matteo renzi e dario franceschini

DUE PICCIONI CON LA FAVA M5S - EVOCANDO UN DIALOGO CON I GRILLINI, SU-DARIO FRANCESCHINI HA FATTO CENTRO: INDICA L'USCITA DAL PD SIA A RENZI (PRONTO ALLA SCISSIONE?) CHE A CALENDA, CHE MINACCIA DI CREARE UN NUOVO PARTITO - E ZINGARETTI? CONDIVIDE L'IDEA CHE LEGA E M5S NON SIANO LA STESSA COSA MA PER IL DIALOGO CON I GRILLINI VUOLE NUOVE ELEZIONI, PER RIEQUILIBRARE LE FORZE IN CAMPO E ASPETTARE UN CAMBIO AL VERTICE GRILLINO...

Nino Bertoloni Meli per “il Messaggero”

 

renzi franceschini by osho

Non si sa se per stanare o per provocare, fatto sta che Dario Franceschini, con la sua proposta hard di dialogo spinto con il M5S, basato finanche su una «condivisione di valori», un risultato sicuro lo ha ottenuto: è riuscito a stanare i renziani e Matteo Renzi in persona. Al punto che l'ex leader, per la prima volta, evoca lo spettro della scissione laddove avverte papale papale «non voterò la fiducia a un governo Pd-M5S».

 

E non votare la fiducia a un governo di cui si farebbe parte è l'anticamera del commiato. A chi lo aveva cercato per interviste, Franceschini aveva detto che non intendeva parlare adesso, «ci risentiamo a settembre», poi ci ha ripensato ed è uscito con una intervista al Corriere che riapre alla grande lo scontro interno al Pd. Per Dario il pugnace, come veniva chiamato, «Lega e M5S non sono la stessa cosa», laddove è Salvini l'uomo nero mentre i Di Maio al massimo sono grigi; di più, è stato un grande errore «tattico e politico» avere favorito il connubio di governo gialloverde, e in questo la responsabilità viene affibbiata «alla strategia dei pop corn», in breve a Renzi.

RENZI CALENDA

 

Il quale Renzi non è tipo da incassare, prende la tastiera e verga un lungo messaggio su Facebook in cui dà del «masochista» a Franceschini («che senso ha rincorrere Di Maio per solo sentirsi dire con il Pd mai?, non è tattica politica, è masochismo»), poi ricorda all'ex sodale di ex maggioranza che non accetta consigli «da chi ha perso finanche nel proprio collegio di Ferrara», quindi invita a non tirarlo in ballo per giustificare intese che l'elettorato dem in primis non gradirebbe, e infine il grido di battaglia: «Mai la fiducia a un governo con i cinquestelle».

 

Anche Carlo Calenda non vuole sentir parlare di grillini: «No a M5S o esco e valuto un nuovo partito». E Zingaretti? A una domanda su un possibile governo Pd-M5S, il segretario dem ha risposto come ha sempre risposto in questi tempi: «No a questo tipo di governo, il Pd è per le elezioni subito». Da qui sono circolati voci, sussurri e grida che Zinga avesse disconosciuto il Franceschini pensiero, ma non è così.

 

FRANCESCHINI RENZI

Il segretario dem condivide l'analisi che Lega e M5S non siano la stessa cosa, così come condivide la prospettiva che bisogna lavorare per incunearsi nelle loro contraddizioni anziché favorire un loro ravvicinamento, tutte cose, fra l'altro, spiegate a chiare lettere nel libro di Zingaretti uscito qualche mese fa.

 

L'attuale maggioranza del Pd non esclude una convergenza con i cinquestelle, ma il tutto deve avvenire dopo un passaggio elettorale che sancisca un riequilibrio tra le due forze e un conseguente ricambio al vertice grillino, un'intesa, in sostanza, non può essere fatta con Di Maio, che non a caso appena se ne parla riapre il fuoco di sbarramento contro il Nazareno. Nel Pd tornano a spirare i venti di scissione. O meglio, sembra aver preso corpo il partito interno di quanti spingono perché Renzi e renziani togliessero loro il disturbo, o per fondare una nuova aggregazione o più sbrigativamente per liberare posti in lista.

NICOLA ZINGARETTI

 

GLI INDIZI

Ci sono vari indizi in proposito. In Senato Renzi ha annunciato che intende prendere lui la parola nel dibattito su Salvini, ma dalla maggioranza del partito hanno già fatto sapere che «così non va bene, per il Pd può parlare uno solo e lo si decide insieme», e infatti il gruppo dei senatori si riunisce oggi.

 

C'è poi il caso Faraone, il segretario siciliano sanzionato ed estromesso a suon di commissione di garanzia, che per i renziani è un casus belli di cui chiedere conto al segretario, ma Zinga non è neanche detto che ne parlerà alla direzione di venerdì, anche perché l'operazione defenestrazione di Faraone, a quel che raccontano i bene informati, è stata fatta con il benestare dei vertici dei renziani moderati. In Sicilia dovrà andarci un commissario, e anche di peso: è girato il nome di Pierluigi Castagnetti.

Ultimi Dagoreport

buttafuoco giuli arianna giorgia meloni emanuele merlino elena proietti fazzolari

DAGOREPORT - UTERINO COM'È, GIULI NON HA RETTO ALL'ELEVAZIONE DI BUTTAFUOCO A NUOVO IDOLO DELLA SINISTRA LIBERALE E DELLA DESTRA RADICALE: VUOLE ANCHE LUI DIVENTARE LO ‘’STUPOR MUNDI’’ E PIETRA DELLO SCANDALO. E PER DIMOSTRARE DI ESSERE LIBERO DAL ‘’CENTRO DI SMISTAMENTO DI PALAZZO CHIGI’’, HA SFANCULATO IL SUO “MINISTRO-OMBRA”, IL FAZZO-BOY MERLINO – IL CASO GIULI NON È SOLO L’ENNESIMO ATTO DEL CREPUSCOLO DEL MELONISMO-AFTER-REFERENDUM: È IL RISULTATO DEL FALLIMENTO DI RIMPIAZZARE LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE CAPACE CON LA FEDELTÀ DEI CAMERATI, FINO A TOCCARE IL CLIMAX DEL FAMILISMO METTENDO A CAPO DEL PARTITO LA SORELLINA ARIANNA, LA CUI GESTIONE IN VIA DELLA SCROFA HA SGRANATO UN ROSARIO DI DISASTRI, GAFFE, RIPICCHE, NON AZZECCANDO MAI UNA NOMINA (MICHETTI, TAGLIAFERRI, GHIGLIA,  SANGIULIANO, CACCIAMANI, DI FOGGIA, MESSINA, ETC) - FINIRÀ COSI': L'ALESSANDRO MIGNON DELL'EGEMONIA CULTURALE SCRIVERÀ UN ALTRO LIBRO: DOPO “IL PASSO DELLE OCHE”, ‘’IL PASSO DEI CAPPONI’’ (UN POLLAIO DI CUI FA PARTE...)

nigel farage keir starmer elly schlein giuseppe conte

DAGOREPORT – “TAFAZZISMO” BRITISH”! A LONDRA, COME A ROMA, LA SINISTRA È CAPACE SOLO DI DARSI LE MARTELLATE SULLE PALLE: A FAR PROSPERARE QUEL DISTURBATO MENTALE DI FARAGE  È LA SPACCATURA DELLE FORZE “DI SISTEMA”, CHE NON RIESCONO A FARE ASSE E FERMARE I SOVRANISTI “FISH AND CHIPS” - È MORTO E SEPOLTO IL BIPARTITISMO DI IERI E LA FRAMMENTAZIONE È TOTALE, TRA VERDI, LIB-LAB, LABOUR, TORY E CORNUTI DI NUOVO E VECCHIO CONIO – IL CASO MELONI INSEGNA: NEL 2022, LA DUCETTA VINSE SOLO PERCHÉ IL CENTROSINISTRA SI PRESENTÒ DIVISO, PER MERITO DI QUEI GENI DI ENRICO LETTA E DI GIUSEPPE CONTE – APPUNTI PER FRANCIA E GERMANIA, DOVE SI SCALDANO LE PEN E AFD (E L’EUROPA TREMA…)

marina pier silvio berlusconi paolo del debbio giorgia meloni

FLASH – HA FATTO MOLTO RUMORE IL SILENZIO DI MEDIASET SUL CASO DEL DEBBIO: DAL BISCIONE HANNO LASCIATO CHE FOSSE IL CONDUTTORE, CARO A GIORGIA MELONI, A SMENTIRE I RETROSCENA SUL SUO ADDIO A RETE4 – IL MOTIVO? SEMBRA CHE A COLOGNO NON ABBIANO VOLUTO REPLICARE PERCHÉ AVREBBERO DECISO DI TAGLIARE LA TESTA AL TORO. NON ESSENDOCI UN CONTRATTO DA NON RINNOVARE (DEL DEBBIO È UN DIPENDENTE A TEMPO INDETERMINATO), AL MASSIMO C'È DA ATTENDERE LA PENSIONE - E INTANTO BIANCA BERLINGUER NON CI PENSA PROPRIO A SCUSARSI CON CARLO NORDIO PER LE PAROLE DI SIGFRIDO RANUCCI…

putin orban zelensky

DAGOREPORT – A PUTIN È BASTATO PERDERE IL CAVALLO DI TROIA IN UE, VIKTOR ORBAN, PER VEDER CROLLARE OGNI CERTEZZA: L’UCRAINA È NEL MOMENTO MIGLIORE DA QUATTRO ANNI A QUESTA PARTE ED È IN GRADO DI COLPIRE LA RUSSIA QUANDO E COME VUOLE – LA PARATA DIMESSA DEL 9 MAGGIO È LA PROVA CHE “MAD VLAD” VIVE A CHIAPPE STRETTE: CON LO SBLOCCO DEI 90 MILIARDI EUROPEI A KIEV (CHE ORBAN BLOCCAVA) E LA FORMIDABILE INDUSTRIA MILITARE UCRAINA, ORA È LA RUSSIA A ESSERE IN GROSSA DIFFICOLTÀ – IL “TROLLAGGIO” DI ZELENSKY, LA NOMINA FARLOCCA DI SCHROEDER (DIPENDENTE DEL CREMLINO) COME NEGOZIATORE E IL DISIMPEGNO DI TRUMP CHE ORMAI NON È PIÙ DECISIVO: GLI USA FORNISCONO SOLO AIUTI DI INTELLIGENCE, MA POSSONO ESSERE SOSTITUITI DAGLI 007 EUROPEI (SOPRATTUTTO BRITANNICI)

donald trump benjamin netanyahu attacchi iran

DAGOREPORT - IL PIÙ GRANDE OSTACOLO ALLA PACE IN MEDIO ORIENTE È BENJAMIN NETANYAHU -  TRUMP ERA PRONTO A CHIUDERE L’ACCORDO CON L’IRAN: AVEVA DATO IL SUO VIA LIBERA ALL’INVIATO STEVE WITKOFF PER METTERE UNA PAROLA FINE AL NEGOZIATO CON IL REGIME DI TEHERAN. A QUEL PUNTO, S’È MESSO DI TRAVERSO IL SOLITO “BIBI”: “LA GUERRA NON È FINITA, C’È ANCORA L’URANIO DA PORTARE VIA” - IL TYCOON E IL SUO ALLEATO ISRAELIANO HANNO UN “PROBLEMA” ELETTORALE: A OTTOBRE SI VOTA IN ISRAELE E A NOVEMBRE NEGLI USA PER LE MIDTERM. MA GLI OBIETTIVI SONO OPPOSTI: NETANYAHU PER VINCERE HA BISOGNO DELLA GUERRA PERMANENTE, TRUMP DELLA PACE A TUTTI I COSTI