ITALIA DA RECOVERY – CONTE & ZINGA NON HANNO ALCUNA INTENZIONE DI APRIRE A UN RIMPASTO, NEANCHE DI FRONTE A UNA CATASTROFE ELETTORALE - PERCHÉ FARSI DEL MALE QUANDO NEL BORSELLO DI PALAZZO CHIGI GIÀ RISUONANO 209 MILIARDI DI EURO, OLTRE A UN’ALLETTANTE TORNATA DI NOMINE NELLE PARTECIPATE DA VARARE IN PRIMAVERA? – MA CON L’1 A 5 ALLE REGIONALI SCOPPIEREBBE UN MARASMA, NEL QUALE NON SI POTREBBERO ESCLUDERE NEANCHE LE DIMISSIONI DI ZINGARETTI

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goffredo bettini gianni letta giuseppe conte goffredo bettini gianni letta giuseppe conte

PD SPACCATO: ZINGARETTI ESCLUDE UNA CRISI AL BUIO, MA ORLANDO INVOCA UN "TAGLIANDO AL GOVERNO"

Carlo Bertini, Ilario Lombardo per ''la Stampa''

 

Ogni giorno Giuseppe Conte è inseguito da due domande. Una sul possibile utilizzo del Mes, 36 miliardi destinati dall'Europa alla spesa sanitaria, e l'altra sul rimpasto di governo dopo le elezioni regionali del 20-21 settembre.

 

giuseppe conte beppe grillo luigi di maio 1 giuseppe conte beppe grillo luigi di maio 1

L'altroieri, poco prima di salire in auto nel cortile dell'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede, dopo aver partecipato a un convegno in memoria del cardinale Achille Silvestrini, Conte ha risposto così alla domanda della Stampa: «La sanno tutti cosa penso del rimpasto. È una parola vecchia, anzi l'ho già definita logora».

 

Non ha aggiunto di più e anche ieri, da Norcia, si è limitato a rispondere che il governo è concentrato a lavorare sui piani per far fruttare al meglio i 209 miliardi del Recovery fund. Crisi pilotata: una trappola In realtà il presidente del Consiglio teme le possibili e incontrollate conseguenze di un cambio di squadra.

goffredo bettini gianni letta. giuseppe conte goffredo bettini gianni letta. giuseppe conte

 

Un conto sarebbe ritoccare una o due caselle, un altro intervenire pesantemente ed essere costretto a passare da una crisi pilotata: che potrebbe trasformarsi in una trappola fatale per lui. Sa bene che dietro le voci di un "governissimo" affidato a Mario Draghi o a una figura capace di mettere d'accordo tutti i partiti, si agita il desiderio di tanti protagonisti della maggioranza di partecipare all'amministrazione contabile e politica della montagna di soldi in arrivo.

LUCIA AZZOLINA GIUSEPPE CONTE PAOLA DE MICHELI LUCIA AZZOLINA GIUSEPPE CONTE PAOLA DE MICHELI

 

A partire da Matteo Renzi, che resta un'incognita agli occhi di Conte. Molto dipenderà però da come andrà il voto e da quanto insisteranno i partiti. Il premier vuole che siano loro a chiedere esplicitamente un tagliando, abbandonando i travestimenti di queste ore. L'ex capo politico del M5S Luigi Di Maio continua a ripetere che «il rimpasto non è la soluzione di questo Paese» ma dice pure che «ne parleremo dopo le elezioni».

GIUSEPPE CONTE LUCIA AZZOLINA PAOLA DE MICHELI GIUSEPPE CONTE LUCIA AZZOLINA PAOLA DE MICHELI

 

Fonti vicine al grillino e a Renzi spiegano infatti che il rimpasto è nelle cose, perché serviranno profili più forti e più competenti per gestire i miliardi del Recovery. Nel mirino ci sono sempre gli stessi nomi, e su tutti la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, la grillina al cui posto aspirano diversi colleghi, e quella dei Trasporti, la dem Paola De Micheli. La questione di genere, però, è l'altro grande ostacolo che intravede Conte in un eventuale turnover.

 

giuseppe conte alla festa de l'unita' di modena 5 giuseppe conte alla festa de l'unita' di modena 5

Come il premier, anche i vertici del Pd, da Nicola Zingaretti a Dario Franceschini, non ne vogliono sapere di aprire una crisi al buio. A differenza del suo vice Andrea Orlando, che ha parlato di «un tagliando al governo», il segretario Pd smonta dalle fondamenta la teoria del rimpasto.

 

Perché se si aprisse la partita, ragionano i parlamentari a lui vicini, «dopo elezioni in cui Italia Viva e i grillini potrebbero crollare e il Pd magari avere il doppio dei voti dei 5 stelle, come si dovrebbero contare i ministri?». Sarebbe un caos, con i grillini inchiodati a difendere i numeri in Parlamento. I dem sono convinti che i 5 stelle non reggerebbero l'urto. Pure nel Pd scoppierebbe un marasma.

giuseppe conte e olivia paladino 1 giuseppe conte e olivia paladino 1

 

Quanto poi a Zingaretti, non lascerebbe la Regione Lazio per farla andare al voto col rischio di perderla. «Io al Viminale? Non è il tema in questo momento», replica per glissare la domanda da Vespa. Facendo in realtà sorgere il dubbio di un'apertura, smentita seccamente dal suo entourage.

 

Diversa è la storia per Renzi. Malgrado dica che un suo ritorno «non ha senso, il Pd è il principale alleato di una visione giustizialista con i grillini, legata a un'alleanza strutturale che non condivido», a detta dei suoi parlamentari l'ex premier non lo escluderebbe in caso di flop di Italia viva: «Certo, solo se a guidare i dem arrivasse uno come Bonaccini». E certo non è un caso che l'uomo più vicino a Renzi nel Pd, ovvero il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, sia uscito ieri allo scoperto a favore di «un ricongiungimento».

sergio mattarella parla con dario franceschini e nicola zingaretti sergio mattarella parla con dario franceschini e nicola zingaretti

 

UN PATTO CONTE ZINGARETTI PER BLINDARE IL GOVERNO ANCHE SE SARÀ SCONFITTA

Tommaso Ciriaco per ''la Repubblica''

 

Un patto a due. Siglato nelle ultime ore da Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti, dopo giorni di tentazioni, mediazioni, tentennamenti. E di tormenti, soprattutto del leader del Pd. Un accordo che si può sintetizzare così: dopo le Regionali il governo non cambia, non si tocca nulla, meglio evitare il rimpasto. Somma di debolezze, si dirà. Presa d’atto di un quadro in bilico.

 

orlando zingaretti orlando zingaretti

Ma soprattutto, concordano il premier e il segretario dem dopo sofferto confronto, consapevolezza di un dato di realtà: il fallimento dell’uno corrisponde al rischio di fallimento dell’altro. Perché farsi del male - sconvolgendo assetti assai precari - quando nel borsello di Palazzo Chigi già risuonano 209 miliardi di euro da spendere per rilanciare il Paese, oltre a un’allettante tornata di nomine nelle partecipate da varare in primavera?

 

Non è stata comunque una decisione facile, come dimostra la cronaca del dietro le quinte degli ultimi giorni. Zingaretti, sul tema rimpasto, ha dato segnali diversi, a qualche interlocutore ha consegnato un secco «neanche per idea», ad altri un più tormentato «ci sto pensando».

nunzia catalfo nunzia catalfo

 

Nel Pd le opinioni divergono, come dimostra la dichiarazione di ieri al Tg4 del vicesegretario Andrea Orlando: «Al governo serve un tagliando, nuove competenze nei ministeri per il Recovery Fund». Conte, invece, sembra convinto fin dall’inizio della necessità di evitare i danni di un rimpasto.

 

A un certo punto, però, accetta di ragionare di una soluzione intermedia, quasi d’emergenza. È pronto a concedere un singolo cambio di casella al Pd e un altro al Movimento. Un intervento chirurgico, magari per sostituire la 5S Nunzia Catalfo e uno dei ministri dem, possibilmente un uomo. Ma lo schema invecchia prima di diventare operativo.

goffredo bettini goffredo bettini

 

Non toccare nulla è esattamente il consiglio che per giorni Dario Franceschini regala al presidente del Consiglio e al leader del Pd, assumendo quasi fisicamente la forma di un cuscinetto. Il capodelegazione dem ammortizza, smorza. Suggerisce ad esempio a Zingaretti di non dare ascolto alle sirene di una fetta del partito, capitanata da Goffredo Bettini, che gli consiglia di entrare nel governo, «è la tua unica via d’uscita politica».

 

Congelare l’attuale esecutivo significa anche deludere le attese di Base riformista, la corrente dem che vorrebbe vedere al governo Graziano Delrio, traghettando Paola De Micheli alla vicesegreteria del Pd e Andrea Orlando alla guida del gruppo di Montecitorio. Non muovere nulla, ribadisce Franceschini al segretario, verrebbero stravolti i delicati equilibri dell’esecutivo. Mettendo a rischio anche il Lazio, ormai una delle pochissime Regioni in mano al Pd.

 

ZINGARETTI - CONTE - DI MAIO ZINGARETTI - CONTE - DI MAIO

L’accordo tra Conte e Zingaretti si nutre dell’estrema debolezza del quadro, come detto. E della consapevolezza che il Movimento è ormai terra di nessuno. Ogni corrente reclama la testa di un ministro di un’altra corrente, dando l’impressione di un castello di carte esposto anche al più leggero degli aggiustamenti.

 

Ma ciò che più conta, forse, sono le risorse del Recovery Fund. Attorno a questo denaro ruoterà lo slogan del 22 settembre, a urne appena chiuse. Lo ha lasciato intendere ieri il presidente del Consiglio: «Se perderemo la sfida del Recovery - ha detto - avrete il diritto di mandarci a casa». Come a dire: prima di un anno questo esecutivo non ha alcuna intenzione di mollare, neanche di fronte a una catastrofe elettorale.

mattarella renzi zinga di maio mattarella renzi zinga di maio

 

Non è esattamente così, ovviamente. E non decide tutto Conte. Il patto con Zingaretti, questo è vero, varrebbe sia in caso di sconfitta nelle Marche, sia in caso di débâcle in Puglia. Più difficile reggere alla vittoria della leghista Susanna Ceccardi in Toscana. È il finale distopico di questa storia, che si alimenta nelle ultime ore di previsioni che raccontano di una Regione rossa contendibile a pochi giorni dal voto.

 

Ecco, l’1 a 5 alle Regionali aprirebbe uno scenario forse incontrollabile, nel quale non si potrebbero escludere neanche le dimissioni di Zingaretti. Gli effetti sul governo, però, potrebbero essere “posticipati”: resterebbe Conte fino alla manovra economica e al nuovo congresso del Pd, nella primavera del 2021. Certo, rimane l’incognita di Matteo Renzi, che considera il Conte bis già finito ed è pronto a ripartire alla carica dal 22 settembre.

 

matteo renzi andrea marcucci matteo renzi andrea marcucci

C’è un solo caso in cui l’accordo potrebbe essere rivisto: quello di una sonora vittoria del Pd alle Regionali. A quel punto Zingaretti entrerebbe nell’esecutivo, ma spostando gli equilibri della maggioranza. Ecco perché a Porta a Porta lascia aperto uno spiraglio, «Io al Viminale? Non è il tema, in questo momento...».

 

 

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