ARRIVANO I BUONI! - IL PREMIER SIRIANO RIAD HIJAB, SOPRANNOMINATO “IL MACELLAIO DI LAKATIA” SCAPPA IN QATAR E DENUNCIA “IL GENOCIDIO” DI ASSAD - DA CARNEFICE AD “AMICO DELLA RIVOLUZIONE’”, HIJAB ADESSO SOSTIENE CHE I MINISTRI RIMASTI FEDELI AL REGIME “HANNO LA PISTOLA ALLA TESTA” - CHI ARMA I RIBELLI? QATAR, ARABIA SUDITA E LIBIA, MA I DOLLARI PER COMPRARE PISTOLE, FUCILI E BOMBE AL MERCATO NERO ARRIVANO DALLA CIA….

Giordano Stabile per "la Stampa"

In Siria «è in atto un genocidio». E i ministri che restano ancora fedeli al regime lo fanno «con la pistola puntata alla testa». Lui stesso ha accettato l'incarico di primo ministro, lo scorso 7 giugno, perché l'alternativa «era la morte». Chi parla è Riad Hijab, premier della Siria uscita dalle «riforme« dettate dall'alto dal presidente Bashar al Assad.

Prima le elezioni multipartitiche, il 7 maggio, poi la formazione di un nuovo governo, con trenta ministri, guidato dal sunnita Hijab, già governatore della provincia di Lakatia e ministro dell'Agricoltura. «Il macellaio di Lakatia» lo definì allora l'opposizione, che ora è pronta ad accoglierlo fra le sue file. Un energico «uomo del partito», pragmatico, speso nel tentativo di tenere aperto il dialogo (almeno formalmente) con i sunniti e trovare una soluzione che non fosse solo militare, secondo l'analista Patrick Seale.

Opzione miseramente fallita nel bagno di sangue di luglio e agosto. Hijab è scappato ieri prima in Giordania e poi verso il Qatar. Il suo portavoce, Mohammed al Atri, ha detto che «la decisione era stata presa già mesi fa», che altri ministri «stanno per disertare» e che l'intero edificio che sorregge Assad «sta per crollare». Per il raiss è il secondo colpo da ko dopo l'eliminazione in un attentato della cellula di crisi guidata dal cognato Assef Shawkat, il 18 luglio scorso.

Già allora era sembrato chiaro che non restava altro che l'opzione militare, senza risparmio di munizioni. Assad non è più comparso in pubblico. Damasco è stata riconquistata strada per strada dalla Quarta brigata, guidata dal fratello minore di Assad, Maher. Ma è chiaro che le forze fedeli sono sfruttate al limite, come dimostra il ritardo nell'offensiva finale ad Aleppo.

«Assad non ha più il controllo del Paese», riassume il portavoce del Consiglio nazionale di sicurezza americano, Tommy Vietor. Alla base ci sono le analisi dell'Intelligence e un po' di «wishful thinking», di «pio desiderio», che gli aiuti in arrivo ai ribelli al Nord potrebbero tradurre in realtà. Le armi sono fornite «da Qatar, Arabia Saudita, Libia», ha confermato il portavoce del Consiglio nazionale siriano (Cns), Bassma Kodmani.

E arrivano soldi, probabilmente anche dagli Stati Uniti, che i ribelli «usano per rifornirsi sul mercato nero», ai confini fra Siria e Turchia. L'esercito ha cominciato ieri, secondo il quotidiano governativo Al Watan, a «riportare l'ordine nei quartieri infiltrati dai terroristi». Ieri ci sono stati 37 morti, 118 in tutto il Paese. La «battaglia decisiva» però non è cominciata.

Forse Assad non ha ancora perso il controllo della Siria, ma l'apparato di sicurezza non ha più la forza di controllare tutto il territorio, quartiere per quartiere, fattoria per fattoria. Le forze d'élite schiacciano gli insorti quando sono concentrati in scacchieri delimitati, come è avvenuto ad Al Midan e Al Mezzeh nella capitale. Ma la guerriglia sta fiaccando le unità regolari. Piccole brigate dell'esercito libero e anche di jihadisti continuano a colpire.

Ieri una bomba è esplosa al terzo piano della sede della tv di Stato, tre feriti. Un colpo a un organo vitale del regime. Gli insorti si nascondono nella case, nei quartieri amici. Ieri l'esercito ha dovuto circondare e rastrellare quello di Salhiye, a ridosso della città vecchia. «Hanno tagliato acqua ed elettricità - ha raccontato un esponente dell'opposizione -. Perquisito una casa dopo l'altra. La gente veniva portata via».

La «bonifica» prosegue nelle campagne attorno alla capitale. E una bomba governativa avrebbe ucciso, secondo gli insorti, tre dei 48 iraniani rapiti sabato. «Uccideremo tutti gli altri - hanno detto i combattenti - se l'esercito non fermerà». Una minaccia seria, anche perché esecuzioni sommarie di persone considerate vicine al regime sono state già documentate nel Nord del Paese, vicino al confine curdo.

 

 

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