GAZA STRISCIA NELLA DISPERAZIONE - L’EGITTO CHIUDE I TUNNEL, E I PALESTINESI HANNO PERSO IL SOSTEGNO DI SIRIA E IRAN

Francesca Paci per "La Stampa"

Superate le ultime disabitate palazzine di Rafah, estremo lembo di Gaza prima del deserto dominato dalla bandiera egiziana, ci sono i soliti teli di plastica polverosi, i crateri di sabbia, le palizzate sbilenche da cui penzolano cavi, caschetti da edile, magliette incartapecorite.

Ma invece del cigolio delle carrucole, il rombo delle molazze, le mille voci degli operai sovrapposte al raglio degli asini da soma, si sente, unico, il fischiettio di Nassim che prepara il tè sul fuoco acceso in una buca. «Di 1200 gallerie è rimasto utilizzabile meno del 20%, si lavora soprattutto per ripulire le altre dall'acqua marina o dal cemento che ci buttano dentro gli egiziani, un danno peggiore dei vecchi bombardamenti israeliani» racconta.

Sembra passato un secolo dal 2011, quando assicurava alle due mogli e ai figli 800 dollari al giorno anche solo trasportando biciclette, e ne sembrano passati dieci dalla successiva era Morsi, vagheggiata motrice della riscossa palestinese: oggi, con qualche carico notturno («ma senza uscire dall'altra parte perché i soldati in borghese sono ovunque»), Nassim arriva a 30 dollari alla settimana.

Da quando l'esercito egiziano ha esteso la guerra al terrorismo al mercato clandestino sbocciato negli ultimi sei anni sotto i 12 km di frontiera con il Sinai, non c'è più luce in fondo ai tunnel che hanno finora mantenuto oltre 15 mila famiglie pompando l'economia di Gaza. È la metafora dell'angolo in cui si è cacciato Hamas abbracciando i Fratelli Musulmani al Cairo.

Ora che la storia è cambiata, il partito islamico palestinese si ritrova senza i vecchi amici Iran-Siria-Hezbollah, spariti quando la rivolta anti Assad si è trasformata in scontro tra sciiti (come l'Iran) e sunniti (come i Fratelli), con la Turchia e il Qatar in ritirata strategica, il presidente Abu Mazen che promette al Papa la pace con Israele e l'offensiva dei militari egiziani contro il contrabbando da cui, secondo il direttore del Pal-Think for Strategic Studies di Gaza Omar Shaban, Hamas ricavava metà del suo budget (500 milioni di dollari l'anno) e armi ormai esose (un fucile M-16 è passato da 3 a 5 mila dollari).

«Il golpe egiziano è stato uno choc da cui Hamas non si è ripreso, uno tsunami che gli ha spazzato via la visibilità guadagnata nell'ultima guerra con Israele e il consenso dovuto al business dei tunnel, che controllava interamente» nota Shaban nel giardino di alberi di mango. Secondo un sondaggio di aprile del Palestinian Public Opinion Poll il 45% dei gaziani vuole emigrare e il 68% maledice le proprie condizioni di vita. Uno studio universitario non ufficiale ipotizza che intanto la popolarità di Hamas sia scesa al 12%.
Non è l'epilogo, scommette Shaban, perché la Fratellanza internazionale, di cui Hamas è parte, continua a ungere.

Ma tramonta un'epoca: «I tunnel hanno cambiato Gaza. Il traffico sotterraneo, iniziato negli Anni 90, è montato nel 2007 con la presa del potere di Hamas fino al boom del 2011, quando non si trasportavano più solo sigarette ma caterpillar. Il risultato è stata la scomparsa dell'industria che nel 1997, durante l'occupazione israeliana, rendeva 600 milioni di dollari l'anno: oggi abbiamo solo commercio e servizi, la misera Rafah e più ricca di Gaza City, i ragazzi sognano il contrabbando».

Con 50 mila nuovi nati l'anno, i giovani sono quasi il 50% su 1.800.000 abitanti di Gaza. 
Nelle strade affollate per l'Eid el Adha, la festa del sacrificio, la tensione si scioglie nelle nuvole di zucchero filato. I carretti vendono dolci e spremute di frutta vera. La fame non è neppure adesso il problema di Gaza, conferma Oxfam, a settembre sono entrati dal valico israeliano di Kherem Shalom 1588 camion di cibo. Il problema è la riduzione delle aspirazioni fino a quota zero.

«Sono nato qui nel '67, ne ho viste tante, ma il futuro non è mai stato così nero - ammette l'insegnante Ahmed pranzando al Palmera per 3,5 dollari -. Un tempo i palestinesi erano considerati combattenti per la libertà, adesso l'Egitto ci odia e il resto del Medioriente pure, siamo divisi, poveri, parliamo su Facebook di emigrare, delle sei ore al giorno di elettricità, della benzina che, chiusi i tunnel, è balzata da 0,85 a 1,98 dollari al litro». Chi lo ascolta annuisce.

La vendetta, magra, si consuma sulle tv della sala da cui, come in ogni caffè, è stata bandita al Jazeera: «Il Qatar sostiene Hamas che ci ha rovinato e non fa neppure più la resistenza. Al Jazeera è l'ambasciata israeliana a Gaza».
Mentre la primavera araba minava la regione, Gaza ha divorato miti. Te ne accorgi visitando il Prince Talal Shop, l'unico negozio di souvenir che in assenza di turisti nutre l'immaginario locale.

«Quando è venuto l'emiro del Qatar ho venduto 30 mila bandierine da 1,50 dollari l'una solo al governo» spiega il proprietario Tarek Abu Dayya che un anno fa fornì anche gli enormi manifesti con il premier Haniya e l'ospite di Doha di cui, per le strade gonfie di spazzatura, non restano neppure i brandelli. La gente non ne ha comprate molte, Tarek però sperava di rifarsi con Ankara: «Ho un magazzino zeppo di gadget turchi ma, con l'Egitto nel caos, Erdogan latita».

Sugli scaffali riconosci Arafat, lo sceicco Yassin, Saddam, il logo di Hezbollah, le tazze con scritto «Obama abu Malia Palestine loves you» (Obama padre di Malia la Palestina ti ama) e le bandiere israeliane da bruciare ai cortei. Il poster di Morsi è in saldo a 3 dollari.
La frustrazione si respira attraversando in auto la striscia di Gaza sigillata a nord da Israele e a sud dall'Egitto, che oltre a bersagliare i tunnel ha chiuso il valico di Rafah (tranne 4 ore al giorno per casi umanitari). I 450 milioni di dollari promessi dal Qatar dovrebbero finanziare, tra l'altro, la strada di 45 km che collega le due estremità.

I cantieri lungo lo sterrato suggeriscono l'avvio dell'opera, ma lo stop dei tunnel ha interrotto la fornitura di cemento dall'Egitto e il blocco dei 70 carichi quotidiani da Kherem Shalom, deciso da Netanyahu per ritorsione contro le nuove gallerie scoperte al proprio confine, è allarmante. 
«I tunnel sono illegali è vero, ma l'Egitto deve riaprire Rafah, i tir provenienti da Israele coprono appena il 25% del fabbisogno» nota, guidando, il presidente dei costruttori privati Nabil Abu Muaileq, il sindacato che impiega tra le 30 e le 50 mila persone.

A destra e a sinistra sontuosi palazzi incompiuti raccontano il boom edilizio del 2011: 500 licenze, 30 mila nuovi contratti, 15 mila case che adesso, invendute, congelano 300 milioni di dollari. Sullo sfondo l'àncora di Doha: «Se la strada s'interrompesse, la disoccupazione crescerebbe del 10%».

Prima dell'estate i senza lavoro erano il 47% ma, stima la Palestinian Businessmen Association, da giugno a settembre l'85% delle ditte ha chiuso, 70 mila operai sono stati licenziati, l'export agricolo ha perso 16 milioni di dollari.
«Hamas ha fatto l'errore di Fukuyama e ha letto nell'elezione di Morsi la fine della storia a suo favore, per non illudersi bastava contare i palestinesi respinti per ragioni di sicurezza a Rafah nel 2010: 24 mila come nel 2010» ragiona Issam Younis, direttore del Mezan Center for Human Rights.

L'analista Talal Oukal, seduto con lui all'elegante Lotus Cafè, vede poche vie d'uscita: «Sebbene i radicali siano tentati dal rilanciare la resistenza e abbiano provato invano a riagganciare Assad, Hamas sa che l'unica chance è la riconciliazione col presidente Abu Mazen, pare che gli abbia offerto di far rientrare la Guardia Nazionale cacciata da Gaza nel 2007, ma lui, in posizione di forza, ha rifiutato».
In queste ore i leader di Hamas si incontrano solo in moschea il venerdì, non accettano domande e ripartono a bordo dei Suv dai vetri neri.

L'apparato di sicurezza di 20 mila uomini può prevenire le proteste (i fermi dei giovani che l'11 novembre hanno convocato un sit-in antigovernativo usando il brand egiziano Tamarod si moltiplicano) ma non recuperare il consenso. 
«Non nego la crisi» ammette Mostafa Sawaf, dirigente del ministero degli Affari sociali, nel suo salotto con un pannello con la Palestina storica (senza Israele).

Ma ostenta fiducia: «Non ci saranno rivoluzioni, Hamas ha il diritto di difendere la sicurezza della popolazione. E a Rafah qualcosa accadrà, i tunnel sono un business di 1,5 miliardi di dollari che arricchisce anche gli ufficiali egiziani, prova ne sia che il cemento importato a Gaza proviene dalle fabbriche dell'esercito».

Conta sui rapporti mai interrotti con l'intelligence del Cairo ma pensa al piano B: «Nessun Paese islamico può ignorare la causa palestinese, abbiamo ripreso a parlare anche con l'Iran del neo presidente Rohani».
A Rafah l'unica causa che interessa Nassim è il proprio portafoglio: «Il generale Sisi mi piace, è forte. L'esercito egiziano è stato abile a metterci i bastoni tra le ruote sin dal 2012 per creare problemi a Morsi: se solo adesso mi facesse lavorare avrebbe il mio sostegno, altro che rivoluzione».

 

IMMAGINI DELLA SETTIMANA DAL AL SETTEMBRE DAL TIME PALESTINESE TRASCINA ASINO IN MARE PER UN BAGNO A GAZA STRISCIA DI GAZA MILITANTI PALESTINESI RAGAZZI PALESTINESI IN BICI SULLA STRISCIA DI GAZA IL MINISTRO TURCO DAVUTOGLU PIANGE A GAZA IL MINISTRO TURCO DAVUTOGLU PIANGE A GAZA SAMIRA ANNI FERITA A GAZA PRESUNTA SPIA UCCISA E TRASCINATA DA MOTO A GAZA PRESUNTA SPIA UCCISA E TRASCINATA DA MOTO A GAZA MISSILI SU GAZA BOMBARDAMENTI SU GAZA BOMBE TRA ISRAELE E GAZA hamas-gazaGAZA SOTTO ATTACCO TUNNEL DELLA STRISCIA DI GAZApalestinian smuggler move gaza tunnel PESCATORI GAZA Gaza SotterraneoTUNNEL DELLA STRISCIA DI GAZA index Guerra Gaza

Ultimi Dagoreport

procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...

giorgia meloni trump viviana mazza netanyahu

DAGOREPORT – PERCHÈ È PIÙ FACILE PARLARE CON L’UOMO PIÙ POTENTE (E DEMENTE) DEL MONDO CHE CON GIORGIA MELONI? - PORRE UNA DOMANDINA ALLA "PONTIERA IMMAGINARIA" DEI DUE MONDI È PRATICAMENTE IMPOSSIBILE, MENTRE CON TRUMP BASTA UNO SQUILLO O UN WHATSAPP E QUELLO…RISPONDE – L'INTERVISTA-SCOOP AL DEMENTE-IN-CAPO, CHE LIQUIDA COME UNA SGUATTERA DEL GUATEMALA LA PREMIER DELLA GARBATELLA, REA DI AVER RESPINTO L'INAUDITO ATTACCO A PAPA LEONE, NON E' FRUTTO DI CHISSA' QUALE STRATEGIA DI COMUNICAZIONE DELLA CASA BIANCA, MA SOLO DELLA DETERMINAZIONE GIORNALISTICA DELL'INVIATA DEL "CORRIERE", VIVIANA MAZZA, CHE L'HA TAMPINATO E SOLLECITATO AD APRIRE LE VALVOLE – E' PASSATO INVECE QUASI INOSSERVATO IL SILENZIO SPREZZANTE DI NETANYAHU VERSO MELONI CHE HA FINALMENTE TROVATO IL CORAGGIO DI SOSPENDERE IL PATTO DI DIFESA ITALIA-ISRAELE - TRA UN BOMBARDAMENTO E L'ALTRO DEL LIBANO, IL GOVERNO DI TEL AVIV HA DELEGATO UN FUNZIONARIO DI TERZO LIVELLO PER AVVERTIRE CHE “L’ITALIA HA MOLTO PIÙ BISOGNO DI NOI DI QUANTO NOI ABBIAMO BISOGNO DI LORO''...

marina berlusconi antonio tajani giorgia meloni pier silvio nicola porro paolo del debbio tommaso cerno

DAGOREPORT - MARINA BERLUSCONI NON È MICA SODDISFATTA: AVREBBE VOLUTO I SUOI FEDELISSIMI BERGAMINI E ROSSELLO COME CAPOGRUPPO, MA HA DOVUTO ACCETTARE UNA MEDIAZIONE CON IL LEADER DI FORZA ITALIA, NONCHE' MINISTRO DEGLI ESTERI E VICE PREMIER, ANTONIO TAJANI - LA CACCIATA DEL CONSUOCERO BARELLI, L'AMEBA CIOCIARO NON L'HA PRESA PER NIENTE BENE: AVREBBE INFATTI MINACCIATO ADDIRITTURA LE DIMISSIONI E CONSEGUENTE CADUTA DEL GOVERNO MELONI – AL CENTRO DELLA PARTITA TRA LA FAMIGLIA BERLUSCONI E QUELLO CHE RESTA DI TAJANI, C’È IL SACRO POTERE DI METTERE MANO ALLE LISTE DEI CANDIDATI ALLE POLITICHE 2027 – PIER SILVIO SUPPORTA LA SORELLA E CERCA DI “BONIFICARE” LA RETE(4) DEI MELONIANI DI MEDIASET GUIDATA DA MAURO CRIPPA (IN VIA DI USCITA), CHE HA IN PRIMA FILA PAOLO DEL DEBBIO E SOPRATTUTTO NICOLA PORRO (SALLUSTI SI E' INVECE RIAVVICINATO ALLA "FAMIGLIA") – RACCONTANO CHE IL VOLUBILE TOMMASINO CERNO-BYL SI E' COSI' BEN ACCLIMATATO A MILANO, ALLA DIREZIONE DE "IL GIORNALE", CHE PREFERISCA PIU' INTRATTENERSI CON I “DIAVOLETTI” DELLA BOLLENTE NIGHTLIFE ''A MISURA DUOMO'' CHE CON GLI EDITORI ANGELUCCI…

xi jinping donald trump iran cina

DAGOREPORT – LA CINA ENTRA IN GUERRA? L’ORDINE DI TRUMP DI BLOCCARE "QUALSIASI NAVE CHE TENTI DI ENTRARE O USCIRE DALLO STRETTO DI HORMUZ E DAI PORTI IRANIANI" NON POTEVA NON FAR INCAZZARE IL DRAGONE, PRINCIPALE ACQUIRENTE DI GREGGIO IRANIANO – SE NON VIENE REVOCATO IL BLOCCO, PECHINO MINACCIA DI FAR SALTARE L’ATTESO INCONTRO AL VERTICE CON XI JINPING, IN AGENDA A MAGGIO A PECHINO - DI PIU': IL DRAGONE SI SENTIRÀ AUTORIZZATO A RIBATTERE CON RAPPRESAGLIE POLITICHE CHE POTREBBERO TRASFORMARSI IN RITORSIONI MILITARI - L'ARABIA SAUDITA IMPLORA TRUMP DI FINIRLA DI FARE IL VASSALLO DI ISRAELE E DI TORNARE AL TAVOLO DEI NEGOZIATI CON L'IRAN. RIAD TEME CHE TEHERAN POSSA SCHIERARE I SUOI ALLEATI HOUTHI IN YEMEN PER BLOCCARE LO STRETTO DI BAB AL-MANDEB, UN'ARTERIA VITALE CHE TRASPORTA IL 10% DEL COMMERCIO GLOBALE TRA L'ASIA E I MERCATI EUROPEI ATTRAVERSO IL CANALE DI SUEZ, DETTA "PORTA DELLE LACRIME"…

meloni orban trump netanyahu papa leone

DAGOREPORT - REFERENDUM, GUERRA DEL GOLFO, ORBAN, PAPA LEONE: UNA BATOSTA DOPO L'ALTRA. IL BLUFF DEL CAMALEONTE DELLA GARBATELLA È GIUNTO AL CAPOLINEA: MEJO PRENDERE LE DISTANZE DA TRUMP E NETANYAHU, DUE TIPINI CON GROSSI PROBLEMI DI SALUTE MENTALE, PRIMA DI ANDARE A FAR COMPAGNIA AI GIARDINETTI AL SUO AMICO ORBAN - SOLO L'EROSIONE DEI CONSENSI LE HA FATTO TROVARE IL CORAGGIO DI CONDANNARE,  DOPO UN TRAVAGLIO DI SETTE ORE, IL BLASFEMO ATTACCO DEL SUO "AMICO" DI WASHINGTON AL PONTIFICATO DI PAPA PREVOST (SUBITO BASTONATA DA TRUMP: "SU DI LEI MI SBAGLIAVO") - OGGI E' STATA COSTRETTA A PRENDERE LE DISTANZE DAL "BOMBARDIERE" NETANYAHU, ANNUNCIANDO LA SOSPENSIONE DEL RINNOVO DEL PATTO DI DIFESA CON ISRAELE (ARMI, TECNOLOGIA, INTELLIGENCE) – CHISSÀ SE IL RINCULO INTERNAZIONALE DELLA DUCETTA AZZOPPATA RIUSCIRA' ANCORA AD ABBINDOLARE GLI ITALIANI….

donald trump papa leone xiv marco rubio jd vance andrea riccardi

DAGOREPORT - È FINITA LA PRESIDENZA TRUMP, È INIZIATO IL PONTIFICATO DI LEONE! SI MUOVE LA “RETE” VATICANA LEGATA ALL’AMERICA LATINA PER “NEUTRALIZZARE” IL BIS-UNTO DEL SIGNORE - IL RUOLO DI MARCO RUBIO, CATTOLICO E FIGLIO DI ESULI CUBANI CHE, A DIFFERENZA DEL NEO-CONVERTITO JD VANCE CHE HA AGGIUNTO BENZINA AL DELIRIO BLASFEMO DI TRUMP ("IL PAPA SI ATTENGA AI VALORI MORALI"), È RIMASTO IN SILENZIO, IN ATTESA SULLA RIVA DEL FIUME DI VEDERE GALLEGGIARE A NOVEMBRE, ALLE ELEZIONI DI MIDTERM, IL CIUFFO DEL TRUMPONE - IN CAMPO LA COMUNITA' DI SANT’EGIDIO CON LA SUA POTENTE RETE DI WELFARE E DIPLOMAZIA - IL PROSSIMO SCHIAFFO DI LEONE AL TRUMPISMO CRIMINALE: DOPO AVER DECLINATO L'INVITO A CELEBRARE IL 250° ANNIVERSARIO DELL'INDIPENDENZA AMERICANA ALLA CASA BIANCA, IL 4 LUGLIO DEL 2026 PREVOST VISITERÀ LAMPEDUSA. UN POSTO E UNA DATA DI SICURO NON SCELTI PER CASO...