BUTTAFUOCO GETTA FINI NELLA FIAMMA DEL VECCHIO MSI: \"A NOI SILVIO CI HA SALVATO\" - “ANCORA DUE GIORNI PRIMA DELLE ELEZIONI, QUELLE DEL 1994, IL CORRIERE DELLA SERA, IL GIORNALE DEI MODERATI E DEI BORGHESI, LA BUTTAVA PROPRIO CHIARA: “NO A BERLUSCONI”. UNO DEGLI ARGOMENTI FORTI, CERTAMENTE QUELLO PIÙ SCANDALIZZATO, ERA L’IMBARAZZANTE APPARENTAMENTO CON IL MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO, IL PARTITO NEL CUI EMBLEMA, SOTTO LA FIAMMA, C’ERA ANCORA VISIBILE LA BARA DI MUSSOLINI” - “CAMERATI, A NOI IN QUEI GIORNI VENNE IN SORTE DI VEDERCI CAMBIATA LA VITA: DALL’OGGI ALL’INDOMANI SE NON CI FOSSE STATO BERLUSCONI LA DESTRA SAREBBE DIVENTATA OSCENA, UNA DI QUELLA PAGLIACCESCHE PARODIE COME SE NE POSSONO TROVARE NEL MONDO: XENOFOBIA, ISTERIA SOCIALE, RAZZISMO, ISLAMOFOBIA” - CALCIO IN CULO AD ALE-DANNO, “LA FIGHETTA, CHE PER NON FARE LA FIGURA DEL FASCIO ALLO STREGA HA OSTENTATAMENTE VOTATO SILVIA AVALLONE E NON ANTONIO PENNACCHI\"

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Pietrangelo Buttafuoco per Libero

Camerati, a noi è toccato il ruolo di essere i becchini del berlusconismo, bene. Ma almeno un esame di coscienza lo possiamo fare? Ancora due giorni prima delle elezioni, quelle del 1994, la gloriosa macchina da guerra di Achille Occhetto si scontrava con quei fantastici citrulloni dalla cravatta con il nodo grosso, i primi militanti di Forza Italia.

PIETRANGELOPIETRANGELO BUTTAFUOCO FAUSTO BERTINOTTI - copyright PizziBUTTAFUOCOBUTTAFUOCO

E c\'era Il Corriere della Sera, il giornale dei moderati e dei borghesi, che la buttava proprio chiara: \"No a Berlusconi\". Uno degli argomenti forti, certamente quello più scandalizzato, era l\'imbarazzante apparentamento con il Movimento Sociale Italiano, il partito nel cui emblema, sotto la fiamma, c\'era ancora visibile la bara di Benito Mussolini.

Camerati, a noi in quei giorni venne in sorte di vederci cambiata la vita: dall\'oggi all\'indomani. Due giorni dopo, incredulo, lo stesso Corriere raccontava l\'inaudito: vinceva le elezioni l\'uomo della plastica, il ricco non elegante, quello delle televisioni cui faceva contorno un\'idea d\'Italia senza salotti e senza le terrazze di Ettore Scola. Solo arredi Aiazzone. E quella \"storia italiana\" poi, il depliant propagandistico di un animatore da villaggio intento a curare i fiori nel proprio giardino.

FINI,FINI, MENIA FASCISTIGiorgioGiorgio Almirante e un giovanissimo Italo Bocchino

IL MITICO 1994
Camerati, a noi ci cambiò la vita perché ancora un giorno prima - e lo ricordo bene, con Salvatore Sottile, poi straordinario capo ufficio stampa di Gianfranco Fini - quando capitava di andare in Rai per elemosinare uno spazio, con i camerati che erano riusciti a trovare un lavoro sotto finta quota - coi liberali e coi socialdemocratici - dovevamo parlare di nascosto. Per non rovinarli. Il giorno dopo, al contrario, fu tutto un batter di tacchi ed alalà.

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E non esagero. In luogo dei nostri arrivarono gli altri. Quelli del Settimo piano di viale Mazzini. Ci venivano a cercare per estrarre dai loro portafogli, commossi, le foto dei nonni e degli zii in orbace. Salvatore li costringeva a fare anticamera e quelli, nell\'attesa, studiavano il martirologio della Repubblica sociale.

Tutto un \"caro lei, quando c\'era Lui\" adesso rinvigorito dall\'arrivo di quel nuovo \"Lui\": il Cavaliere, che aveva messo sottosopra quell\'Italia dove noi - camerati - nella migliore delle ipotesi eravamo topi di fogna, nella peggiore, \"esuli in patria\".

NOI E I POTERI FORTI
La vita cambiò perché ci venne incontro la possibilità di potere, subito abortita in quei mesi febbrili quando Pinuccio Tatarella, forte d\'ingegno e di strategia, capì presto la mala parata: i poteri forti. Saranno loro ad avvelenare questa opportunità di cambiare l\'Italia e sottrarla al conservatorismo della sinistra. La vita cambiò perché il Cavaliere si faceva carico di sbrogliarsela con un progetto perfino eversivo: rovesciare l\'establishment.

BocchinoBocchino Almirante prima dopo - Nonleggerlo Blog

Certo, la gente a modo continuava a pensarla secondo codice conformista. Io e Italo Bocchino abitavamo in un appartamento romano, vicini di pianerottolo di un transessuale che manco ci salutava tanto l\'antifascismo era ed è religione civile. Un tabù fatto proprio oggi da Alemanno, da Fini e senza avere la simpatica malizia di Maurizio Gasparri che alla solita domanda su Mussolini risponde: \"Conosco solo Alessandra\".

FiniFini Berlusconi FI

ODIO PERMANENTE
In Italia l\'odio è il carburante della società cosiddetta civile. Il sorriso del Caimano spiazzava tutti, noi per primi che non eravamo proprio abituati a così tanta grazia arrivammo a farci conoscere per i nostri modi da parvenu. Quello che combinavamo in Rai è pura antologia dell\'orrore. Ancora ieri vi si aggiravano i cari parenti del capo indiscusso della destra, quella del patriottismo repubblicano, mica il Berlusca.

Se non ci fosse stato Berlusconi la destra sarebbe diventata oscena, una di quella pagliaccesche parodie come se ne possono trovare nel mondo: xenofobia, isteria sociale, razzismo, islamofobia.

ForattiniForattini per Panorama - Il Lupo di Gubbio. FINI BERLUSCONI

FASCISMO DEL 2000
Sarebbe stata, quella destra, la parodia cui già s\'avviava proprio con Fini: \"Il fascismo del 2000\", giusto quando c\'era quello stupendo faro di nome Beppe Niccolai che a tutti noi, camerati, indicava la strada per ricominciare ad assumersi la responsabilità della politica: entrando nella viva carne dell\'Italia che si trasformava.

IlIl vertice di Gemonio Bossi Fini e Berlusconi

Ma fu governo, fu destra di governo e tutti noi ci siamo trasformati in qualcos\'altro. Perfino in ladri, in magnaccia, in furbi e, con rispetto parlando, in camerieri ciechi e ubbidienti di quelli che hanno ammazzato Enrico Mattei, quelli che ci hanno inchiodato, con la nostra bella Italia universale, ad essere periferia e spazzatura di ogni occidentalismo.

IL PROF. BUTTAFUOCO
Se non ci fosse stata la rivoluzione berlusconiana, non ci sarebbe stato Il Foglio, non avrei poi incontrato Pietro Calabrese che mi ha dato uno stipendio e un lavoro e io sarei rimasto in paese: la mia libreria sarebbe diventata una cartoleria, la mia identità di intellettuale si sarebbe realizzata nella cattedra di filosofia al Liceo linguistico di Enna, forse sarei pure diventato federale del partito, avrei attraversato piazze tricolori e festanti fino ad esaurimento del lumicino, insomma, un destino uguale a quello di tanti perché, camerati, a noi, non ce lo poteva dire nessuno che saremmo arrivati a questo punto, anzi, che tanti di noi sarebbero arrivati al punto di essere i liquidatori dell\'Italia post-berlusconiana. Di questo si tratta.

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FINI E I FUTURISTI
E va bene, allora, è finita, sarà finita ma io non pretendo di verificare il grado di futurismo di Gianfranco Fini. Ma mentre capisco certe uscite di Fabio Granata (è grazie a Granata se le anime belle, oggi, devono inghiottire la smagliante verità di una foto, quella di Paolo Borsellino, in coppia con Pippo Tricoli, ospiti di Granata con tanto di croce celtica sullo sfondo), m\'indignano gli anatemi di un Gianni Alemanno contro lo stesso Fabio (proprio lui, parla, il sindaco, lui che se li sucò fin nel midollo i ragazzi di Siracusa, suoi fedeli pretoriani; parla proprio lui, la fighetta, che per non fare la figura del fascio allo Strega ha ostentatamente votato Silvia Avallone e non Antonio Pennacchi).

Continuo a non chiedere a Fini di gettare il cuore oltre l\'ostacolo ma di parlare con voce sua, sua politica voce, e non per tramite di avvocati, e di spiegare la casa di Montecarlo, quanto meno a soli camerati, proletari e fascisti. Quelli che non avendo manco da tenersi le pezze al culo le trovavano le cento lire per la sottoscrizione. È il senso di vergogna che prende me che non sono più un elettore ma solo uno che se n\'è andato o, forse, cacciato da ogni destra.

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E mi vergogno nei confronti di quelli che venivano in sezione per restarci anche se fuori, nelle piazze, gli altri, ci volevano morti. I beni immobiliari del Msi (altro che An, altro che Pdl) esistono in virtù di un istinto di sopravvivenza: le compravano le case perché nessuno ce le affittava. Nessuno ci ha mai voluto tra i piedi. Per i piedi a noi ci appendevano.

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CAMERATI, A NOI!
Si chiameranno futuristi «Ebbene sì, chiamateci futuristi, allora. Ma di un futurismo pacifico, pacificato, liberato, liberale e democratico. Postmoderno. Riformista. Sorridente. Solare. Chiamateci futuristi perché non abbiamo paura di proiettarci nel futuro con gusto visionario. Senza pedanteria, con il gusto dello sberleffo: spezzare catene, abbattere muri. Mettendoci in discussione. Dalla parte degli eretici, sempre. Senza conformismi.

Senza la triste preoccupazione per ogni mescolanza, per ogni meticciato. Per ogni novità. Spezzando gli steccati che separano il tuo dal mio. Perché il nostro è un futurismo fiducioso e ottimista. Che si fida. E che non ha perso il senso della speranza ».

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Sembrerebbero parole di Filippo Tommaso Marinetti, il poliedrico uomo di cultura che fondò nel 1909 l\'unica avanguardia culturale e artistica nata in Italia e non importata dall\'Europa: il futurismo, per l\'appunto. In realtà si tratta di un articolo di Filippo Rossi sulla versione internet di Fare Futuro, la rivista politica dei finiani. Il nuovo gruppo parlamentare dei fedeli del presidente della Camera si chiama Futuro e Libertà. Chissà F. T. cosa ne penserebbe.

 

 

 

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