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UN TESORO PER LE MANI – LA BORIA SENZA FINE DI FABIO MARINO, PROFESSIONE “MANISTA”, OVVERO COLUI CHE METTE A DISPOSIZIONI LE SUE MANI A STAR COME GEORGE CLOONEY E LUCA ARGENTERO PER PUBBLICITÀ A 100 EURO L’ORA: “HO UN’ASSICURAZIONE DA 100MILA EURO. VADO IN GIRO CON I GUANTI ANCHE D’ESTATE PER EVITARE PICCOLE FERITE E POI L’ABBRONZATURA NON È GRADITA. BELLE MANI IN GIRO CE NE SONO POCHE. QUELLE DI CONTE NON SONO MALE, MA NON LO METTEREI NEMMENO A FARE IL MANISTA” – “LA RICHIESTA PIÙ BIZZARRA? UNA VOLTA MI…”

Luca Giampieri per “la Verità”

 

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Charles Bukowski, poeta e scrittore statunitense, viveva nell'ossessione di aver fatto spreco delle sue mani impiegandole in azioni di poco conto, finanche triviali: dal firmare assegni a grattarsi, letteralmente, «le palle». Se il romanziere il cui ruvido genio ha graziato metà del Secolo scorso fosse stato graziato di rimando da una spiccata longevità, probabilmente avrebbe saputo magnificare le doti manuali di Fabio Marino. Classe 1967, impiegato amministrativo part-time, Marino è il manista più ambito d'Italia.

 

Per chi ignorasse l'esistenza di tale professione, il suo lavoro consiste nel prestare le mani per campagne pubblicitarie destinate a giornali e televisioni. In breve, la gran parte delle estremità maschili che avete incrociato negli ultimi 15 anni sulle pagine delle riviste o nelle réclame del piccolo schermo appartengono a lui. Le dita che sapientemente accarezzavano le cialde del caffè in un noto spot con protagonista George Clooney? Sono le sue.

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Tra i nomi noti che hanno preso a nolo le sue mani curate al millimetro, anche l'attore Claudio Santamaria e il campione del mondo Gianluca Zambrotta. Che si tratti di gioielli, telefonia mobile, istituti di credito o salse in barattolo, non fa alcuna differenza. La sua egemonia è trasversale. A spartirsi ciò che rimane, una decina di concorrenti, nemmeno. «Il mio nome è sinonimo di garanzia», assicura il modello milanese non senza un pizzico di motivata superbia. «I clienti dicono che ho le mani di gomma perché "come le metti stanno". Questo per loro è importantissimo, perché significa non perdere tempo. Per me è il miglior complimento». Nelle librerie è appena uscito Oltre le mani c'è di più (Edizioni Italia), prima autobiografia di un manista che ha deciso di dare alle mani un volto.

 

Quando confessa di fare il manista, la gente come reagisce?

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«Non appena si rende conto del significato, istintivamente la maggior parte nasconde le mani e comincia a fissare le mie per valutare le differenze. È in imbarazzo, si sente giudicata».

Come si è accorto di avere un tesoro tra le mani?

«Grazie a un'agenzia di comparse per la quale lavoravo con l'obbiettivo di entrare nel mondo del cinema e della pubblicità. Un giorno cercavano un manista per uno spot; avendo visto le mie mani, mi chiesero se volevo propormi. Accettai e mi si aprì un mondo».

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Qual è la mano perfetta?

«Oltre alla bellezza, che è basilare, contano molto le misure. Se la mano è troppo grande l'oggetto si perde, viceversa non risalta nelle sue vere dimensioni. Dopodiché niente calli, unghie impeccabili Non mi troverà mai con le mani in disordine, anche se non ho lavori in vista. Capita che il cliente chiami e ti chieda di mandargli le foto su Whatsapp».

Il numero uno in Italia deve mandare le foto su Whatsapp?

«Più la foto è recente, più il cliente è tranquillo. Accade spesso. Anche con pretese bizzarre. Una volta mi chiesero di riprendermi mentre tenevo le mani sotto l'acqua corrente».

Addirittura.

«Nella pubblicità doveva esserci una mano sotto un rubinetto, quindi volevano vedere l'effetto. Probabilmente per il fatto che il getto d'acqua distorce lievemente le forme. Ora s' immagini il sottoscritto nel bagno di casa che con una mano fa il video mentre l'altra è sotto il rubinetto».

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Come si misura il talento di un manista?

«Dal modo in cui usa le mani. Devono recitare, esprimere un concetto, un'idea. L'estetica, da sola, non basta».

Le capita di soffermarsi sulle mani degli altri?

«Altroché. Ovviamente nelle pubblicità mi cade sempre l'occhio, ma anche in giro. Quando qualcuno mi dà la mano, io gli faccio la radiografia. Per me è il biglietto da visita di una persona. Anche se, di questi tempi, la stretta di mano è un lontano ricordo».

Scorge mai qualche potenziale concorrente per la strada?

«Sinceramente? No».

 

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Sono così rare le mani belle?

«Lei non sa quanti mi contattano sui social allegando foto delle mani, magari spinti dalla fidanzata, convinti che siano perfette. Purtroppo, c'è sempre qualche difetto. Tempo fa, un ragazzo mi scrisse che voleva fare il manista perché tutti gli dicevano che aveva delle mani splendide. Mi trattenni dal fare commenti spiacevoli, ma gli domandai se avesse mai visto le mani utilizzate nelle pubblicità».

Perché?

«Erano pelosissime. Lei ha mai visto una mano pelosa in uno spot? A me è capitato di dover depilare anche l'intero braccio per una pubblicità di lampade. Per tre mesi sono andato in giro con un braccio glabro e uno peloso».

 

Tra i nostri politici intravede qualche diamante grezzo?

«Direi proprio di no».

Le mani di Giuseppe Conte, per esempio. Fra telegiornali e conferenze stampa, in questi mesi lo abbiamo visto in tutte le salse.

«Sì, ecco, non sono così malvagie».

Dice che avrebbe già pronto un piano b?

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«Oddio Io non lo riciclerei neanche come manista».

 

Senta, le sue mani varranno un patrimonio.

«Se si riferisce all'assicurazione, siamo oltre i 100.000 euro. Il mio cachet è di circa 100 euro l'ora. Rispetto ad altri lavori come modello classico, con le mani si guadagna di più».

Chiara Biasi, influencer, una volta disse che per meno di 80.000 euro non si alzava nemmeno dal letto.

«Pur trattando tutt'altre cifre, mi è capitato di dire la stessa cosa ai clienti. Ormai lo sanno, se hanno un budget limitato evitano di chiamarmi».

 

Va detto, mi consenta, che la sua è un'impresa senza costi.

«È vero. Ho la fortuna di avere delle mani che sono belle di natura e non si rovinano facilmente. L'unica spesa è per le creme. Se le mandassi una foto adesso, penserebbe che sia appena uscito dall'estetista».

Ci va?

«Di rado. Faccio quasi tutto da solo».

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Ha un incubo ricorrente?

«Rovinarmi le mani prima di un lavoro. Anni fa lo sognavo spesso, ora mi capita di meno, ho imparato i trucchi del mestiere per nascondere i piccoli segni. L'uso del fondotinta, per esempio».

 

Il resto lo fa Photoshop?

«Si utilizza solo in casi eccezionali. Anche perché altrimenti che senso avrebbe ingaggiare un manista? È meglio non procurarsi danni evidenti, se si tiene a questa carriera».

In che senso?

«Basta mandare a monte un lavoro perché le agenzie ti mettano una croce sopra. Come succede ai tenori della Scala quando steccano».

Lei non ha mai steccato?

«Mai. Sono sempre stato attento. È una questione di professionalità».

 

Si sarà procurato qualche graffietto. L'ultimo a quando risale?

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«Natale, credo. Ma poca roba, e non avevo lavori in vista. Un po' di Connettivina e si è cicatrizzato al volo».

Suppongo che non possieda animali domestici.

«Ho due cani. Ma sanno che non devono mordere le mani; quando li porto fuori indosso i guanti, anche d'estate. Li uso parecchio in generale, perfino in casa se devo fare dei lavoretti; infatti ho sempre le mani più chiare rispetto al resto del corpo. L'abbronzatura non è molto gradita».

 

Se si esclude la dieta, lei ha una disciplina da sportivo.

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«In realtà una dieta ce l'ho. Scegliere cosa mangiare e cosa bere fa la differenza anche in termini di pelle. Cerco di seguire un'alimentazione il più possibile regolare. Ma non mi costa fatica, per me è routine»

 

Quando torna a casa dal lavoro ha le mani stanche?

«Sì. A volte capitano anche i crampi. Magari perché il cliente non è sicuro di come vuole una scena e mi tocca rifarla di continuo tenendole in posizioni del tutto innaturali. Per la campagna di un antidolorifico solubile, volevano che la polverina scendesse in un determinato modo: né troppo, né troppo poco, con un movimento stabile e costante. Non le dico quante volte me l'hanno fatta ripetere».

 

L'ingaggio più lungo?

«Due giornate intere, per lo spot di un'app nel settore della ristorazione. Prestavo le mani a Luca Argentero».

Hanno voluto la controfigura per questioni estetiche o di espressività?

«Estetiche. Secondo i canoni del cliente, la mano non era perfetta. I grandi brand sono molto fiscali. Nel suo caso, non erano neanche mani bruttissime forse aveva le dita un po' grosse».

Ha notato qualche imbarazzo da parte sua?

«No, è una persona squisita. Per un volto noto, poi, non è che un vantaggio: alla sua bellezza si aggiunge quella della mia mano. E si prende tutto il merito».

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Un po' le secca?

«A volte sì. Mi è capitato di prestare le mani a personaggi dei quali pensavo: se avessero usato la mia immagine, ci avrebbero guadagnato».

Sopra la testa di chiunque lavori con l'immagine incombe la spada di Damocle del tempo. Pensa mai al fatto che le sue mani invecchieranno?

«Sì, certo. Ma conosco già le cure per ringiovanirle».

Ovvero?

«C'è un trattamento che consiste nel prelevare del grasso da una zona del corpo per iniettarlo nella mano e riempire i solchi prodotti dal tempo. Madonna l'ha utilizzato».

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Lei lo farebbe?

«Perché no?».

Conosce qualche manista rifatto?

«Che io sappia no, ma sono tanti gli uomini e le donne che ricorrono a tale tecnica. Me ne parlò qualche anno fa il dottor Marco Lanzetta, chirurgo della mano. È lo specialista che fece il primo trapianto da un cadavere a un essere vivente».

 

Tanti attori di pubblicità, col passare degli anni, finiscono a promuovere l'apparecchio acustico, o il farmaco per tenere a bada la prostata. È un'idea che la terrorizza?

«No, affatto. Se il cliente vorrà una mano vissuta, non avrò alcun problema a prestarmi. Ad esempio, ho fatto un lavoro in cui dovevo sorreggere nel palmo un diamante e volevano che fosse ben visibile la linea della vita. Ogni età ha un prodotto, e io sono convinto che ci sarà sempre spazio per una bella mano».

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