“UN TAGLIO AI PARLAMENTARI NON È POI MALE. PECCATO CHE AVVENGA NEL MODO PIÙ IRRAGIONEVOLE” - MASSIMO CACCIARI: “RAGIONEVOLE SAREBBE STATO AVVENISSE SUPERANDO L'ATTUALE BICAMERALISMO. OPPURE, PERCHÉ NO, RIVEDENDO DRASTICAMENTE L'ASSETTO DELLE REGIONI” - LO “SCHEMA RENZI” APPLICATO AL REFERENDUM: VOTARE “NO” PER FREGARE I GRILLINI - MA CON QUALI RAGIONI SI DOVREBBERO CONVINCERE I CITTADINI A MANTENERE UN PARLAMENTO DI PEONES, FURBETTI E INETTI, MESSI LÌ AD CONVERTIRE DECRETI?

1 - IL REFERENDUM E LE DISTOPIE DEI POPULISTI

Massimo Cacciari per “la Stampa”

 

massimo cacciari a otto e mezzo 2

Avverrà dunque che oltre trent' anni di discussioni, proposte, bicamerali, modifiche costituzionali abborracciate e sgrammaticate, producano il formidabile risultato di una riduzione del numero dei deputati. Forse qualcuno capirà finalmente quanto sarebbe stato più conveniente far passare la riforma di Matteo Renzi, malgrado la simpatia che il personaggio destava. Ma, insomma, potremmo anche dire "meglio il topolino che niente".

 

Che il numero di coloro che a vario titolo e in diverse sedi occupano cariche politiche sia in Italia mostruoso è cosa abbastanza acclarata. Un taglio non è poi male. Peccato che il taglio avvenga nel modo più irragionevole. Ragionevole sarebbe stato avvenisse superando l'attuale bicameralismo. Oppure, perché no, rivedendo drasticamente l'assetto delle Regioni; anche qui c'è "classe politica" e corrono stipendi e vitalizi. Ricordate, amici della Lega, le lezioni del "vostro" professor Miglio?

 

maria elena boschi matteo renzi

Oppure, ancora e anche, cercando di promuovere una riduzione del numero fantapolitico di Amministrazioni comunali di cui si vanta il Bel Paese. Qui gli stipendi son miseri, ma l'inefficienza che la loro dismisura produce sarebbe facilmente quantificabile in termini di costi. E invece si taglia semplicemente dove è o appare essere più facile, senza alcuna considerazione delle conseguenze sul piano delle norme elettorali.

 

E' evidente come riforma costituzionale per la riduzione del numero dei deputati e legge elettorale avrebbero dovuto procedere appaiate. Ma la logica non è della storia, e tantomeno della politica italiana. Mi scuso - sto discutendo sul nulla: la verità lapalissiana è che di tutti questi discorsi nulla interessa all'attuale legislatore. La riforma è puro gesto di ossequio alla deriva delegittimante le istituzioni rappresentative e tutti i corpi intermedi che forze di diverse e anche opposte "scuole" stanno conducendo da decenni - deriva che la cosiddetta "sinistra" non ha saputo in alcun modo contrastare.

montecitorio

 

E che ora addirittura avvalla - temo non per tattiche di governo, ma proprio ormai perché la sua "cultura", quella di buona parte del suo gruppo dirigente insieme al cattivo senso comune di ampi settori del suo residuo elettorato, ne condividono il senso e la prospettiva. Il merito della riforma non c'entra nulla, nessuno ci ha minimamente pensato. Vale soltanto il messaggio al popolo, messaggio chiarissimo: conta l'Esecutivo, conta il Governo, conta il Capo del Governo.

 

Che significa: contano quegli assetti burocratici-economici-finanziari con i quali qualsiasi esecutivo deve fare i conti se vuol durare. Il Parlamento, le Assemblee elettive non devono disturbare il conducente. Il Sovrano si appella al "popolo" direttamente. Piattaforme Rousseau ovunque: al posto di Parlamenti, aule universitarie e scuole, lavori e professioni.

 

giuseppe conte luigi di maio

Distopie in via di realizzazione, cantieri belli e aperti sotto gli occhi di tutti, ma ormai è evidente che ce ne accorgeremo soltanto a edificio terminato. Ora meglio non vedere e non sentire, ne va della salute del governo, nostra ultima spiaggia. Le forze culturali e politiche che negli scorsi decenni avevano almeno tentato di avvisare i naviganti, nuotano ormai nella corrente. Chi parla più di riforme di sistema - di un riassetto complessivo dei poteri dello Stato?

 

Chi vede ancora il tutto invece di limitarsi al bricolage? Mentre incombe la più catastrofica crisi economico-sociale del dopoguerra(di cui il Covid non è certo l'unica causa), si giunge al più, ma nei giorni di festa, a parlare di legge elettorale. Perfino la tragedia di quella epidemia che da anni massacra migliaia di donne e bambini nel Mare Nostrum è degna della nostra attenzione infinitamente meno dell'ultimo sondaggio sulle fortune di Salvini.

 

montecitorio

Tutto si tiene: invece di progetto costituente ridurre a caso il numero dei deputati, invece di affrontare i nodi strutturali del nostro sistema sanitario, le cui enormi difficoltà, contraddizioni, diseguaglianze la crisi ha messo impietosamente in evidenza, appelli all'uso delle mascherine, all'igiene delle mani, alla "distanza sociale". Questo può dare l'imperante trasformismo - il riformismo verrà, abbiate fede, come il Messia.

 

2 - NASCE LA TENTAZIONE DEL «NO» CHE PUÒ DISTRUGGERE I GRILLINI

Giuseppe Marino per “il Giornale”

 

Attenzione allo schema Renzi. Il fronte del No alla riforma costituzionale intravvede una possibilità in quella che sembrava una battaglia disperata contro una riforma troppo populista per risultare impopolare. È Renato Brunetta, in un'intervista a Repubblica, a dire a voce alta ciò che molti sussurrano da tempo: «I leader del centrodestra, comprendendo il rischio enorme per la democrazia parlamentare, oltre al patto anti-inciucio, ne facciano un altro per dire No al prossimo referendum.

 

RENATO BRUNETTA

Realizzerebbero gioco, partita e incontro». E il responsabile economico di Forza Italia rende esplicita la posta in palio: dare una spallata al governo. Di più, mettere in crisi l'alleanza Pd-M5s, costruita proprio sulla disponibilità del Nazareno a rinnegare le posizioni ribadite con ben tre voti in Parlamento pur di realizzare la convergenza anti-Salvini e tornare al potere. Il sentiment cui Brunetta dà voce è la chance di ripetere l'impresa andata a segno in occasione del referendum sulla riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi: coagulare un fronte disposto a trasformare il referendum in una trappola letale per il governo dell'allora leader del Pd.

 

Certo, all'epoca fu lo stesso leader di Rignano a dare una mano ai suoi avversari personalizzando esplicitamente la consultazione, tramutandolo in un voto pro o contro di lui. Giuseppe Conte ha dalla sua il vantaggio di una personalità decisamente meno vistosa, tratto caratteriale di solito poco utile alla leadership, ma che in questo frangente potrebbe aiutarlo a restare sullo sfondo.

 

andrea marcucci matteo renzi 1

Brunetta coglie però un altro sommovimento in corso: «Anche Pd e Leu potrebbero svegliarsi e non accettare un taglio che hanno votato controvoglia». E in effetti nel Pd si è formato un agguerrito fronte dei «democratici per il No» che vede schierati nomi come Tommaso Nannicini e il capogruppo in Senato Andrea Marcucci. E anche una larga fetta della base, tra appelli di costituzionalisti, adesioni di avvocati e magistrati (tra cui Armando Spataro), tam tam di Sardine, Anpi e Anci. E i toni si sono scaldati in fretta, tanto che chi argomenta per il Sì, come Stefano Ceccanti, si è visto attaccare duramente, al punto da replicare che i democratici per il No «tanto democratici dimostrano di non essere».

 

maria elena boschi matteo renzi

Lo stesso Matteo Renzi avverte il peso dell'analogia con la sua vicenda, e pur sminuendo la riforma, («È un referendum più inutile che dannoso, solo una mossa demagogica»), non affonda il colpo: «Basta, non personalizzo i referendum». Anche la cautela di Luigi Di Maio dimostra che i 5s sono coscienti che polarizzare il confronto non conviene: «Il referendum non è la fine di un percorso ma l'inizio, -dice il ministro- seguiranno le modifiche ai regolamenti parlamentari, una legge elettorale approvata a larga maggioranza».

 

giorgia meloni e la campagna anti rifiuti in puglia

Il problema è che nel centrodestra invece i leader non vogliono lasciare la battaglia anti casta nelle mani dei grillini. Inequivocabile Giorgia Meloni schierata per il Sì: «Non mi sfugge che un eventuale successo del no potrebbe mettere in difficoltà la maggioranza, ma non baratto una cosa in cui credo con l'utilità di un momento». In Forza Italia, se tanti parlamentari come Deborah Bergamini e Andrea Cangini fanno da motore al comitato per il No, la linea che prevale è più prudente: «Siamo sempre stati favorevoli al taglio dei parlamentari, -ha detto ieri Antonio Tajani dal Meeting di Rimini- ma non per fare una campagna demagogica per colpire i parlamentari».

 

Del resto non tutti sono convinti di legare referendum e attacco al governo: «Il No -medita Cangini- indebolirebbe i 5s, già divisi da una guerra per bande, ma non so se cadrebbe il governo. E del resto le ragioni del No alla riforma sono già abbastanza valide senza aggiungerne altre». E nel centrodestra anche Salvini da Rimini conferma la linea del Sì. Ma i giochi sono ancora aperti. E tra i parlamentari leghisti ci sarebbe poca voglia di spendersi per una campagna referendaria parallela a quella grillina.

antonio tajani giorgia meloni matteo salvini 2 giugno 2020 4

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