alessandro di battista giuseppe conte luigi di maio enrico letta

MOZIONE DI (S)FIDUCIA PER I GRILLINI - CONTE INTERVISTATO SUL “FATTO” RACCONTA LA “VERITÀ” SULLA CANDIATURA DELLA  BELLONI E DICE: “MI FIDO ANCORA DI LETTA” - DI BATTISTA, CHE POTREBBE RIENTRARE IN UN MOVIMENTO “BARRICADERO” GUIDATO DA “GIUSEPPI” E DEPURATO DALL'ALA MODERATA DI DI MAIO, SUBITO CANNONEGGIA: “IO NON MI FIDO PROPRIO, NON DIMENTICO NULLA” - E INTANTO CONTINUANO GLI SCAZZI TRA PEPPINIELLO E LUIGINO…

GIUSEPPE CONTE INTERVISTATO DAL FATTO QUOTIDIANO

1 - CONTE, SU BELLONI BLOCCO TRASVERSALE, DI LETTA MI FIDO ANCORA

 (ANSA) - E' stata assicurata "la piena continuità dell'azione di governo", "indotto al ritiro Silvio Berlusconi" ed evitato "compromessi al ribasso": il presidente del M5s, Giuseppe Conte, intervistato dal Fatto Quotidiano in apertura, rilegge la partita per l'elezione del presidente della Repubblica.

 

Quanto agli strascichi sul Movimento, sottolinea: "Non ho mai lavorato per procurare scissioni. È evidente che questo è il momento di un chiarimento. Una comunità di donne e uomini, anche nella diversità di opinioni, deve perseguire un'azione politica in modo coerente e compatto".

 

giuseppe conte matteo salvini meme

Di Maio? "Dovrà rendere conto di diverse condotte, molto gravi. Ai nostri iscritti e alla nostra comunità". L'ex premier spiega che con Letta e Speranza ci si è "sempre puntualmente aggiornati". E che nei colloqui di venerdì con Salvini erano stati fatti i nomi della direttrice del Dis Belloni e di Paola Severino, "sullo sfondo c'era anche quella di Casini".

 

GIUSEPPE CONTE CON ENRICO LETTA

Poi, "nel tardo pomeriggio Salvini aveva sciolto positivamente la riserva su Belloni, confermando la disponibilità di Giorgia Meloni". Ma ricorda che la sera nessuno aveva fatto pubblicamente il nome: "Ho rivisto le dichiarazioni. Né io né Salvini, né ancor prima Letta a Sky, avevamo fatto il nome della Belloni. Anche se era già ampiamente circolato sulla stampa".

 

giuseppe conte e luigi di maio con la card del reddito di cittadinanza

E il tweet di Grillo? "Con Beppe ho parlato io e abbiamo convenuto che la direttrice del Dis sarebbe stata un'ottima figura per la Presidenza della Repubblica. Ma bando all'ipocrisia, questa uscita non ha avuto influenza su una partita giocata da vari politici. Penso a a Matteo Renzi. Ma non solo".

 

ELISABETTA BELLONI LUIGI DI MAIO

Poi però, aggiunge Conte, "nel Pd non c'era più la disponibilità su Belloni", "non entro nelle motivazioni del Pd. C'è stato un blocco trasversale". Infine, sabato si è appreso "dell'atto di generosità di Mattarella. Poco prima Salvini aveva aperto al suo secondo mandato. Così abbiamo concordato tutti su quella opzione". Lei si fida ancora di Letta? "Io mi fido di Letta", conclude.

alessandro di battista 10

 

2 - M5S: DI BATTISTA A CONTE, IO DI LETTA NON MI FIDO

(ANSA) - "Io comunque, Giuseppe, di Letta non mi fido proprio. Io non dimentico nulla". E' il commento di Alessandro Di Battista sotto il post Fb in cui il Presidente M5s Giuseppe Conte pubblica la sua intervista rilasciata al Fatto Quotidiano dove l'ex premier, alla domanda"Lei si fida ancora di Letta?" risponde: "Io mi fido di Letta".

GIUSEPPE CONTE INTERVISTATO DAL FATTO QUOTIDIANO

 

3 - CHE STA SUCCEDENDO NEI 5STELLE? LA PROFEZIA DI "ITALIA OGGI": "C'È UN PIANO DI CONTE PER RIPORTARE DENTRO IL M5S DI BATTISTA (A SCAPITO DI DI MAIO) E PER ROMPERE L'ASSE DI CENTROSINISTRA CON IL PD TORNANDO COSÌ AL MOVIMENTO DELLE ORIGINI"

https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/che-sta-succedendo-5stelle-profezia-quot-italia-oggi-quot-298157.htm

 

4 - STELLE CADENTI

Annalisa Cuzzocrea per "la Stampa"

 

«Questa volta non può finire a tarallucci e vino, questa volta andrò fino in fondo», dice Giuseppe Conte. «Noi che eravamo al teatro Smeraldo quando tutto è cominciato, non lasceremo le chiavi del Movimento a chi non sa cosa sia», risponde Luigi Di Maio.

 

enrico letta e giuseppe conte 1

È nelle frasi confidate ai fedelissimi, il senso della sfida che sta consumando i 5 stelle. La questione è semplice, a volerla guardare senza veli:Conte non si fida più di Di Maio. Di più, il presidente del Movimento è convinto che il ministro degli Esteri lo voglia disarcionare. Che intenda farlo rinunciare a guidare il Movimento. Che abbia negli ultimi mesi agito scientemente e costantemente contro di lui e contro la sua linea politica. Per indebolirlo, fiaccarlo, costringerlo alla resa.

 

LUIGI DI MAIO

«Non si tratta di idee in dissenso, ci sono fatti oggettivi - ha spiegato ai suoi fedelissimi e anche ad alcuni esponenti del Pd - Luigi è andato davanti alle telecamere con i suoi uomini e le sue donne alle spalle, come una corrente organizzata. Ha tenuto una serie di incontri con leader di partito, possibili candidati, mediatori, senza mai informare me. Senza mai parlarne con il capo politico».

 

E quindi, dice, indietro non si torna. Le correnti da statuto non sono ammesse, il presidente valuterà come procedere. Andrà fino in fondo, ma può? Di Maio è il ministro degli Esteri del governo Draghi: se venisse cacciato dal Movimento è molto difficile che il premier- da lui difeso strenuamente proprio nella partita del Quirinale - possa accettare di sostituirlo.

HASHTAG CONTRO DI MAIO

 

 I 5 stelle azzopperebbero la loro presenza nel governo e la leadership di Conte ne risulterebbe, allora, sì davvero indebolita. Sempre che i vertici non abbiano in mente proprio quello che il capo della Farnesina e i suoi dicono di temere da tempo: togliere l'appoggio all'esecutivo per acquisire una rendita elettorale stando all'opposizione.

 

LUIGI DI MAIO GIANCARLO GIORGETTI

In questa chiave, avrebbe senso l'apertura dimostrata da Conte nei confronti di Alessandro Di Battista. L'ex deputato, colui che un tempo definiva Di Maio "fratello", si è "disiscritto" dal Movimento quando è nato il governo Draghi, ma ha continuato - ancora ieri nell'intervista al Fatto - a difendere l'ex premier attaccando invece proprio il ministro degli Esteri: «Luigi è interessato solo a mantenere il suo potere», dice a tutti coloro che lo sentono in queste ore. Solo che Di Battista resta colui che ha definito l'alleanza strutturale con il Partito democratico «la morte nera».

 

giuseppe conte

Su un fogliettino bianco spiegazzato - ricordo del conclave tenutosi a Bibbona quando nacque il governo giallo-rosso - accanto al suo nome, Alessandro, si legge: No. Aveva votato per non entrare. Anzi, racconta chi c'era, per tornare insieme alla Lega che in quel momento di panico post Papeete offriva la premiership a Di Maio e un ministero proprio a lui, di ritorno dal viaggio in Sudamerica.

E insomma, se davvero Conte vuole davvero a bordo Di Battista - per usare una delle sue metafore marittime preferite - è per andare dove? Lontano dal governo e dal Pd? Verso una campagna elettorale vecchio stile? È il sospetto di Di Maio, ma è anche quel che attorno al capo politico negano tutti.

GIUSEPPE CONTE

 

giuseppe conte enrico letta

Da Paola Taverna a Stefano Patuanelli, da Alessandra Todde a Mario Turco, il coro unanime dice: «Noi vogliamo rafforzare l'azione di governo, altro che uscirne!». Per dire il clima, chi era ieri in Consiglio dei ministri ha raccontato che il ministro degli Esteri e quello dell'Agricoltura non si sono nemmeno guardati in faccia.

 

Né un cenno, né un saluto. Non c'era mai stato un conflitto così plateale ed esibito dentro i 5 stelle Ed è proprio questo che il presidente dice a tutti di non poter tollerare. Che ci sia qualcuno che contrasta apertamente la sua linea. Quello che Conte e i suoi descrivono è un sabotaggio. Anche sul caso di Elisabetta Belloni, che il ministro degli Esteri ha detto di voler proteggere e che invece secondo i suoi detrattori sarebbe stato proprio lui a bruciare. «Giuseppe non aveva fatto il suo nome, aveva parlato solo di una donna, non c'era nessuna fuga in avanti!», la difesa.

 

Un po' debole, visto è stato proprio Conte a chiamare Beppe Grillo ispirando il tweet: «Benvenuta signora Italia», col nome della direttrice del Dis come hashtag. E che non tiene conto di un fatto: c'era tra le altre forze una reale resistenza su quel nome, rischiava di non avere i voti in aula di tutta la maggioranza di governo. Non era il metodo che il fronte progressista si era dato.

 

Chi è vicino a Conte, ma conosce Di Maio da sempre, pensa che il ministro degli Esteri stia lavorando a un suo progetto con Giancarlo Giorgetti, i governatori leghisti, il sindaco di Venezia Brugnaro, magari perfino Matteo Renzi, e che stia cercando un pretesto per allontanarsi dai 5 stelle. Che voglia disegnare una sconfitta che non c'è per andare a cercare rivincite altrove.

 

giuseppe conte enrico letta 2

Un suo spazio, lontano da chi considera né più né meno che un usurpatore. Ma di contro chi è vicino a Di Maio - che oggi riunirà un po' dei suo - ribatte: «Se lo scordano, non andiamo da nessuna parte». Il malumore, ancor più che verso Conte, è rivolto a quelli che vengono chiamati i suoi «viceré». Accusati di aver pattugliato il Transatlantico «come la Gestapo». Di pretendere di dire ai capigruppo cosa devono fare. Di minacciare espulsioni che non possono portare a compimento.

 

I probiviri sono tre: Riccardo Fraccaro e Jacopo Berti, che a Di Maio devono tutto. E Fabiana Dadone, che quando si trattò di far nascere il governo Draghi si mise dalla parte del capo della Farnesina e non da quella di Conte. In più, sono in prorogatio e non agiscono da mesi, perché sul nuovo Statuto pende una causa a Napoli che potrebbe invalidarlo e qualunque loro azione sarebbe soggetta a richieste di risarcimento. Conte starebbe quindi cercando un altro modo di risolvere la questione, ma considera la frattura «insanabile».

 

Se questo possa preludere davvero a una scissione, si capirà nelle prossime settimane. Nessuno dei due schieramenti ha truppe folte e sicure. La maggior parte dei parlamentari M5S cerca di capire come assicurarsi un futuro e si muove essenzialmente in base a questo.

 

Una delle ragioni che muove Di Maio, potrebbe essere proprio la volontà di avere voce in capitolo sulle prossime liste per le politiche, magari dopo un altro fallimento alle amministrative di maggio. «Il sonno della ragione genera mostri», va dicendo in queste ore in Transatlantico l'ex viceministro dello Sviluppo Stefano Buffagni. Convinto che adesso non si possa far niente per placare la rissa, ma che presto arriverà il momento di ricostruire. Perché un'altra scissione, con i consensi già scesi così in basso, equivarrebbe alla fine di tutto.

giuseppe conte enrico letta

 

Ultimi Dagoreport

buttafuoco giuli arianna giorgia meloni emanuele merlino elena proietti fazzolari

DAGOREPORT - UTERINO COM'È, GIULI NON HA RETTO ALL'ELEVAZIONE DI BUTTAFUOCO A NUOVO IDOLO DELLA SINISTRA LIBERALE E DELLA DESTRA RADICALE: VUOLE ANCHE LUI DIVENTARE LO ‘’STUPOR MUNDI’’ E PIETRA DELLO SCANDALO. E PER DIMOSTRARE DI ESSERE LIBERO DAL ‘’CENTRO DI SMISTAMENTO DI PALAZZO CHIGI’’, HA SFANCULATO IL SUO “MINISTRO-OMBRA”, IL FAZZO-BOY MERLINO – IL CASO GIULI NON È SOLO L’ENNESIMO ATTO DEL CREPUSCOLO DEL MELONISMO-AFTER-REFERENDUM: È IL RISULTATO DEL FALLIMENTO DI RIMPIAZZARE LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE CAPACE CON LA FEDELTÀ DEI CAMERATI, FINO A TOCCARE IL CLIMAX DEL FAMILISMO METTENDO A CAPO DEL PARTITO LA SORELLINA ARIANNA, LA CUI GESTIONE IN VIA DELLA SCROFA HA SGRANATO UN ROSARIO DI DISASTRI, GAFFE, RIPICCHE, NON AZZECCANDO MAI UNA NOMINA (MICHETTI, TAGLIAFERRI, GHIGLIA,  SANGIULIANO, CACCIAMANI, DI FOGGIA, MESSINA, ETC) - FINIRÀ COSI': L'ALESSANDRO MIGNON DELL'EGEMONIA CULTURALE SCRIVERÀ UN ALTRO LIBRO: DOPO “IL PASSO DELLE OCHE”, ‘’IL PASSO DEI CAPPONI’’ (UN POLLAIO DI CUI FA PARTE...)

nigel farage keir starmer elly schlein giuseppe conte

DAGOREPORT – “TAFAZZISMO” BRITISH”! A LONDRA, COME A ROMA, LA SINISTRA È CAPACE SOLO DI DARSI LE MARTELLATE SULLE PALLE: A FAR PROSPERARE QUEL DISTURBATO MENTALE DI FARAGE  È LA SPACCATURA DELLE FORZE “DI SISTEMA”, CHE NON RIESCONO A FARE ASSE E FERMARE I SOVRANISTI “FISH AND CHIPS” - È MORTO E SEPOLTO IL BIPARTITISMO DI IERI E LA FRAMMENTAZIONE È TOTALE, TRA VERDI, LIB-LAB, LABOUR, TORY E CORNUTI DI NUOVO E VECCHIO CONIO – IL CASO MELONI INSEGNA: NEL 2022, LA DUCETTA VINSE SOLO PERCHÉ IL CENTROSINISTRA SI PRESENTÒ DIVISO, PER MERITO DI QUEI GENI DI ENRICO LETTA E DI GIUSEPPE CONTE – APPUNTI PER FRANCIA E GERMANIA, DOVE SI SCALDANO LE PEN E AFD (E L’EUROPA TREMA…)

marina pier silvio berlusconi paolo del debbio giorgia meloni

FLASH – HA FATTO MOLTO RUMORE IL SILENZIO DI MEDIASET SUL CASO DEL DEBBIO: DAL BISCIONE HANNO LASCIATO CHE FOSSE IL CONDUTTORE, CARO A GIORGIA MELONI, A SMENTIRE I RETROSCENA SUL SUO ADDIO A RETE4 – IL MOTIVO? SEMBRA CHE A COLOGNO NON ABBIANO VOLUTO REPLICARE PERCHÉ AVREBBERO DECISO DI TAGLIARE LA TESTA AL TORO. NON ESSENDOCI UN CONTRATTO DA NON RINNOVARE (DEL DEBBIO È UN DIPENDENTE A TEMPO INDETERMINATO), AL MASSIMO C'È DA ATTENDERE LA PENSIONE - E INTANTO BIANCA BERLINGUER NON CI PENSA PROPRIO A SCUSARSI CON CARLO NORDIO PER LE PAROLE DI SIGFRIDO RANUCCI…

putin orban zelensky

DAGOREPORT – A PUTIN È BASTATO PERDERE IL CAVALLO DI TROIA IN UE, VIKTOR ORBAN, PER VEDER CROLLARE OGNI CERTEZZA: L’UCRAINA È NEL MOMENTO MIGLIORE DA QUATTRO ANNI A QUESTA PARTE ED È IN GRADO DI COLPIRE LA RUSSIA QUANDO E COME VUOLE – LA PARATA DIMESSA DEL 9 MAGGIO È LA PROVA CHE “MAD VLAD” VIVE A CHIAPPE STRETTE: CON LO SBLOCCO DEI 90 MILIARDI EUROPEI A KIEV (CHE ORBAN BLOCCAVA) E LA FORMIDABILE INDUSTRIA MILITARE UCRAINA, ORA È LA RUSSIA A ESSERE IN GROSSA DIFFICOLTÀ – IL “TROLLAGGIO” DI ZELENSKY, LA NOMINA FARLOCCA DI SCHROEDER (DIPENDENTE DEL CREMLINO) COME NEGOZIATORE E IL DISIMPEGNO DI TRUMP CHE ORMAI NON È PIÙ DECISIVO: GLI USA FORNISCONO SOLO AIUTI DI INTELLIGENCE, MA POSSONO ESSERE SOSTITUITI DAGLI 007 EUROPEI (SOPRATTUTTO BRITANNICI)

donald trump benjamin netanyahu attacchi iran

DAGOREPORT - IL PIÙ GRANDE OSTACOLO ALLA PACE IN MEDIO ORIENTE È BENJAMIN NETANYAHU -  TRUMP ERA PRONTO A CHIUDERE L’ACCORDO CON L’IRAN: AVEVA DATO IL SUO VIA LIBERA ALL’INVIATO STEVE WITKOFF PER METTERE UNA PAROLA FINE AL NEGOZIATO CON IL REGIME DI TEHERAN. A QUEL PUNTO, S’È MESSO DI TRAVERSO IL SOLITO “BIBI”: “LA GUERRA NON È FINITA, C’È ANCORA L’URANIO DA PORTARE VIA” - IL TYCOON E IL SUO ALLEATO ISRAELIANO HANNO UN “PROBLEMA” ELETTORALE: A OTTOBRE SI VOTA IN ISRAELE E A NOVEMBRE NEGLI USA PER LE MIDTERM. MA GLI OBIETTIVI SONO OPPOSTI: NETANYAHU PER VINCERE HA BISOGNO DELLA GUERRA PERMANENTE, TRUMP DELLA PACE A TUTTI I COSTI