lavoratori ilva

MA SIAMO SICURI CHE IL PROBLEMA DI ARCELOR MITTAL SIA LO SCUDO PENALE PER I MANAGER? - NON SARÀ CHE LA CORDATA FRANCO-INDIANA CERCAVA SOLO UN PRETESTO PER RISPARMIARE 1,5 MILIARDI SUL PREZZO DELLA SECONDA RATA E SCARICARE 5 MILA ESUBERI? - I SUSSURRI DAL GOVERNO: "GLI INDIANI HANNO SBAGLIATO IL PIANO INDUSTRIALE..." - RENZI VUOLE RIESUMARE LA VECCHIA CORDATA CDP-JIINDAL-ARVEDI PER SGANCIARSI DAL RICATTO DI MITTAL…

1 - "LO SCUDO È UNA SCUSA " IL GOVERNO TEME IL BLUFF MA PD E 5S SONO DIVISI

Carlo Bertini e Ilario Lombardo per “la Stampa”

 

stefano patuanelli

E ora che la «bomba sociale» è sul punto di esplodere, nei saloni dell' esecutivo è posata una miccia accesa che rischia di far deflagrare anche il governo. Sul proscenio, Conte e i ministri Pd e 5Stelle, Provenzano e Patuanelli, sembrano allineati. «L'azienda non cerchi alibi. Non esiste alcun presupposto per il diritto al recesso e la produzione deve continuare nel rispetto della sicurezza e della salute dei lavoratori e dei cittadini», dice il titolare per il Sud. E la parola «alibi» ricorre nelle parole del collega dello Sviluppo. Ma dietro le quinte le cose sono ben più complicate.

 

peppe provenzano

RENZI E LA CORDATA DI RISERVA

Tanto per capire, ai piani alti del Pd si caldeggia un decreto per ripristinare lo scudo penale per i manager Ilva, «proprio per togliergli l'alibi». Ma nelle stanze del governo e dei 5stelle questa eventualità viene esclusa. «La tutela è solo una scusa», dicono da Palazzo Chigi. Dove sono convinti che l' azienda voglia altro. Ma il Pd ritiene che un decreto avrebbe l'effetto di mettere all' angolo l' azienda franco-indiana.

 

Anche Matteo Renzi invita il governo «a togliere subito alla proprietà ogni alibi eliminando gli autogol come quello sulla immunità». Era stato proprio lui tra i più inferociti contro l'ipotesi di stracciare la tutela legale inserita dal suo governo, dal ministro Calenda, per salvaguardare commissari e futuri acquirenti di Ilva. Renzi è furente, perché da sempre sostiene che Mittal cercasse un pretesto. Ora lavora per riesumare la vecchia cordata Cdp-Jiindal-Arvedi per sganciarsi dal ricatto di Mittal. Posizione che anche nel Pd troverebbe proseliti.

SALVINI E RENZI

 

I Dem sono irritati con gli alleati, rei di aver costretto la maggioranza a votare la norma che toglie l'immunità penale ai manager Ilva. E puntano ad alzare il tiro: «Se gli ridiamo l'immunità con un decreto e loro ci dicono "non ci interessa", perché vogliono risparmiare sul prezzo della seconda rata, 1,5 miliardi, e ci vogliono scaricare 5 mila esuberi, potremmo mettere un super commissario e rifare la gara tra un anno», sostiene un ministro di primo piano.

 

ANTEFATTO: CDM TEMPESTOSO

Prima di quel fatidico 23 ottobre va in scena a Palazzo Chigi un cdm tempestoso: quando Patuanelli assicurò - raccontano i Dem - che anche levando l' immunità non c'erano presupposti legali per consentire a Mittal di sfilarsi. I colleghi Boccia (pugliese doc) e Provenzano fecero notare che la norma sullo scudo del governo Conte 1 l'aveva scritta Di Maio come titolare del Mise «e ora la stanno cancellando gli stessi senatori di Di Maio. Mettetevi d' accordo». Il capo M5S rispose che stava mediando Patuanelli ma non c'erano le condizioni in Senato.

 

stefano patuanelli francesco d'uva 2

«Gli state dando un alibi», accusarono i Dem. In Senato poi i grillini avevano pregato il Pd di votare la fiducia al decreto con quell'emendamento, altrimenti poteva cadere il governo. Fu la pattuglia di diciassette senatori del M5S, tra i quali l'ex ministra Barbara Lezzi, alquanto avvelenata con Di Maio per la mancata conferma al governo, a cancellare lo scudo attraverso un emendamento al decreto salva Ilva. Sono gli stessi che bastano a tenere in pugno il destino dell' esecutivo guidato da Conte. E il Pd si era accodato, dopo un' assemblea infuocata: qualcuno arrivò a parlare di decisione presa con una «pistola puntata alla tempia». Tanto per dire il clima.

 

"VOGLIONO ALZARE LA POSTA"

ARCELOR MITTAL

Non passano neanche due settimane e la mossa di Arcelor era a tal punto attesa che il ministro dello Sviluppo Patuanelli aveva evitato di seguire Di Maio in Cina. Meglio rimanere in Italia a gestire un caso che potrebbe anche costare la vita al governo. La convinzione di tutti è che l'azienda stia giocando ad alzare la posta per avere un margine ampio di trattativa quando domani si siederà al tavolo di Conte e tenterà di strappare pezzo dopo pezzo quello che più gli interessa: abbattere il costo del lavoro, ottenere migliaia di esuberi (5 mila è la cifra di cui si parla) e un contratto più favorevole.

 

SALVINI E RENZI

E dunque, secondo Patuanelli, «la foglia di fico» dello scudo penale servirebbe a questo. «Il governo non può permettersi di retrocedere o di subire ricatti» è il pensiero comune a Conte e diversi ministri. Fonti vicine al premier confermano che il presidente del Consiglio cercherà di sondare i reali obiettivi di ArcelorMittal e quanto la tutela sia realmente vitale per la gestione di Ilva di fronte a una perdita di circa 1,5 milioni di euro al giorno e scenari di ulteriore riduzione della produzione.

 

2 - RENZI E SALVINI IN PRESSING: CONTE RIFERISCA IN AULA IL COLLE CHIEDE UNA SOLUZIONE

Marco Galluzzo e Monica Guerzoni per “il Corriere della sera”

 

ARCELOR MITTAL

L'immunità penale garantita ai commissari di Ilva è «un privilegio» e come tale «il Parlamento, che è sovrano, lo ha eliminato». Questa dichiarazione Giuseppe Conte la rilasciò al G20 di Osaka e chissà se oggi la difenderebbe, visto che ArcelorMittal ha ufficialmente legato la decisione di abbandonare il campo al nodo dell' immunità. Non è stato un fulmine a ciel sereno, eppure l'annuncio dell' addio ha precipitato il governo nel caos, scatenato le opposizioni e allarmato il Quirinale.

 

Molto preoccupato per la decisione degli indiani, che mette a rischio più di un punto di Pil e oltre diecimila posti di lavoro, Sergio Mattarella si è sentito più volte con il premier, auspicando la massima attenzione al dossier e rimarcando che la continuità aziendale non può essere messa in discussione. È in gioco una grande filiera produttiva ed è in gioco il destino del governo: sia Salvini che Renzi hanno invocato all'unisono una soluzione e invitato Conte a riferire immediatamente in Parlamento.

 

TARANTO EX ILVA GRU

Il governo è consapevole che Ilva è un asset strategico del Paese e che lo scontro politico rischia di mettere in difficoltà seria la stessa tenuta dell' esecutivo, eppure i due vertici di emergenza al ministero dello Sviluppo economico e poi a Palazzo Chigi, con cui i gialloverdi hanno rimandato al mittente le ragioni dell'azienda, non sono bastati a risolvere il rebus.

 

La soluzione al momento appare lontana. I tecnici del Mise e quelli di Palazzo Chigi la cercano affannosamente studiando con la lente norme e cavilli giuridici. Il ministro Patuanelli, che ha in mano il dossier, ha dichiarato che l'azienda sta usando quello dello scudo penale come «una foglia di fico». Ma nel fuoco amico di queste ore, che ha scatenato un bombardamento di sospetti e accuse incrociate, lo stesso Patuanelli è finito nel mirino del Pd.

 

Raccontano che due settimane fa, nel chiuso del Consiglio dei ministri, il responsabile dello Sviluppo abbia tranquillizzato i colleghi: «ArcelorMittal non lascerà Ilva se salta lo scudo penale, ho avuto rassicurazioni da loro, non ci saranno conseguenze...». Sottovalutazione o doppio gioco?

 

ilva

Conta poco la replica che filtra da Palazzo Chigi, che gli indiani sono «molto spregiudicati», che hanno «sbagliato il piano industriale», conta poco perché non è con le accuse incrociate che la questione si può risolvere. C'è anche da sottolineare che il governo, prima quello fra Lega e Movimento, poi il Conte 2, non ha mai avuto le idee molte chiare sulla questione.

 

Il nodo dello scudo penale è stato pensato e ripensato più volte, dando anche la sensazione evidente di una mancanza di indirizzo politico. Il governo Conte 1 aveva ridotto nel perimetro lo scudo, ma non l'aveva abolito, poi lo aveva reinserito con un salvo intese. Uno stop and go culminato il 22 ottobre, quando è stato definitamente abolito con un emendamento al decreto imprese, votato anche da Pd, Italia viva e dai 5 Stelle.

 

barbara lezzi

Le scorie di quel voto non sono state ancora smaltite, anzi stanno generando lo scaricabarile e le accuse incrociate fra membri del governo, forze di maggioranza e di opposizione. Con il paradosso che anche chi ha votato per togliere lo scudo penale per i dirigenti dell' azienda, dal Pd ai renziani - sino all'ormai famoso drappello di senatori del Movimento 5 Stelle, capitanato da Barbara Lezzi - parla ora di inaccettabilità della decisione dell'azienda.

 

Conte ha convocato per oggi pomeriggio i vertici aziendali del gruppo franco-indiano, per metterli alle strette e verificare se esistano margini per un ripensamento. La convinzione del governo è che reintrodurre lo scudo non basterebbe a trattenerli, perché le vere ragioni dello strappo sono economiche e non giuridiche.

 

«Gli indiani hanno sbagliato il piano industriale», è il ritornello amaro dei ministri giallorossi. Da Palazzo Chigi filtra la possibilità di un intervento normativo, forse un decreto legge, che potrebbe approdare già sul tavolo del Consiglio dei ministri di domani, ma che non riguarderebbe soltanto Ilva: si pensa a una norma più generale per tutelare aziende nelle stesse condizioni di Ilva, a garanzia degli investitori.

 

GIUSEPPE CONTE E ROCCO CASALINO

Pubblicamente il capo del governo ha dedicato solo un tweet al caso Taranto, promettendo che farà di tutto per tutelare investimenti produttivi, livelli occupazionali e proseguire il piano industriale. Non è chiara però la soluzione che l' esecutivo potrà adottare di fronte ad una decisione irrevocabile da parte degli indiani. Tra un vertice e l'altro è spuntata l'ipotesi di un intervento economico statale (ma con quali soldi?) e qualcuno ha proposto di ripescare Jindal, il gruppo sconfitto da ArcelorMittal. «La situazione è grave», ha ammesso preoccupato il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, uscendo da Palazzo Chigi.

Ultimi Dagoreport

meloni la russa

IL CO-FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA E SECONDA CARICA DELLO STATO, IL POCO PALUDATO PRESIDENTE DEL SENATO IGNAZIO LA RUSSA, LEGGE DAGOSPIA E NON SI TROVA PER NULLA D’ACCORDO SU QUANTO SCRIVIAMO SUL SUO RAPPORTO NON IDILLIACO (EUFEMISMO) CON GIORGIA MELONI (DALLE DIMISSIONI DELLA PITONESSA SANTANCHE’ AL CANDIDATO ALLE PROSSIME COMUNALI DI MILANO, CASINI IN SICILIA COMPRESI) E CI SCRIVE UNA ZUCCHEROSA, A RISCHIO DIABETE, LETTERINA: ‘’CARO D'AGOSTINO, POSSIBILE CHE QUANDO (SPESSO) TI OCCUPI DI ME NON NE AZZECCHI UNA? FANTASCIENZA ALLO STATO PURO UN ANCORCHÉ MINIMO DISSENSO CON GIORGIA MELONI CHE PER ME È E RESTERÀ SEMPRE, UNA SORELLA MINORE SUL PIANO AFFETTIVO E UNA LEADER INIMITABILE SUL PIANO POLITICO - SE VUOI SONO SEMPRE PRONTO A DARTI NOTIZIE CHE RIGUARDANO ME, CORRETTE E DI PRIMA MANO. MA FORSE NON TI INTERESSANO” (CIAO CORE...)

meloni la russa manlio messina cannella dell'utri

DAGOREPORT - IL PROBLEMA PIÙ OSTICO PER LA MELONA AZZOPPATA NON È CONTE NÉ SCHLEIN: SI CHIAMA FRATELLI D'ITALIA, A PARTIRE DA LA RUSSA – IL PRESIDENTE DEL SENATO BRIGA, METTE BOCCA, PRETENDE LA SCELTA DEL SINDACO DI MILANO: LA PROVA SI È AVUTA OGGI CON LA NOMINA DEI SICILIANI GIAMPIERO CANNELLA E MASSIMO DELL’UTRI A SOTTOSEGRETARI - ‘GNAZIO VOLEVA UNA “COMPENSAZIONE” PER IL TRASLOCO DEL "SUO" GIANMARCO MAZZI AL TURISMO, PER NON LASCIARE AL SOLO EMANUELE MERLINO (UOMO DI FAZZOLARI) IL COMPITO DI ''BADANTE'' DEL MINISTRO GIULI-VO – IL CAOS IN SICILIA, TRA INCHIESTE SULLA GIUNTA, I SEGRETI “SCOTTANTI” MINACCIATI E MAI RIVELATI DA MANLIO MESSINA E LA DEBOLEZZA DEL TAJANEO SCHIFANI CHE SENTE IL FIATO SUL COLLO DI GIORGIO MULE' (CARO AI BERLUSCONI), CHE PUNTA A PRENDERE IL SUO POSTO E CHIEDE DI COMMISSARIARE FORZA ITALIA IN SICILIA, DOPO IL PESSIMO RISULTATO AL REFERENDUM...

marina berlusconi antonio tajani fulvio martusciello

DAGOREPORT - LA PRESA DI TAJANI SU FORZA ITALIA SI È RIDOTTA DOPO IL SILURAMENTO DEI SUOI "DIOSCURI", BARELLI E GASPARRI. IL PARTITO ORA È IN EBOLLIZIONE: VOGLIONO RIMUOVERE FULVIO MARTUSCIELLO DA CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA A BRUXELLES. AL SUO POSTO, SI FANNO AVANTI LETIZIA MORATTI E MASSIMILIANO SALINI - E IL "MAGGIORDOMO CIOCIARO" DI CASA MELONI, CHE FA? RESTA IN TRINCEA BLOCCANDO LA NOMINA DI FEDERICO FRENI ALLA CONSOB PER FORZARE IL GOVERNO A TROVARE UNA SISTEMAZIONE AL SUO CONSUOCERO BARELLI E ALLA SUA FEDELISSIMA CHIARA TENERINI, LANCIATA CONTRO LA DEBORA BERGAMINI DI MARINA…

giuseppina di foggia giorgia meloni arianna claudio descalzi terna eni

CHE FIGURA DI TERNA PER GIORGIA! – NELL’APRILE 2023 MELONI SI VANTAVA DELLA NOMINA DI GIUSEPPINA DI FOGGIA ALLA GUIDA DI TERNA: “È LA PRIMA DONNA AD DI UNA GRANADE PARTECIPATA PUBBLICA” – CHISSA COME SI SARÀ PENTITA DI QUELLA SCELTA, SPONSORIZZATA DALLA SORELLA ARIANNA, ORA CHE LA MANAGER HA DECISO DI INCASSARE FINO ALL’ULTIMO EURO DELLA SUA BUONUSCITA DA 7,3 MILIONI, ALLA FACCIA DELLA CRISI ENERGETICA, ED È PRONTA A RINUNCIARE ALLA PRESIDENZA DI ENI CHE LE È STATA OFFERTA COME “PARACADUTE”, PUR DI TENERE IL PUNTO – DI FOGGIA PRETENDEVA DI ESSERE CONFERMATA IN TERNA O DI AVERE COMUNQUE UN RUOLO OPERATIVO IN UN ALTRO COLOSSO STATALE: SA BENE CHE LA POLTRONA DA PRESIDENTE DEL CANE A SEI ZAMPE È DI RAPPRESENTANZA, DAL MOMENTO CHE IN CASA ENI TUTTO PASSA PER L’AD CLAUDIO DESCALZI – IL VERBALE DI TERNA CHE INGUAIA PALAZZO CHIGI

borsa italiana dario scannapieco fabrizio testa cdp cassa depositi e prestiti

DAGOREPORT - PERCHE' ALLA BORSA ITALIANA COMANDANO I FRANCESI? – INFURIA LA BATTAGLIA SULLA CONFERMA DI FABRIZIO TESTA ALLA GUIDA DI BORSA ITALIA, IMPOSTA DALLA FRANCESE EURONEXT E CONTESTATA DA CDP (ENTRAMBI AZIONISTI ALL’’8,08%). SECONDO LA CASSA, NON SAREBBE STATO RISPETTATO IL PATTO PARASOCIALE – EPPURE LA CONSOB, NEL SUO “ACCERTAMENTO” SU BORSA ITALIANA DELLO SCORSO NOVEMBRE, ERA STATA CHIARA: HA RILEVATO UNA “RIPETUTA VIOLAZIONE DELLE REGOLE DEL GOVERNO SOCIETARIO”, HA ACCERTATO CHE “TESTA NON HA DATO LA NECESSARIA INFORMATIVA AL CDA DI BORSA ITALIANA SUI PROGETTI O LE MODIFICHE ALLA STRUTTURA COMMISSIONALE”, “MORTIFICANDO IL RUOLO DEL CDA” – L’ASSEMBLEA DEI SOCI DI BORSA ITALIANA È CONVOCATA PER IL 29 APRILE PER RINNOVARE CDA E VERTICI MA LA GUERRA LEGALE POTREBBE ESSERE MOLTO PIU’ LUNGA...

procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...