, ma perché per riaprire evitando la ripartenza del contagio occorrerebbe essere consapevoli che il mero fatto di moltiplicare il numero di persone che lavorano e si muovono sui trasporti pubblici non può non facilitare la trasmissione del contagio.

LE DOMANDE DI LUCA RICOLFI AL GOVERNO

 

Tale consapevolezza porterebbe, o meglio avrebbe già portato, a prendere tutte le contromisure che sono indispensabili per evitare che i nuovi i focolai tornino ad espandersi come hanno fatto tra febbraio e marzo. Fra tali misure vi sono indubbiamente le procedure di tracciamento (che da noi sono allo studio), l'indagine nazionale sulla diffusione (che partirà il 4 maggio, se va bene), ma soprattutto i tamponi di massa.

 

E' questa la via che sta permettendo alla Germania (ma anche ad altri Paesi: Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Canada) di limitare drasticamente il numero di morti. Ed è questa la via che, inspiegabilmente, noi non abbiamo voluto seguire, e continuiamo ostinatamente a non percorrere.

LUCA ZAIA CON LA MASCHERINA

 

Non capisco perché. E non lo capisce uno sconsolato Andrea Crisanti, che grazie ai tamponi sta salvando il Veneto, ma non può salvare il resto del Paese: «Penso che ora la vera questione sia che non si è capito perché è così importante fare i tamponi. E non si è capito che fare i tamponi, e particolarmente farli a quelli che potenzialmente sono entrati in contatto con la persona infetta, abbatte la trasmissione». Trasmissione il cui inevitabile aumento strano doverlo sottolineare è il nodo cruciale della fase 2.

www.fondazionehume.it

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