vladimir putin joe biden

IL RUSSIAGATE È MORTO MA LA FAIDA TRA I DEMOCRATICI PROVA A RESUSCITARLO - IL RUOLO DI PUTIN NELLA POLITICA AMERICANA VIENE RITIRATO FUORI DA DUE CLINTONIANE CHE PROVANO A ORIENTARE LA SCELTA DEL VICEPRESIDENTE, CONSIDERATA SEMPRE PIÙ CRUCIALE: IN UN PARTITO DOMINATO DA UN TRIUMVIRATO DI CARIATIDI (BIDEN, SANDERS, PELOSI), LA PRESCELTA POTRÀ DIVENTARE LA NUOVA LEADER DEMOCRATICA. ECCO PERCHé LE PAROLE DI VICTORIA NULAND E SUSAN RICE…

Igor Pellicciari per www.formiche.net

 

Hanno destato una certa sorpresa recenti dichiarazioni provenienti dal campo democratico degli Usa che per i loro toni rimandano al periodo del Russiagate più duro e puro, che pareva oramai superato durante il Covid-19.

 

Tra i più marcati quello di Victoria Nuland con un lungo articolo su Foreign Affairs dove il titolo la dice già tutta (Pinning Down Putin https://www.foreignaffairs.com/articles/russian-federation/2020-06-09/pinning-down-putin) oppure l’uscita di Susan Rice che ha ipotizzato una regia russa dietro alle degenerazioni (saccheggi e vandalismi) delle proteste razziali americane per l’omicidio di George Floyd.

 

Victoria Nuland State Department

Per la verità, se paragonato al passato, il loro eco è stato abbastanza contenuto sia negli States che nel resto del mondo Occidentale di riferimento e pure a Mosca le tradizionali smentite sarcastiche della portavoce degli esteri, Maria Zaharova, sono partite in regime di auto-pilota, leggermente riadattate per l’occasione.

 

Gli alti attori della politica estera russa in genere coinvolti a ribattere con toni più diplomatici, come Konstantin Kosachev, non si sono curati più di tanto della polemica, come se la cosa non li sorprendesse e riguardasse. Di questi tempi, infatti, a tenere banco è il palese riavvicinamento tra Washington e Mosca, simboleggiato al meglio dall’inedito scambio reciproco di aiuti durante l’emergenza del Covid-19.

 

A tal punto che, a fronte del crescente scontro tra Usa e Cina, il Cremlino pare nella posizione di potersi avvantaggiare di una politica del doppio forno, sulla cui riuscita però nella stessa Russia si nutrono dubbi, come avvertono due pezzi da novanta come Sergey Karaganov e Andrej Kortunov.

Hillary Nuland

 

Senza entrare nel merito delle dichiarazioni di Nuland e Rice (una riafferma una classica posizione “programmatica” dell’amministrazione Obama; l’altra rivolge accuse dove i reali riscontri, se esistono, emergono a distanza di anni) è bene chiedersi se esiste una motivazione politica per la loro uscita adesso e, se del caso, quale sia l’obiettivo a cui puntano.

 

Infatti, più che per i loro contenuti, esse sorprendono per essere riapparse – dopo un relativo periodo di silenzio – a pochi mesi dalle elezioni presidenziali Usa, come a volere rimarcare una precisa posizione e mandare un messaggio più rivolto all’interno che al contesto internazionale.

 

È uno dei dati assodati che tra i motivi della vittoria di Trump prima e, poi, del suo progressivo affrancarsi come leader (difficile e imprevedibile sì, ma non “matto“ come si provava a farlo passare all’inizio) c’è un forte scontro interno al Partito Democratico americano.

SUSAN RICE BARACK OBAMA

 

Che pare non ancora risolto e al cui andamento le dichiarazioni di Nuland e Rice potrebbero essere ricollegate.

 

Vero o esagerato che sia, è innegabile che il Russiagate sia servito in questi anni a rinviare sine die tra i democratici americani un’analisi del voto delle presidenziali che ammetta la verità più scomoda per la forte componente centrista-clintoniana nel partito. Ovvero che il principale motivo della sconfitta sia stato proprio l’intestardirsi sulla candidatura di Hillary.

obama e susan rice al telefono con la homeland security advisor lisa monaco per aggiornamenti su bruxelles

 

Di recente, come già anticipato su queste pagine, il Russiagate ha perso appeal nel campo democratico sia in seguito a una serie di sviluppi giudiziari che lo hanno sgonfiato (dalla scontata mancanza di elementi nel Mueller Report alla clamorosa caduta delle accuse contro Michael Flynn per i suoi rapporti con l’ambasciatore Russo Sergey Kislyak) che alla scelta dei candidati in corsa per la nomination di non impugnare più quella che doveva essere una smoking gun e si è rivelata invece una pistola ad acqua.

 

Tanto che l’attacco a Trump passa ora per l’Ukrainegate, su cui il libro in uscita di John Bolton promette di dare importanti rivelazioni (con il presidente americano accusato di avere vincolato una serie di aiuti a Kiev alla richiesta, rivolta al presidente Volodymyr Zelenskyj, di mettere sotto indagine Joe Biden – in una trama dove però il ruolo di Mosca scompare).

 

YANUKOVICH NULAND

Una chiave di lettura delle dichiarazioni di Nuland e Rice potrebbe quindi rimandare alla corsa presidenziale Usa e a un aspetto in apparenza secondario ma che è la vera incognita nel campo democratico, su cui si sta svolgendo un notevole scontro sotto traccia.  Ovvero la scelta del candidato vice-presidente da affiancare alla nomination oramai scontata di Biden.

 

Il richiamo al Russiagate duro e puro potrebbe servire a serrare le fila alla componente dei centristi-clintoniani nel partito riproponendo un loro cavallo di battaglia identificativo e servito già in passato a tutti i livelli per relegare in secondo piano molti progressisti americani specialisti di questioni russe ma fautori di un dialogo dinamico con Mosca (come ad esempio l’ex-corrispondente capo Cnn da Mosca, Jill Dougherty, una delle massime esperte americane di politica e cultura russa).

 

L’obiettivo politico ultimo di questa chiamata all’adunata sarebbe il provare a condizionare la scelta del VP di Sleepy Joe (così lo ha ribattezzato Trump), che, per inciso, secondo molti avrebbe dovuto essere già candidato nel 2016 se non fosse stato per la determinazione dei centristi a imporre Hillary. Né si tratta qui, per loro, di dovere imparare dagli errori del passato.

 

Assistant Secretary Victoria Nuland Meeting with Georgian Defense Ministry leadership

Per la regola politica machiavellica per cui è meglio essere a capo di una formazione perdente che minoranza in una vincente, influenzare la scelta del vicepresidente serve prima di tutto ai centristi-clintoniani per riaffermare il proprio peso nel partito.

 

Se poi si dovesse vincere anche la corsa presidenziale, tanto meglio, considerando che è anagraficamente improbabile un eventuale secondo mandato di Biden, se non addirittura, azzardano alcuni, la fine stessa del primo a causa di dimissioni anticipate, “pilotate” dallo stesso partito.

 

Potrebbe essere l’opportunità per i democratici tutti di fare entrare dalla finestra della Casa Bianca (visto che la porta del partito è bloccata) quel nuovo leader attorno al quale riunificare una compagine che, ancora inchiodata sugli anziani Biden, Bernie Sanders, Nancy Pelosi etc., è incapace di trovare tra le nuove leve (troppo estremiste e fragili) un giovane John Kennedy, Bill Clinton o Barack Obama per aprire una nuova legacy e tornare perno del sistema politico.

 

DONALD TRUMP VLADIMIR PUTIN

In tutto questo, davanti al ritorno dei toni del Russiagate, per l’analista resta assordante il continuo lungo silenzio sulla tutta la vicenda del moderato John Kerry, ultimo Segretario di Stato Usa democratico e forse l’uomo dell’amministrazione Obama capace di avere i migliori rapporti con Mosca (e a coltivare un rapporto di stima e reciproca fiducia personale con l’omologo Sergey Lavrov).

 

Se alla Nuland, consorte del noto ideologo neoconservatore Robert Kagan e all’epoca vice di Kerry allo State Department, viene attribuita la co-responsabilità della radicalizzazione della crisi ucraina (memorabile il suo “F**k the EU” attribuitole in una intercettazione, ovviamente russa), è per l’instancabile collaborazione Kerry-Lavrov che all’epoca non si è scivolati in uno scontro bellico diretto frontale Usa-Russia su larga scala.

JOE BIDEN VLADIMIR PUTIN

 

A tal punto che in molti nel Cremlino (a partire pare da Vladimir Putin) si sono a posteriori pentiti di avere dato nelle presidenziali Usa del lontano 2004 un open endorsement a George W. Bush in corsa per un secondo mandato alla Casa Bianca e sfidato all’epoca proprio da Kerry.

 

Nell’occasione, quasi giustificandosi, un Putin ancora piuttosto debole nel contesto russo, disse che non vi era nulla di strano in quel sostegno, poiché il Cremlino non ama cambiare interlocutori istituzionali e che, nonostante i dissidi in essere, è normale che sostenga un presidente uscente che già conosce.

 

Col senno di poi, si dice oggi a Mosca e Washington, una presidenza Kerry sarebbe stata tutta un’altra storia. Non solo nelle relazioni Usa- Russia.

sergey kislyakJOHN KERRY GIOCA A CALCIO DURANTE UNA SOSTA CARBURANTE A CAPO VERDE

Ultimi Dagoreport

viktor orban - giorgia meloni - 7

URBI ET ORBAN! IL TONFO DI VIKTOR NON DIVIDE SOLO LA MAGGIORANZA DI GOVERNO (FORZA ITALIA ESULTA): APRE UNA CREPA ANCHE DENTRO LA “FIAMMA MAGICA” DI PALAZZO CHIGI: UN ESPONENTE DI SPICCO E' RIMASTO DI STUCCO DI FRONTE AL MESSAGGIO DI CONFORTO E SOLIDARIETA' DI GIORGIA MELONI ALL''AMICO'' UNGHERESE USCITO SCONFITTO – MERCOLEDÌ ARRIVA A ROMA ZELENSKY A CACCIA DI SOLDI E DOVRÀ INDOSSARE LA MASCHERA DI ATTORE CONSUMATO PER DISSIMULARE L'IRRITAZIONE VERSO IL CAMALEONTE DELLA GARBATELLA CHE NON HA FATTO MAI MANCARE IL SUO SOSTEGNO AL TRUMPUTINIANO ORBAN, AUTORE DEL VETO AL FINANZIAMENTO EUROPEO DI 90 MILIARDI ALL'UCRAINA - PER NON PARLARE CHE LA MELONI PRO-UCRAINA (A PAROLE) MAI HA APERTO LA BOCCUCCIA QUANDO IL SUO "AMICO" TRUMP HA FATTO PRESSIONI (EUFEMISMO) SU ZELENSKY DI CALARE LE MUTANDE ALLE RICHIESTE DI PUTIN... - VIDEO

pier silvio marina berlusconi antonio tajani enrico costa deborah bergamini paolo barelli maurizio gasparri

AR-CORE NON SI COMANDA! TAJANI, PRIMO ZOMBIE DI FORZA ITALIA - AZZOPPATO AL SENATO (GASPARRI) E SBARELLATO ALLA CAMERA (BARELLI), PER NON PERDERE DEL TUTTO LA FACCIA, RIESCE A SPUNTARLA SULLA NOMINA A CAPOGRUPPO DI DEBORAH BERGAMINI, CARA A MARINA BERLUSCONI, MA DOVRÀ SUBIRE L’INVESTITURA DI ENRICO COSTA, CHE DI SICURO NON È UN TAJANEO - DI PIÙ: E' RINVIATO IL CONGRESSO NAZIONALE PER EVITARE CHE TAJANI SI BLINDI NEL PARTITO E LA BERLUSCONINA POSSA COSI' SCEGLIERE LEI I CANDIDATI AL VOTO DEL 2027 - TENSIONE ANCHE SUL RUOLO DI FRANCESCA PASCALE: PER IL CIOCIARO, GLI ATTACCHI DELL’EX DI "PAPI SILVIO" SAREBBERO ISPIRATI DALLA FAMIGLIA – IL “COMMISSARIAMENTO” DI FATTO DEL SUO “AIUTO-CAMERIERE” CIOCIARO PEGGIORA LO STATO DEGLI OTOLITI DELLA MELONI CHE VEDE I "PADRONI" DI FORZA ITALIA COME NEMICI E NON VUOLE ULTERIORI SCOSSE ALLA MALCONCIA STABILITÀ DEL GOVERNO - NEGLI ULTIMI GIORNI LA THATCHER IMMAGINARIA DELLA GARBATELLA AVREBBE CHIESTO A PIÙ RIPRESE DI FERMARE LA CACCIATA DEI CAPIGRUPPO TAJANEI - MA COME DETTA LA “LEGGE DI MURPHY’’: QUANDO LE COSE VANNO MALE POSSONO SEMPRE PEGGIORARE…

elly schlein giuseppe conte piepoli

DAGOREPORT – PER CAPIRE PERCHÉ ELLY SCHLEIN SI OPPONE ALLE PRIMARIE NON SERVE UN GENIO: LE PERDEREBBE! IL SONDAGGIO DELL’ISTITUTO PIEPOLI CERTIFICA: IN CASO DI CONSULTAZIONE TRA GLI ELETTORI DEL CAMPO LARGO, IL 55% SCEGLIEREBBE GIUSEPPE CONTE E SOLO IL 37% LA SEGRETARIA DEM – LA “SORPRESA” DI ERNESTO MARIA RUFFINI, CONOSCIUTO AL GRANDE PUBBLICO SOLO COME EX ESATTORE DELLE TASSE (È STATO DIRETTORE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE): IL 26% DEGLI ITALIANI HA FIDUCIA IN LUI (HA UN GRADIMENTO DOPPIO DI ELLY E PEPPINIELLO TRA I MILITANTI DEL CENTRODESTRA) - LA "SVOLTA" DI AVS: DOPO ANNI PASSATI A RIMORCHIO DI CONTE, ORA "SCELGONO" SCHLEIN

matteo renzi theodore kyriakou giorgia meloni brachetti peretti mario orfeo

DAGOREPORT: KALIMERA, THEO! – ALTRO CHE INCONTRO SEGRETO CON RENZI A ROMA, COME HA SCRITTO SALLUSTI SU “LA VERITÀ”: IL NEO EDITORE DI “REPUBBLICA”, THEO KYRIAKOU, STA GIRANDO COME UNA TROTTOLA, CON INCONTRI SU E GIU’ PER L’ITALIA  (APPARECCHIATI DAL SUO STAFF CAPITANATO DAL NUOVO CEO DELL’ACQUISITO GRUPPO GEDI, MIRJA CARTIA D’ASERO), PER CONOSCERE I POTERI DRITTI E STORTI DEL PAESE DI MACHIAVELLI E PULCINELLA: HA STRETTO LA MANINA DI SALA, CAIRO, PIER SILVIO BERLUSCONI, CALTAGIRONE, ANGELUCCI, COMPRESO IL VISPO LEONARDINO DEL VECCHIO - LA TAPPA CAPITOLINA DEL GRAND TOUR DEL GRECO ANTENNATO, È STATA ATTOVAGLIATA NELLA MAGIONE DI UGO BRACHETTI PERETTI – OLTRE ALL'AMICO DI LUNGA DATA, SOTTO L'ALA DI TONY BLAIR, MATTEO RENZI, ALLA COLAZIONE ERANO PRESENTI IL SINDACO DI ROMA GUALTIERI, I DISCEPOLI RENZIANI NASTASI E CARBONE, ATTUALE MEMBRO LAICO DEL CSM - COLPISCE CHE IN TUTTI QUESTI INCONTRI E ABBOCCAMENTI ITALICI, IL NOSTRO THEO ABBIA AVUTO FINORA SOLO UN BREVE CONTATTO TELEFONICO CON GIORGIA MELONI…

alberto leonardis maurizio molinari angelo binaghi la stampa giuseppe bottero

DAGOREPORT – A TORINO TORNA IL REGNO DI SARDO-SABAUDO! -  L’ACQUISIZIONE DE “LA STAMPA” BY ALBERTO LEONARDIS SI CHIUDERÀ A FINE MAGGIO: IN PRIMA FILA LA FONDAZIONE DI SARDEGNA, CHE ERA GIA' PRESENTE NEL QUOTIDIANO “NUOVA SARDEGNA” QUANDO FU ACQUISITO DALLA SAE DI LEONARDIS, VARI IMPRENDITORI PIEMONTESI, TRA CUI, PARE, IL SARDISSIMO ANGELO BINAGHI (TRAMITE “SPORTCAST”, SOCIETÀ EDITORIALE DELLA TV “SUPERTENNIS”) – SE L'EX DIRETTORE DI "REPUBBLICA", MAURIZIO MOLINARI, CURERÀ IL “DORSO INTERNAZIONALE”, PER IL DOPO-MALAGUTI LEONARDIS CERCA UN PROFILO “STANZIALE”: UN UOMO MACCHINA CON I PIEDI A TORINO. IL NOME CHE CIRCOLA È QUELLO DI…

trump meloni vance schlein conte

DAGOREPORT – GIORGIA MELONI ALLA CAMERA HA PARLATO COME SE NON CI FOSSE STATO IL REFERENDUM: HA RIFILATO UN COMIZIO AUTO-CELEBRATIVO E VITTIMISTA, NELL’INDIFFERENZA DELL’OPPOSIZIONE - SCHLEIN E CONTE, INVECE CHE INCASTRARLA, HANNO PIGOLATO DISCORSETTI CHE PAREVANO SCRITTI DA CHATGPT: SONO TROPPO IMPEGNATI A FARSI LA GUERRA TRA LORO CHE A OCCUPARSI DELLE SORTI DEL PAESE – EPPURE, SAREBBE STATO FACILISSIMO METTERE ALL’ANGOLO LA TRUMPETTA DELLA GARBATELLA: A BUDAPEST IL VICEPRESIDENTE JD VANCE L’HA CITATA INSIEME A ORBAN TRA I LEADER UE CHE HANNO “AIUTATO” GLI STATI UNITI CON LA GUERRA IN IRAN, ARRIVANDO A DIRE CHE LA PREMIER ITALIANA “È STATA MOLTO UTILE”. A NESSUNO A MONTECITORIO È VENUTO IN MENTE DI CHIEDERE: COME?