la missione italiana a kabul per salvare suore e bimbi disabili

SE NON SUORA QUANDO – LA CORAGGIOSA MISSIONE CLANDESTINA A KABUL DEI MILITARI ITALIANI, CHE HANNO MESSO IN SALVO UN SACERDOTE, CINQUE SUORE E 14 BAMBINI DISABILI: DOVEVA ESSERE LA CROCE ROSSA INTERNAZIONALE A RECUPERARLI, MA RINVIAVANO DA GIORNI L’OPERAZIONE FINO A QUANDO CI HA PENSATO IL NUCLEO ITALIANO – IL PICCOLO GRUPPO DI SUORE HA RAPPRESENTATO UN PRESIDIO DI CATTOLICESIMO DURANTE L’OCCUPAZIONE SOVIETICA E SOTTO I TALEBANI: VIVEVANO COME AFGHANE, INDOSSAVANO ABITI TRADIZIONALI E… - VIDEO

 

Francesco Grignetti per “La Stampa”

 

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Nella notte, una missione clandestina attraversa Kabul. C'erano da salvare un sacerdote, cinque suore della congregazione di Madre Teresa e 14 bambini disabili. Da giorni il governo sapeva di questo problema sempre più impellente, che non si riusciva a sbloccare. Già, perché doveva essere la Croce Rossa internazionale a recuperarli. Solo che giorno dopo giorno rinviavano il recupero della missione cattolica. E alla fine, quando ormai si era agli sgoccioli ci ha pensato un nucleo coraggioso di italiani. E ieri il ministero della Difesa ha potuto annunciare: «Sono stati tratti in salvo dai militari italiani».

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Queste suore più il gruppo delle Piccole sorelle di Gesù hanno rappresentato un presidio di cattolicesimo in ogni tempo. Sia durante l'occupazione sovietica, sia nella guerra civile. «Per tutti questi anni, non hanno mai lasciato Kabul: non durante l'occupazione sovietica, non sotto i talebani e neanche durante i bombardamenti».

 

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Le Piccole sorelle di Gesù sono rimaste al fianco degli afghani fin quanto hanno potuto, ha raccontato ad AsiaNews padre Giuseppe Moretti, il cappellano all'ambasciata italiana fino al 2015. E le hanno evacuate nello scorso febbraio. A Kabul, la comunità cristiana è composta da poche decine di persone, soprattutto funzionari e militari delle ambasciate. La congregazione si stabilì in Afghanistan nel 1956, le suore servendo come infermiere negli ospedali statali.

 

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Padre Moretti racconta la loro dedizione: «Ricevevano tanti aiuti internazionali, e cercavano sempre di farli avere alle persone di cui avevano cura. Nel 2013, un generale della Nato inviava ogni domenica dei pacchi di viveri, ma le suore, pur vivendo nella povertà, se ne privavano per darli ai più bisognosi di loro». Parlavano la lingua farsi, vivevano come afghane, dormendo su un tappeto a terra e indossando gli abiti tradizionali. Per questo, le sorelle sono state sempre stimate dalla comunità, tanto che negli ultimi anni avevano ottenuto la cittadinanza afghana. Quando fu riaperta l'ambasciata, nel 2001, c'era grande attesa per vedere come era stata lasciata dai taleban. E grande fu la sorpresa scoprendo che era stata rispettata

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