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VIA COL VELO – LA FRANCIA VORREBBE INTRODURRE UNA LEGGE PER VIETARE ALLE ATLETE DI INDOSSARE L’HIJAB DURANTE LE COMPETIZIONI – 50 ATLETI, TRA CUI ERIC CANTONA E LILIAN THURAM, HANNO FIRMATO UN APPELLO CONTRO L’EMENDAMENTO: “COME SI PUÒ PRETENDERE DI DIFENDERE L'EMANCIPAZIONE E LA DIGNITÀ DELLE DONNE, VIOLANDO LA LORO LIBERTÀ DI CULTO E COSTRINGENDOLE A RINUNCIARE ALLA LORO PASSIONE?"

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Leonardo Martinelli per "la Stampa"

 

Volevano giocare a calcio ieri nel cortile davanti all'Assemblea nazionale, dove i deputati francesi stavano discutendo una normativa altamente polemica: la possibilità di proibire alle sportive di portare il velo in tutte le competizioni del Paese. Loro sono le Hijabeuses, giovani donne francesi musulmane che, invece, rivendicano quel diritto, in particolare nel calcio, dove la federazione professionale già lo nega (mentre, a livello internazionale, la Fifa autorizza il velo dal 2014). 

 

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Alla fine, però, la Prefettura di Parigi ha negato l'autorizzazione alle Hijabeuses, temendo scontri con manifestanti loro contrari. Perché, quando in Francia si discute dell'uso del velo islamico negli spazi pubblici, inevitabilmente scattano le polemiche. Tanto più che siamo già in piena campagna per le presidenziali, previste nell'aprile prossimo, e i temi relativi all'immigrazione e all'identità nazionale stavolta prevalgono, sulla spinta dell'estrema destra, che ha due candidati, Marine Le Pen ed Eric Zemmour, che si contendono nei sondaggi il secondo posto al primo turno. 

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Sono loro, in molti casi, a dare il la al dibattito politico E allora sul velo nelle competizioni sportive, ieri hanno voluto dire la loro 50 sportivi professionisti, in attività o meno, che hanno firmato un appello a rigettare l'emendamento. Questo proibisce «l'ostentazione di segni religiosi» nelle gare e partite, ma è soprattutto al velo islamico che si rivolge. Questi atleti, al di là della misura, comunque dall'incerto percorso parlamentare, chiedono soprattutto che il suo divieto sia tolto per gli sport che già lo applicano. 

 

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Tra di loro svettano due ex giocatori di calcio, personaggi carismatici, come Eric Cantona (oggi attore, spesso con ruoli impegnati e dalla forte carica sociale, la sua nuova vita) e Lilian Thuram, impegnato nella battaglia contro il razzismo, grazie a una sua associazione e molteplici interventi in quella banlieue parigina, dove è cresciuto. Ritorniamo alla misura al centro delle diatribe. Si tratta di un emendamento a una legge più generale sullo sport, che in realtà vuole favorire l'accesso di tutti, «democratizzarlo». 

 

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È stato proposto dal senatore Michel Savin, dei Repubblicani, il partito della destra moderata, che al Senato ha la maggioranza (mentre all'Assemblea sono i macronisti ad averla). «Il nostro obiettivo - ricorda Savin alla Stampa - è che il campo dove ci si affronta sportivamente non diventi un luogo dove s' impongono fedi religiose o idee politiche. Noi ne vogliamo garantire la neutralità». Lui, appassionato di pallacanestro, ha giocato una vita e «non me ne importava nulla della pelle o della religione dei miei compagni e di chi affrontavo. Tutto questo va lasciato a casa». 

 

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L'emendamento è stato approvato il 19 gennaio dal Senato. Dopo, però, una commissione mista di senatori e deputati non è riuscita a trovare un accordo. Ieri l'Assemblea nazionale lo ha respinto. E ora passerà al Senato, per ritornare in seguito ai deputati, che avranno l'ultima parola e che probabilmente lo rigetteranno (ma niente è sicuro). Il dibattito in ogni caso è aperto, perché nella realtà, non solo nei campi di calcio, la proibizione esiste e si sta espandendo. 

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Gli sportivi, che hanno firmato l'appello, ricordano che il divieto del velo «è motivato per preservare la "neutralità" dello sport, lottare contro il "separatismo", garantire l'eguaglianza tra le donne e gli uomini o ancora, per motivi d'igiene e sicurezza. Ma nessuna di queste ragioni regge». Per poi aggiungere: «Come si può pretendere di difendere l'emancipazione e la dignità delle donne, come vogliono fare questi politici, violando la loro libertà di culto e, indirettamente, costringendole a rinunciare alla loro passione? Come si può pretendere di lottare contro il "separatismo", l'isolamento di certe comunità religiose, quando nei fatti si organizzano competizioni escludendone certe sportive?». 

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Le Hijabeuses sono rimaste a casa, di forza. Ma sportive (e soprattutto calciatrici) promettono di scendere in campo ancora, con il velo sulla testa. Aderente, perché non le disturbi. Vogliono giocare davvero.

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