di battista

DIBBA, FACCE UN MOJITO – OGNI ESTATE HA LA SUA PENA BALNEARE: DOPO SALVINI DJ AL PAPEETE, DI BATTISTA FA IL BARMAN IN SPIAGGIA A ORTONA (CON VEZZOSA BANDANA): “UN GOVERNO DI SOLIDARIETÀ NAZIONALE GUIDATO DA DRAGHI? DIO CE NE SCAMPI...”. POI PARLA DEL M5s, DI DI MAIO (“IL RAPPORTO E’ BUONO”, CIOE’ SI DETESTANO) DEL RECOVERY FUND “CHE RAFFORZA CONTE”, DELL’UNIONE “DI CUI CI SI POTRÀ FIDARE DAVVERO SOLO QUANDO ABOLIRÀ IL PATTO DI STABILITÀ” – L’ERRORE DA MATITA BLU SUL NEGRONI (LE FOGLIOLINE DI MENTA NON CI VANNO)

Fabrizio Roncone per corriere.it

 

Una fonte spiffera: «Guarda che Di Battista s’è messo a fare il barman».

di battista

Ma che dici?

Ma davvero?

Dibba che prepara cocktail?

No, scusa: e dove?

(Tre giorni dopo)

 

A Ortona, sulla spiaggia privata dell’hotel Katia, ombrelloni in fila per nove e sabbia bollente, c’è un mare spianato, c’è un bel sole a picco e poi ecco che arriva sul serio lui, il nostro Alessandro Di Battista detto Dibba, l’aspirante rivoluzionario di Roma Nord che dopo aver messo il naso nella piccola scalcagnata azienda di famiglia specializzata in ceramiche ramo sanitari (conti in rosso, troppo rischioso), dopo aver provato a fare il falegname (troppo faticoso), dopo aver scritto reportage assai modesti (il racconto del suo viaggio in America Centrale per Sky Atlantic fu giudicato da Aldo Grasso il peggior programma del 2019), eccolo che questa estate si esibisce tra i tavoli del «Barretto», il bar-tavola calda dietro alle sdraio.

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Crudele il destino dei cronisti politici di questo Paese: andare per stabilimenti balneari. L’anno scorso tutti al Papeete Beachdi Milano Marittima, dov’era stato avvistato il ministro dell’Interno che, a torso nudo, tutto sudato e sfatto, metteva musica, vuotava bicchieroni di mojito ghiacciati e chiedeva poteri assoluti (sapete com’è finita: il dj leghista, nei sondaggi, ha perso 12 punti; la Meloni ne ha guadagnati 10, e adesso stanno 23 a 18). Quest’anno si resta sempre sull’Adriatico, ma bisogna scendere più a sud, la location è meno modaiola e, soprattutto, il nostro uomo i cocktail invece di scolarseli, li prepara.

 

Mah.

Comunque, sì: è lui, Dibba.

E, santo cielo, s’è messo pure la bandana

 

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Però quant’è forte e ostinato, eterno ragazzone con i basettoni — guardatemi, vi prego, i basettoni — stavolta travestito con la giacca bianca da barman, nonostante una moglie che lo osserva da lontano (Sahra Lahouasnia, donna di eccezionale pazienza), un figlio che laggiù costruisce castelli di sabbia per imitare il padre e un fratellino in arrivo(vogliono farlo nascere a Pescara: «Abbiamo avuto ottime referenze sull’ospedale locale, lo chiameremo Filippo»).

 

L’hotel Katia è pulito e ordinato, tre stelle, arredamento anni Settanta. Dibba racconta che ci veniva quando aveva 16/17 anni, ricorda un paio di estati, Zucchero Spagna 883, i primi baci, Grillo era solo un comico.

 

Per arrivare al «Barretto» bisogna attraversare il giardino, la spiaggia è a cinquanta metri: la tettoia di legno bianco, i tavolini bianchi, il frigorifero con i gelati sulla destra. 

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Entra una signora: «Ale, uno spritz... e un commento su quel furbacchione di Conte!». I clienti lo blandiscono, lo corteggiano. Lui — che affianca il cugino nella gestione del locale — piacionesco, visionario, sempre in possesso di una spensierata certezza su tutto: promise ai pugliesi di chiudere il Tap in due settimane, suggerì di trattare con l’Isis, annunciò che in Grecia cittadini disperati si iniettavano il virus dell’Aids,convinse Luigi Di Maio ad andare in Francia ad abbracciare i gilet gialliche avevano appena incendiato Parigi (immaginate Macron quando poi seppe che quello con la cravatta della coppia era diventato ministro degli Esteri) e, cronaca più recente, ha chiesto un congresso per i 5 Stelle, scatenando nel Movimento un mezzo pandemonio, perché lì dentro ancora c’è chi lo prende in parola.

 

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Per questo resta il più strepitoso prodotto del grillismo, Dibba: che dopo essere stato «Cuore di panna», il soprannome con cui animava i villaggi turistici, trovò lavoro in Parlamento grazie a Casaleggio padre e poi partì per il Chiapas, quella volta travestito da Subcomandante Marcos, in tasca la moleskine su cui appuntare per il suo reportage frasi indimenticabili tipo «Si ammira il fiume che scende placido», in spalla il sacco a pelo con cui chiedere ospitalità in una fattoria da cui poi fuggì all’alba, gli zapatisti che lo rincorrevano furibondi per essere stati ingannati da un leader del M5S, il partito che — in Italia — era al governo con Salvini.

 

Ascoltati questi brevi cenni biografici, di solito Dibba si volta e mette su una smorfia di disprezzo: «Tutta invidia». In effetti è abbastanza invidiabile la sua capacità di inventarsi, periodicamente, un mondo diverso. Fa un certo effetto ritrovarselo all’ora di pranzo che ti arriva al tavolo e dice: «Oggi abbiamo una fritturina di pesce da svenimento». Torna dieci minuti dopo, la frittura è buona davvero, ma lui nemmeno ti ascolta. Sta rispondendo a quello del tavolo accanto: «Un governo di solidarietà nazionale guidato da Draghi? Dio ce ne scampi...».

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Serve ai tavoli e parla da leader. L’altro giorno, inattesa carezza per il suo ego, un gruppo di grillini molisani è venuto a trovarlo, una specie di pellegrinaggio sulla spiaggia.

 

Ai militanti Dibba spiega un mucchio di cose in ordine sparso: l’accordo raggiunto sul Recovery Fund rafforza Conte, ma dell’Unione ci si potrà fidare davvero solo quando abolirà il patto di Stabilità; un po’ di soldi andrebbero spesi per risolvere il dramma del dissesto idrogeologico; con Di Maio il rapporto è buono (cioè, si detestano); a chiunque gli chieda di guidare la rinascita del Movimento, lui risponde che «la passione non manca e non mancherà mai, ma ora penso al mio ultimo reportage sull’Iran, che ho titolato: “Sentieri persiani”» (molto atteso, ovviamente, dalla comunità internazionale).

 

Le giornate sono belle e lunghe e al tramonto Dibba — mascherina mezza scesa sul mento — è lì che prepara un Negroni: 1\3 di gin, 1\3 di vermouth rosso, 1\3 di Campari. Poi però aggiunge due foglioline di menta. «Ma no, Ale! Quante volte devo ripeterti che la menta devi metterla solo nel mojito?».

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