"HO VISTO GIULIO AMMANETTATO A TERRA CON SEGNI DI TORTURA SUL TORACE" - A ROMA PARTE IL PROCESSO CHE VEDE IMPUTATI QUATTRO 007 EGIZIANI PER LA MORTE DI REGENI: SARANNO ASCOLTATI ANCHE TRE TESTIMONI CHIAVE CHE VIVONO "PROTETTI FUORI DALL'EGITTO" - UNO VIDE L'ARRESTO DEL RICERCATORE, L'ALTRO ASSISTETTE AL BRUTALE PESTAGGIO E L'ULTIMO PARLÒ CON CHI LO AVEVA PICCHIATO - INTANTO FICO RICEVE I RAPPORTI SULLA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI IN EGITTO, NONOSTANTE AL SISI NEGHI TUTTO...

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Grazia Longo per "La Stampa"

 

processo per la morte di giulio regeni 5 processo per la morte di giulio regeni 5

Stamattina si svolgerà la prima udienza, nell'aula bunker di Rebibbia, per l'omicidio di Giulio Regeni, durante la quale il governo si dichiarerà parte civile accanto ai familiari del giovane.

 

E se, come c'è da aspettarsi, la terza Corte d'assise di Roma deciderà di processare, nonostante la loro assenza, i quattro 007 egiziani che hanno sequestrato, torturato e ucciso il ventottenne ricercatore friulano, in questa stessa aula assisteremo a tre interrogatori «protetti», stile pentiti di mafia.

 

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Un paravento nasconderà l'identità di tre dei sei testimoni chiave dell'inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, in collaborazione con i carabinieri del Ros e i poliziotti dello Sco.

 

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Ammesso che oggi i quattro imputati (il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif) vengano ritenuti «finti inconsapevoli» e quindi processabili seppur non presenti, nelle prossime udienze il processo entrerà nel vivo con il contraddittorio dei testimoni chiave.

 

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Tre di loro non arriveranno mai a Roma perché vivono in Egitto e saranno quindi verosimilmente «indotti» a non ripetere in un'aula giudiziaria italiana quanto hanno dichiarato a verbale nel loro Paese contro gli agenti della National Security di Al Sisi.

 

Ma fortunatamente altri tre importanti e decisivi testi abitano fuori dai confini egiziani, in località che la procura di Roma mantiene segrete proprio per scongiurare tentativi di pressioni e ricatti nei loro confronti.

 

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Della loro rilevanza, Colaiocco ha già parlato durante l'audizione del 10 dicembre scorso, davanti alla commissione parlamentare di inchiesta. Sia in quella occasione, sia nelle carte del fascicolo, i tre uomini non vengono chiamati con i loro veri nomi ma in codice: si tratta dei testi Delta, Epsilon e Gamma.

 

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Il primo ha visto Regeni arrestato la sera del 25 gennaio 2016. Il secondo lo ha visto mentre lo torturavano. E il terzo ha sentito il racconto di chi lo ha picchiato.

 

Il testimone Delta racconta: «La sera del 25 gennaio, potevano essere le 20 o al massimo le 21 ero alla stazione di Dokki, ho visto arrivare il ragazzo che solo successivamente ho riconosciuto come Giulio Regeni che, mentre percorreva il corridoio, chiedeva di poter parlare con un avvocato o con il Consolato. Ma è stato fatto salire su un'auto modello Shine, è stato bendato e condotto in un posto che si chiama Lazoughly. Uno dei poliziotti che si trovavano lì veniva chiamato Sherif un altro si chiamava Mohamed, ma non so se è il vero nome».

 

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Il testimone Epsilon per 15 anni ha lavorato nella sede della National Security dove Regeni è stato ucciso, nella villa Lazoughly alla periferia del Cairo in uso ai servizi segreti. Ha raccontato: «Ho visto Giulio ammanettato a terra con segni di tortura sul torace. Al primo piano della struttura c'è la stanza 13 dove vengono portati gli stranieri sospettati di avere tramato contro la sicurezza nazionale. Il 28 o 29 gennaio ho visto Regeni in quella stanza con ufficiali e agenti».

 

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E infine il teste Gamma ha riferito di aver sentito Magdi Ibrahim Sharif mentre raccontava di avere picchiato il ricercatore italiano, sospettando che volesse «fomentare un piccolo gruppo di persone al fine di avviare una rivoluzione».

 

Intanto il presidente della Camera Roberto Fico invita a «restare tutti uniti, istituzioni e comunità per la ricerca della verità». Ieri Fico ha ricevuto le delegazioni di Amnesty International, Human Rights Watch e Dignity che gli hanno sottoposto i rispettivi rapporti sulla violazione dei diritti umani in Egitto e la richiesta all'Italia di sospendere la fornitura di armi al Cairo, oltre alla promozione di un'indagine internazionale a livello Onu.

 

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