telefono scuola

TUTTO E' PARTITO DA UNA SVASTICA - IL CASO DELLA SCUOLA MEDIA IN PROVINCIA DI CUNEO DOVE NEI GRUPPI SOCIAL CIRCOLAVANO FOTO SCATTATE DI NASCOSTO DURANTE LA DAD A INSEGNANTI E COMPAGNI ACCOMPAGNATE DA INSULTI, E' STATO SCOPERTO GRAZIE A UN ALUNNO CHE DISEGNAVA UNA SVASTICA SUL DIARIO - QUANDO UN PROF LO HA VISTO GLI HA CHIESTO: "LO SAI ALMENO COSA SIGNIFICA?". IL RAGAZZINO HA RISPOSTO: "SE LA PRENDE PER QUESTO? NON SA QUELLO CHE GIRA SUI CELLULARI..."

300 ALUNNI IN 12 CLASSI DI UNA SCUOLA IN PROVINCIA DI CUNEO SONO STATI SOSPESI PER AVER SCATTATO FOTO DI NASCOSTO A INSEGNANTI E COMPAGNI - https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/scuola-senza-ldquo-classe-rdquo-300-alunni-12-classi-273034.htm

 

Matteo Borgetto per “la Stampa”

telefono scuola

 

Lo hanno scoperto per caso, una settimana fa. In classe, un ragazzino disegna una svastica sul diario, ma il professore se ne accorge e lo ammonisce: «Che stai facendo? Lo sai, almeno, cosa significa?». Lui risponde: «Ma dai, prof, se la prende per questo? Non sa quello che gira sui cellulari?».

 

telefono in classe

Una breve indagine, salta fuori la verità. Sconcertante. Pericolosa. Nei gruppi social dei ragazzi, da tempo circolano «fotografie scattate di nascosto durante la Dad o a scuola, a insegnanti e compagni. Modificate, accompagnate da parolacce, insulti, pesanti allusioni sessuali».

 

Alcuni ragazzi ammettono le loro responsabilità e si scusano, altri provano a giustificarsi («È solo uno scherzo»), i più negano. Ma sono tantissimi a dire di avere visto le immagini, sul proprio telefono o su quelli degli amici. Di qui la decisione «indispensabile e non procrastinabile» del Collegio docenti.

 

bambini social media 4

Drastica, mai vista prima: la sospensione delle lezioni ieri, vigilia dell' ultimo giorno di scuola, per tutte le 12 classi delle Medie, dalla Prima alla Terza, con 300 alunni dagli 11 ai 14 anni comunque andati a scuola in presenza, ma per seguire «iniziative di riflessione su quanto accaduto».

Cioè una mattinata di educazione civica sulle regole, i rischi del web, il rispetto della privacy delle persone e le possibili conseguenze, anche penali, per chi trasgredisce.

bambini social media 1

 

È successo a Caraglio, centro del Cuneese con poco meno di 7.000 abitanti. A informare le famiglie la preside Raffaella Curetti: «La cosa che ci amareggia di più - scrive - è che nessuno ha ritenuto di fermare questa catena, segnalando la cosa ai genitori o agli insegnanti».

 

Curetti ricorda il regolamento europeo, che indica a 16 anni l'età minima per dare il proprio consenso digitale, cioè iscriversi a un social. La legge europea consente ai singoli Stati di abbassare la soglia anagrafica. «Ma mai sotto i 13 anni - precisa Curetti -. L' Italia ha posto l' età a 14 anni. Questo vuol dire che un ragazzo può iscriversi a Whatsapp, Tik Tok, Instagram solo se ha almeno 14 anni. Sotto, serve il consenso dei genitori. Che ne hanno anche la piena responsabilità».

bambini social media 3

 

Passaggio completato da un avvertimento: «Alcune immagini circolate e diffuse in modo molto ampio sono altamente offensive, e i genitori degli alunni interessati, o i docenti, faranno le loro valutazioni se procedere in altre sedi. Tali comportamenti non possono essere tollerati». Al telefono, Raffaella Curetti ha poi chiarito che «nessuno sarà bocciato o è rimasto a casa. Al massimo l' episodio inciderà sul voto in condotta. Non è stato un provvedimento punitivo, ma didattico ed educativo».

 

bambini social media 2

La notizia, anticipata ieri da La Stampa, ha sollevato migliaia di reazioni e aperto un dibattito in cui la stragrande maggioranza delle persone si è schierata con la preside. Così anche il sindaco di Caraglio, Paola Falco, ex insegnante: «Se il Collegio docenti ha preso questa decisione, significa che la situazione era molto grave e la scuola ha fatto bene a intervenire».

 

E dal provveditorato agli Studi, la dirigente Maria Teresa Furci: «L' età dei ragazzini che utilizzano i social si sta abbassando: spesso sono superficiali, non hanno consapevolezza dei rischi, della gravità di certe azioni. E bisogna anche che imparino a denunciare, altrimenti diventano complici».

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