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IL DREAM TEAM DI GIORGIA MELONI: DESCALZI AGLI ESTERI, CROSETTO MINISTRO DELLA DIFESA (O SOTTOSEGRETARIO) E IL PROFESSORE DI ECONOMIA CESARE POZZI A VIA XX SETTEMBRE (LE SUE PERLE: “IL DEBITO PUBBLICO? L’ITALIA È IL PAESE PIÙ SOLVIBILE DELLA STORIA DELL’UMANITÀ. LO SCUDO ANTISPREAD DELLA BCE? NON HA SENSO”) – E POI MATTEO ZOPPAS, IL PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA BONOMI, CARLO NORDIO ALLA GIUSTIZIA, ALFREDO MANTOVANO, MAGISTRATO ED EX SOTTOSEGRETARIO DI AN…

Giovanni Tizian e Emiliano Fittipaldi per “Domani”

 

CROSETTO MELONI

«Noi di Fratelli d’Italia siamo pronti a vincere, e pronti a governare», ha detto Giorgia Meloni qualche giorno fa. Se il primo assunto è più che plausibile, visti i sondaggi e il gioco delle alleanze che favorisce la destra, il secondo assioma è falso. La conservatrice che sogna palazzo Chigi – al netto delle conventio ad excludendum di chi considera una bestemmia che un’esponente post fascista possa diventare premier di un paese chiave della Ue e del G7 – non è affatto preparata alla sfida del governo.

 

Non tanto per capacità personali, rispetto a Matteo Salvini e Silvio Berlusconi è considerata, anche dai rivali, più capace e competente. Ma perché in lunghi anni di opposizione non è stata in grado di creare una classe dirigente degna di nota all’interno del partito, che possa gestire la macchina del governo. Soprattutto in tempi complessi, tra rigurgiti pandemici, una guerra nel cuore dell’Europa, inflazione da record e rischi di recessione economica.

 

claudio descalzi

CHI SCENDE E CHI SALE

Meloni ne è consapevole, e negli ultimi mesi – vista la crescita esponenziale del suo consenso – non è stata con le mani in mano. Ha messo fuori la testa dal suo inner circle familistico (il suo uomo di punta è Francesco Lollobrigida, marito della sorella Arianna), e provato a attrarre forze esterne da poter spendere una volta vinte le elezioni. L’ex missina ha conosciuto così soggetti del mondo delle imprese e delle istituzioni, ha rapporti con manager di società partecipate e delle multinazionali, e relazioni che potrebbero portare a una lista di ministri assai diversa rispetto a chi scommette su un governo composto dai vari Daniela Santanché e Ignazio La Russa.

 

claudio descalzi

«Lei, in realtà, è terrorizzata dall’idea di fare ministro qualche dirigente di FdI: teme sempre che possa uscire qualche scheletro nell’armadio. Un video con un saluto romano, qualche cattiva frequentazione come accaduto per il fedelissimo Carlo Fidanza, inchieste penali simili a quella che ha colpito l’europarlamentare Nicola Procaccini, indagato per turbativa d’asta per lo scandalo di Terracina», dice un componente dell’esecutivo nazionale di FdI.

 

Degli uomini di partito Meloni salva pochi profili, che potrebbero ottenere uno scranno governativo: sicuramente Adolfo Urso, oggi presidente del Copasir che potrebbe ambire alle deleghe ai servizi segreti, e Maurizio Leo, responsabile economico del partito (considerato anche dagli avversari serio e preparato) che spera di ottenere una delega forte in campo fiscale. «Il cognato Lollobrigida, o fedelissimi come Andrea Delmastro, Giovanbattista Fazzolari o Edmondo Cirielli difficilmente avranno incarichi di rilievo. Forse qualche posto di sottogoverno senza deleghe decisive, una vicepresidenza al Senato o alla Camera, ma nulla di più», aggiunge.

 

meloni procaccini 23

Un caso diverso, invece, è quello di Alessio Butti: anche lui nell’esecutivo di FdI, è l’uomo che Meloni (Silvio Berlusconi permettendo) vorrebbe come sottosegretario alle telecomunicazioni.

 

Politico di provincia che ha fatto rapida carriera, Butti lavora da mesi ai piani sulla rete unica e sulle televisioni, ed è convinto assertore della necessità di nazionalizzare le aziende che lavorano nel campo della sicurezza nazionale e nei settori industriali strategici. Nazionalizzazioni che (sulla falsa riga di quello fatto da Emanuel Macron in Francia con il colosso energetico Edf) potrebbero presto diventare il punto centrale dell’agenda Meloni.

 

Come Butti anche Alfredo Mantovano, magistrato ed ex sottosegretario di An che da qualche tempo si è riavvicinato a Fratelli d’Italia, è molto ascoltato dalla Meloni: qualcuno dice che il conservatore potrebbe aspirare – fosse FdI a dare le carte nella formazione del governo – a un ministero centrale in tema di diritti come quello sulla Famiglia. O a quello della Giustizia.

 

I MINISTRI DEI SOGNI

meloni negli usa

Meloni qualche giorno fa si è scagliata contro il New York Times, dopo che l’autorevole quotidiano ha scritto che una sua salita al potere rappresenterebbe per l’Italia «un futuro desolante».

 

La leader ha parlato di una fantomatica «macchina del fango», ma sa bene che sulla sua leadership pende la spada di Damocle dei consessi internazionali: l’Italia è un paese con un mostruoso debito pubblico, ed è difficile che un governo sovranista – che ha come modelli politici Donald Trump e Viktor Orbán – possa reggere a lungo contro i mercati, le élite di Bruxelles e quelle della Casa Bianca di Joe Biden.

 

Dunque, sono in tanti in queste ore a consigliare Meloni di presentare nomi tranquillizzanti nei ministeri chiave. La leader, che insieme a Fabio Rampelli (oggi suo avversario interno: non dovrebbe avere nemmeno lui ruoli di governo) organizzava campi hobbit e le feste per il solstizio d’estate, vorrebbe così un ex giudice, Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ma soprattutto sogna che uno come Claudio Descalzi possa essere disponibile a trasformarsi nella punta di diamante di un governo a guida Meloni.

 

GIORGIA MELONI E MARINE LE PEN

Quello dell’attuale amministratore delegato dell’Eni è un nome che circola tra i pochi consiglieri di cui Giorgia si fida: il manager ha ottimi rapporti sia con lei sia con Salvini, e in primavera il suo terzo mandato arriverà a scadenza.

 

Ora, con il tema dell’energia diventato ancora più rilevante nell’agenda politica, Descalzi potrebbe anelare a un inedito quarto mandato: diventerebbe il più longevo numero uno della storia della multinazionale, superando Enrico Mattei o i regni dei predecessori Paolo Scaroni e Franco Bernabé.

 

In realtà Meloni credeva che elezioni si sarebbero tenute a scadenza naturale nel 2023, e aveva ipotizzato di chiedere a Descalzi (che come lei è favorevole al nucleare da fusione e alle trivelle per potenziare le estrazioni di gas casalingo) di fare il ministro in caso di vittoria. In un dicastero di primissimo piano, come quello degli Esteri o dello Sviluppo economico.

 

Non è escluso che le elezioni anticipate portino a una doppia nomina: l’arrivo di Descalzi al governo di centrodestra e un nuovo ad all’Eni. Che sarà probabilmente indicato da Descalzi in persona: dopo l’assoluzione definitiva dalle accuse di corruzione internazionale, il manager è uno degli uomini più influenti d’Italia, capace di chiudere accordi energetici fondamentali con l’Algeria, di cucire relazioni strette con il Quirinale e con gli americani, che lo considerano un atlantista convinto e alleato fedele.

meloni meme

 

Altro esterno a Fratelli d’Italia che Meloni vede bene nel suo futuribile dream team è il poco noto Cesare Pozzi. Un docente di economia applicata che insegna a Foggia e alla Luiss di Roma. Il professore, di Varese, è stato invitato alla conferenza programmatica di FdI di qualche mese fa, e ha parlato davanti a una platea semivuota delle sue ricette economiche per il rilancio del paese: i fan di Meloni non sapevano probabilmente che la leader ne ha massima stima, e che nelle chiacchiere con i suoi consiglieri ne parla come di un possibile ministro dell’Economia.

 

A chi le ricorda che il docente non ha un nome di peso, lei risponde secca: «Se i grillini sono riusciti a mettere un perfetto sconosciuto come Giuseppe Conte a capo del governo, perché io non posso mettere Pozzi a via XX Settembre?». Si vedrà.

 

Per ora, va segnalata qualche recente dichiarazione di Pozzi, rilasciata durante un dibattito a tre con Gianni Alemanno e il collega leghista Antonio Rinaldi. «Il debito pubblico? In verità l’Italia è il paese più solvibile della storia dell’umanità» ha detto qualche giorno fa. «Abbiamo vissuto non al di sopra, ma al di sotto delle nostre possibilità. Lo scudo antispread della Bce? Non ha senso. La burocrazia della Banca centrale è totalmente inadeguata, non valuta l’impatto delle decisioni sui territorio e sulle famiglie». Alemanno, nel video, annuisce felice.

 

ALLA RICERCA DEL PIL

comizio di giorgia meloni dopo il voto al senato su draghi 3

Meloni ha in mente anche altri papabili per il suo possibile esecutivo. Uno di questi è Matteo Zoppas, rampollo della dinastia degli elettrodomestici e già presidente di Confindustria Veneto: favorevole al passaggio delle grandi navi a Venezia, fautore di una maggiore autonomia della sua regione da Roma, è considerato dalla Meloni un possibile ministro dello Sviluppo economico. A oggi è figura di raccordo tra il partito e i piccoli imprenditori che nel nord est hanno sempre avuto la Lega come supremo riferimento politico ma che, con l’avvento di Salvini e della sua Lega nazionale, hanno cominciato a squadernare proposte politiche alternative.

matteo zoppas

 

Anche Carlo Bonomi, attuale presidente di Confindustria, è uscito sui giornali con i galloni di ministro meloniano. «È vero, le confermo che Meloni da qualche tempo ha curato molto i rapporti con lui. C’è apprezzamento reciproco, lei vuole intensificare i rapporti con il “partito del Pil” del nord, in concorrenza con la Lega.

 

Anche Bonomi, come Zoppas, potrebbe essere chiamato a fare il ministro», spiega ancora il dirigente di Fratelli d’Italia, «ma Giorgia sa bene che è tentativo difficile, visto che il mandato del presidente scade nel 2024».

 

GLI OSTACOLI ALLA PREMIERSHIP

Naturalmente, negli auspici di Meloni a capo della compagine a cui sta lavorando deve esserci lei, e solo lei: i sondaggi premiano la lista delle destre e più di tutte quella di Fratelli d’Italia che, secondo gli esperti, nelle urne potrebbe arrivare a toccare – o persino superare – il 25 per cento dei consensi.

 

Per ottenere l’incarico o quantomeno il mandato esplorativo, Meloni si è mossa con intelligenza: dopo la battaglia (perduta) per il Quirinale pare abbia recuperato un rapporto almeno cortese con il rieletto Sergio Mattarella e con il potente segretario generale Ugo Zampetti; ha sposato l’asse atlantico di fronte alla guerra della Russia contro l’Ucraina senza tentennamenti; provato a rassicurare gli emissari dell’ambasciata americana e i moderati che temono i suoi estremismi.

 

carlo bonomi mezzora in piu

Il problema però resta: come accaduto durante il convegno di Vox in Spagna durante il quale Meloni ha urlato con voce marziale contro «la lobby gay, la finanzia internazionale, la burocrazia di Bruxelles e la cultura della morte», la leader non intende rinunciare al richiamo della foresta. Il discorso della post fascista ha fatto tremare i moderati, ma quello che molti non capiscono è che Meloni, anche se è solo del 1977, non è una politica moderna. Ha un’impostazione strategica novecentesca. Così come il Partito comunista non voleva che si formasse nulla a sinistra e talvolta peccava in estremismi, anche lei teme più di ogni altra circostanza la nascita di una formazione politica che le contenda l’egemonia a destra.

 

comizio di giorgia meloni dopo il voto al senato su draghi 2

«Queste uscite sono un rischio calcolato: anche se li tiene lontano dal cuore del partito, non vuole perdere l’appoggio elettorale di nostalgici e reducisti, che in Italia sono tanti. Diciamo che in Spagna le è un po’ scappata la mano», dice sorridendo chi teorizza con lei, dentro FdI, la necessità di usare talvolta toni identitari estremi, anche a costo di perdere qualche voto.

 

«Meloni, speranza di tutti i patrioti». Così Santiago Abascal, del partito conservatore di destra Vox, ha salutato domenica scorsa la leader di Fratelli d’Italia (FdI), invitata come ospite d’onore al congresso madrileno di Vox. Nelle ore in cui a Roma un corteo composto da no-vax e fascisti irrompeva nella sede della Cgil distruggendola, a Madrid l’ex militante di Alleanza Nazionale, oggi a capo dell’opposizione, sottolineava un’altra emergenza: la deriva dei valori fondativi dell’«Europa dei patrioti», permeati di un cristianesimo che rischierebbe di scomparire: «È sotto attacco la nostra spiritualità, il senso del sacro e le stesse radici cristiane in nome di un relativismo assoluto e un ateismo aggressivo» ha detto.

 

Poco importa se, pochi giorni fa, su Le Figaro la filosofa Chantal Delsol spiegava che «i paesi occidentali non sono diventati atei, semmai hanno adottato altre credenze, altre religioni o spiritualità, altre morali». Per la leader di FdI con l’ateismo è in gioco l’identità dei singoli paesi europei e, pertanto, va fermato.

intervento di carlo nordio

 

IL CRISTONEOFASCISMO

Questa mobilitazione politico-confessionale si è diffusa in Spagna con Vox, che negli anni è riuscito a imporsi quale erede del partito conservatore, intercettando nell’istituzione ecclesiale l’ago di una bilancia morale e la tara della propria strategia politica.

 

Di recente, il teologo Juan José Tamayo ha messo in guardia da ciò che definisce l’ultimo baluardo di un cattolicesimo nazionale, che si riteneva capitolo chiuso dopo gli anni bui della dittatura di Francisco Franco. Viceversa, per il teologo spagnolo in Spagna si sta assistendo alla nascita del «cristoneofascismo». Si tratta di un movimento che ha già un precedente pericoloso in paesi come il Brasile, dove l’alleanza tra il governo di Bolsonaro e i cristiani evangelici ha scalzato le politiche di solidarietà per una visione accentratrice del potere. Negli Stati Uniti, la stessa tendenza fondamentalista aveva ravvisato nella presidenza di Donald Trump l’escatologia perfetta del binomio «faith/fight».

 

il comizio di giorgia meloni per vox, in spagna 8

Nel libro La internacional del odio (Icaria, 2020), Tamayo sottolinea come la religione sia solo uno strumento politico che, inserendo la dialettica amico-nemico in una suprema battaglia tra bene e male, genera una «nuova religione che si nutre di odio, lo coltiva, lo alimenta tra i suoi seguaci e lo inocula nella cittadinanza». Vox, che riceve il sostegno di una lobby dell’ultra-destra cattolica come Hazte Oír, ribadisce il suo ruolo di guida morale facendo leva sui suoi nemici: femminismo, immigrazione, Islam, Lgbt, diritti civili quali aborto e matrimonio egualitario. Gli stessi che Meloni pochi giorni fa ha elencato nel suo discorso.

 

MUJER, MADRE, CRISTIANA

Per la leader di FdI essere cristiana è così importante da avervi dedicato un capitolo intero nella sua biografia (Io sono Giorgia, Rizzoli, 2021). Eppure, basta sfogliarne le pagine per coglierne le dissonanze anche solo rispetto al cristianesimo tradizionale.

 

Meloni è colei che nel 2016 annunciò alla manifestazione per la difesa della famiglia tradizionale del Family day di essere incinta, salvo poi avere una figlia in una relazione fuori dal matrimonio. È anche colei che oppone alle pratiche di devozione cristiana la passione per l’angelologia, parlando in modo schivo del suo rapporto personale con l’angelo custode. Il cristianesimo intriso di sincretismo di Meloni è ben riassunto in poche righe del menzionato capitolo, dove l’emozione seguita al crollo della volta di Notre Dame in fiamme si giustappone a quella per l’alba nel luogo pagano di Stonehenge.

SALVINI - BERLUSCONI - MELONI - VIGNETTA BY BENNY

 

Ciononostante, Meloni continua a ricordare il suo essere «mujer, madre, italiana, cristiana».

 

Motto che gli spagnoli conoscono bene, perché analogo a quello del numero tre di Vox, Iván Espinosa de los Monteros, definitosi «uomo, spagnolo, cristiano, etero, sposato, padre di famiglia, patriota, capitalista, conservatore». Espinosa è il marito di Rocío Monasterio, portavoce di Vox all’assemblea di Madrid, ma ha anche nel suo dna familiare un legame con le pagine buie del nazi-fascismo europeo: il nonno fu comandante sotto Francisco Franco mentre il fratello di lui, Eugenio Espinosa de los Monteros, era stato ambasciatore di Spagna nella Berlino del Terzo Reich.

 

GIORGIA E IL DRAGO

Il cristianesimo di cui si fa portavoce la leader di FdI ha poco dell’annuncio di gioiosa salvezza, più volte ribadito da papa Francesco.

il comizio di giorgia meloni per vox, in spagna 1

 

L’immagine dei cristiani delineata dai post sulla sua pagina Facebook, invece, è quella di una minoranza perseguitata dai paesi medio-orientali alla stessa Europa. Postare, a distanza di due settimane, il dissenso alla decisione di oscurare i simboli cristiani in un cimitero a Pieve di Cento (8 aprile 2019) e l’attacco nella comunità cristiana in Sri Lanka (21 aprile 2019), le permette così di promuovere una caratteristica distintiva del vero credente: il martirio. Per Meloni, il cristiano è, prima di tutto, un martire non solo del fondamentalismo islamico – come ha più volte ribadito con post dedicati a Pakistan, Turchia o Libia –, ma anche in casa propria, dove le «radici cristiane d’Europa» sono costantemente minate.

 

Per la leader di FdI il nemico è la «izquierda». La sinistra non è più solo un rivale politico, ma un «odiatore della patria che ha cominciato ad amare l’Europa solo quando è diventato orfano dell’Unione sovietica […] e ha cercato di trasformare l’Europa dei popoli e delle diversità in una specie di stato sovietico, tutto burocrazia, imposizioni dall’alto e omologazione». Facendo della sinistra il riflesso sbiadito di un comunismo che vuole ateizzare il mondo, la leader di FdI fa di sé la sentinella di un nugolo di credenti militanti.

il comizio di giorgia meloni per vox, in spagna 3

 

Accanto al suo nome, nel profilo Twitter compare la lettera ?, dall’arabo nasarah, nazareno, che è come i musulmani nella tradizione storica definivano i cristiani «infedeli». Il simbolo ha cominciato a diffondersi sui social a partire dal 2014, quando molti cristiani iracheni sono morti sotto la furia islamista dell’Isis. Il simbolo non solo ricorda che Meloni è cristiana, ma anche parte di una resistenza cui non resta che combattere: «Difendere la nostra identità si può, basta recuperare la forza di farlo» scriveva in un post datato 21 luglio 2021 dopo l’incendio della cattedrale francese di Nantes.

 

LA BENEDIZIONE DI VIGANÒ

giorgia e arianna meloni

Se in Spagna i cristoneofascisti trovano una sponda in alcuni esponenti del clero spagnolo, in Italia l’investitura ecclesiale viene da personalità come mons. Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti e oggi apertamente critico verso papa Francesco.

 

In occasione della manifestazione di domenica scorsa, il prelato ha inviato un videomessaggio ai manifestanti riuniti in piazza del Popolo: «Usciamo dal labirinto comprendendo che è in atto una guerra mondiale, combattuta non con armi reali, ma con armi non convenzionali, come la censura delle informazioni, l’asservimento dei medici, la complicità di politici, magistrati e forze dell’ordine […]. Una guerra tra luce e tenebre, tra bene e male».

 

alfredo mantovano

Nel suo discorso, l’ex nunzio ha proposto come soluzione un «filo di Arianna» caratterizzato dalla difesa dei seguenti valori: «La famiglia, il tessuto sociale e religioso della nazione, la nostra cultura, che è ineludibilmente cristiana, cattolica e romana». Un’analogia stringente con i valori sotto attacco così presentati da Meloni nel suo intervento a Madrid: «famiglia, identità sessuale, spiritualità cristiana, lavoro, frontiere, storia, libertà espressione, patria».

 

Ma la storia insegna che elementi dal peso apparentemente spirituale possono svuotarsi di senso senza un adeguato riconoscimento ecclesiastico. Come la venerazione della Madonna del manganello, presunta protettrice dei fascisti a cui erano state dedicate diverse statue in Calabria nel Ventennio: in quel caso, sotto una parvenza di sacro erano nascoste delle insidie.

 

IL PIANO B

guido crosetto giorgia meloni atreju

Le sue radici missine non sono il principale ostacolo sulla strada di palazzo Chigi. Meloni sa che esistono ostacoli maggiori. In primis, il probabile fuoco amico da parte di Salvini e soprattutto di Berlusconi. Con l’ex Cavaliere il rapporto è pessimo: un dirigente di Forza Italia dice che il leader di FI, di recente, gli ha spiegato che lui non lascerà mai la guida del centrodestra e del governo «a una semplice diplomata». Il nome del forzista Antonio Tajani, circolato sui giornali come premier che verrà, è solo l’inizio dell’offensiva berlusconiana contro la leader di Fratelli d’Italia.

 

In secondo ordine, la Meloni è cosciente che la Bce, le élite di Bruxelles e i mercati finanziari potrebbero reagire malissimo a un suo incarico. «Basta poco che lo spread schizzi alle stelle e che i burocrati della Ue minaccino implicitamente di chiudere i rubinetti del Recovery fund: Giorgia sa che a quel punto la sua candidatura si dissolverebbe in poche ore. Perciò stiamo lavorando anche a un piano B», spiegano dal partito.

 

Quello in cui Meloni stravince, ma lascia che il premier lo faccia qualcun altro. A quel punto lei pretenderebbe di fare il ministro degli Esteri e/o il vicepremier, usando l’incarico per istituzionalizzarsi come leader ancor più spendibile al turno successivo. «Lei è giovanissima, sa che ha il futuro davanti. E ha visto che anche da un ministero importante, come ha fatto Salvini al Viminale, si può continuare a crescere. Basta poi evitare di fare scivoloni modello Papeete».

 

Crosetto Meloni

Nel piano B i nomi nella testa di Meloni sono pochi. Dagospia ha lanciato l’ipotesi Letizia Moratti. Anche se l’ex ministra dell’Istruzione ha nicchiato, è un fatto che le due donne si sentano molto spesso da mesi. La leader ha grande opinione di Giulio Tremonti, che ambirebbe molto a fare il premier più che il ministro dell’Economia. Il docente di diritto tributario non è certo un profilo che possa tranquillizzare i mercati. Il suo nome, con maggiori probabilità, potrebbe essere usato dalla destra vittoriosa per la campagna di conquista delle agenzie indipendenti più pesanti, soprattutto nella vigilanza del settore bancario come la Consob.

 

L’altro nome che qualcuno faceva fino a qualche settimana fa era quello di Giancarlo Giorgetti. «Con Meloni non li unisce né l’estrazione sociale né quella geografica, una è di Roma sud e l’altro del varesotto, ma si stimano e sono legati dall’antisalvinismo», dice chi conosce bene entrambi. Giorgetti è certamente uno dei pochissimi dirigenti della destra ad aver fatto nel corso del tempo un passaggio da uomo di partito a esponente delle istituzioni, ma la defenestrazione improvvisa di Mario Draghi, a cui il ministro è molto legato, per mano del suo capo Salvini hanno indebolito la sua posizione dentro e fuori il partito, ed è dubbio che possa essere lui un premier di mediazione tra le tre forze di destra.

GUIDO CROSETTO E GIORGIA MELONI

 

POTERE CROSETTO

Il vero nome di garanzia per Meloni è quello di Guido Crosetto, il cofondatore di Fratelli d’Italia “parcheggiato” dal 2018 (si vocifera con uno stipendio intorno ai 400mila euro annui, assai più alto di quello da parlamentare) all’Aiad, la federazione che rappresenta le aziende dei settori dell’aerospazio e della difesa.

 

Toni moderati e rapporti trasversali sia in politica sia nel deep state (ha interlocutori nei servizi, nelle partecipate come Leonardo, perfino in Azione, Italia viva e nel Pd, soprattutto dentro la corrente di Base riformista del ministro della Difesa Lorenzo Guerini), da tempo Crosetto fa finta di non occuparsi di politica, e di essere un semplice osservatore esterno.

 

In realtà resta il consigliere privilegiato di Meloni, colui che riesce a mettere pace tra lei e Salvini quando la coppia litiga, sicuramente l’interlocutore preferito da Berlusconi dentro Fratelli d’Italia, che l’ex presidente del Consiglio considera ancora un’incognita e un pericolo, soprattutto per i suoi interessi aziendali che restano la bussola delle sue strategie politiche.

GUIDO CROSETTO E GIORGIA MELONI

 

Crosetto, anche non dovesse essere chiamato a palazzo Chigi, non avrebbe comunque alcun impedimento a diventare influente ministro in quota FdI. Già sottosegretario alla Difesa, qualcuno vaticina il suo passaggio alla poltrona più importante su cui oggi siede Guerini, altri invece lo vedono sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nella stanza dei bottoni vicina a quello del futuro premier. «Guido è bravissimo, ma guadagna molto bene all’Aiad: non è un caso che si sia dimesso da parlamentare appena eletto nel 2018», dice chi lo conosce da una vita. Sia come sia, anche dovesse rimanere fuori dall’esecutivo, Meloni gli chiederà di gestire la delicata partita delle nomine della partecipate: già oggi all’Aisi, a Leonardo, alla Rai o all’Enel, nelle agenzie di stato vecchi boiardi, civil servant e aspiranti consiglieri di amministrazione lo cercano per ottenere un’entratura nel regno di Giorgia.

 

GUIDO CROSETTO E GIORGIA MELONI

Colei che quasi tutti danno già, la sera del 25 settembre, come vincitrice sicura. Ma che per ora si rifiuta di incontrare chicchessia, a parte il vicedirettore del Dis Bruno Valensise, che sogna di diventare numero uno dell’Aisi quando l’attuale numero uno dei servizi interni Mario Parente terminerà il mandato: Meloni è pragmatica, e prima di impegnarsi o di fare promesse vuole contare tutte le schede nelle urne.

 

ignazio la russa giorgia meloni guido crosettoguido crosetto giorgia meloni

 

guido crosetto e giorgia meloni

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DAGOREPORT – CHE ARIA TIRA ALLA “REPUBBLICA” DI ATENE? NELL’INCONTRO TRA IL CDR DEL QUOTIDIANO E L’AD DI GEDI, MIRJA CARTIA D’ASERO, È STATO CHIARITO IL METODO DEL NUOVO EDITORE GRECO, THODORIS KYRYAKOU: PIÙ PARTECIPAZIONE DEI GIORNALISTI, PERCHÉ IL RILANCIO NON PUÒ ESSERE CALATO DALL’ALTO, E SOPRATTUTTO ATTENZIONE AI CONTI – IL VERO INNESTO È SULL’INNOVAZIONE, CON L’INGRESSO DI VERONICA DIQUATTRO, MANAGER CON UN PASSATO IN SPOTIFY E GOOGLE, PER IL RILANCIO DEL DIGITALE – IL PIANO INDUSTRIALE 2027-2030: IL PAREGGIO DI BILANCIO IN TRE ANNI, SENZA LICENZIAMENTI E SENZA UN PREPENSIONAMENTO IN PIÙ RISPETTO A QUELLI GIÀ PREVISTI – IL PRIMO BANCO DI PROVA DEL NUOVO CORSO SARÀ IL LANCIO DI “REPUBBLICA EUROPE”...