giorgia meloni matteo salvini fuoco palazzo chigi scontro

SALVINI FRENA SULLE ARMI A KIEV: VICINA LA RESA DEI CONTI CON MELONI CHE, COME DAGO DIXIT, HA UNA PAURA FOTTUTA DI ESSERE MOLLATA DAL LEADER LEGHISTA IN MODALITA’ PAPEETE - A PALAZZO CHIGI SOSPETTANO CHE IL CAPITONE, PRONTO A UN’OFFENSIVA CONTRO LA SORA GIORGIA ANCHE SULLA MANOVRA, SI MUOVA COME BRACCIO OPERATIVO DI TRUMP PER MINARE IL GOVERNO SALDO SULLA POSIZIONE ATLANTISTA E FILO UCRAINA (LA MELONI PUNTA A ALZARE I FONDI PER LA SPESA MILITARE A 1,6 DEL PIL) – LA DUCETTA NON VUOLE FARSI LOGORARE MA SALVINI L'ATTENDE AL VARCO SUL VOTO A URSULA: GIORGIA E' A UN BIVIO... - DAGOREPORT

DAGOREPORT

https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/dagoreport-nascita-gruppo-patrioti-europa-situazione-401282.htm

 

 

Tommaso Ciriaco per la Repubblica - Estratti

 

 

GIORGIA MELONI MATTEO SALVINI BY EDOARDO BARALDI

Quando entra nel salone dell’hotel St. Regis, Giorgia Meloni ha in mano un libro per bambini, “Iris”. Racconta di una fatina pasticciona che si iscrive a una scuola per umani e impara così a controllare i suoi poteri. Potesse usare fino in fondo quelli che gli conferisce Palazzo Chigi, chiuderebbe ogni conto politico con Matteo Salvini. E però non può farlo, non almeno per adesso. Deve gestire l’offensiva, capire fin dove intende spingersi il leghista. Quanto intenda terremotare la sua leadership e il suo governo.

 

Il sospetto, di cui ormai parla apertamente con i suoi, è che si muova come braccio operativo di Donald Trump nei confronti del governo italiano, come Viktor Orbán fa con l’Europa. Che provi a condizionare l’esecutivo, costringendolo a ridurre il sostegno a Kiev a vantaggio di Putin.

giorgia meloni e matteo salvini alla camera

 

Una dinamica, è l’analisi, che potrebbe intensificarsi fino alle Presidenziali del 4 novembre. Se poi dovesse vincere il repubblicano, tutto potrebbe precipitare, perché la linea filo ucraina della premier è nel mirino del suo vice. Dovesse accadere, Meloni preferirebbe non farsi logorare e proverebbe ad anticiparlo. Intanto è imminente un suo attacco pubblico contro i patrioti.

 

I segnali, in questo senso, sono devastanti. Ancora ieri, Salvini ha scientificamente colpito Meloni sul terreno in cui ancora si sente solida: l’atlantismo. E questo sfruttando il fatto che i suoi avversari si rafforzano e gli amici escono di scena: Joe Biden sembra vicino al ritiro, Emmanuel Macron ha resistito all’onda nera e continuerà a sfidarla, il grande alleato Rishi Sunak è lontano dal 10 di Downing Street. Ecco perché ha atteso l’avvio del summit per attaccare la politica estera di Palazzo Chigi. Un follower gli chiede: «Matteo, come fermiamo la guerra in Ucraina?». «Più armi si inviano – la risposta - più la guerra va avanti». Il contrario della filosofia di Meloni, la copia di quella di filorussi e trumpiani.

giorgia meloni e matteo salvini alla camera

 

Ora, per comprendere il peso di queste parole, bisogna riferire della posizione che Meloni porterà al vertice di Washington. Partendo da un fatto: il rapporto tra le spese per la difesa e il Pil dell’Italia per il 2025 sarebbe dell’1,44%. Roma intende lanciare un segnale e comunicare una tendenza al rialzo rispetto alle cifre già trasmesse alla Nato. L’obiettivo è arrivare all’1,6%: ogni 0,1% del Pil vale 2 miliardi e cento milioni, dunque l’impegno dovrebbe crescere di 3 miliardi. 

 

(...)

 

matteo salvini giorgia meloni

Ma torniamo a Salvini. La sua linea sembra in grado di mettere in crisi l’esecutivo (il renziano Enrico Borghi torna a evocare la sindrome del “Papeete”). In realtà, il vicepremier cerca per ora di spostare il governo nel campo anti-ucraino. È una tenaglia che Meloni teme, anche perché il leghista prepara un’altra offensiva: quella sulla manovra. «Tra gli obiettivi – ha fatto sapere ieri - c’è l’aumento degli stipendi e la riforma delle pensioni». Parole lontane dall’obbligata austerità di Meloni.

 

Ma è soprattutto la sfida per la collocazione internazionale ad allarmare la premier e farle sospettare del suo vice. Infatti ribadisce la linea: Mosca non vuole la pace, nonostante la “propaganda” (quella sposata in pieno da Salvini). Evita però di polemizzare con i “Patrioti”: «Se mi preoccupa un gruppo filoputiniano? È una ricostruzione da osservatori».

 

In realtà, la preoccupa eccome. Certo, la sconfitta di Le Pen presenta anche un vantaggio: ha rallentato l’operazione di Orbán, che mirava a sfruttare l’eventuale crollo di Macron per spianare la strada al patto tra Trump e Putin sull’Ucraina. Ma è chiaro che Meloni non può gioire per la resilienza dell’Eliseo. E infatti si produce in un’invasione di campo, fuori dal galateo diplomatico: «Nessuno dei tre schieramenti ha vinto ed è in grado di governare da solo».

antonio tajani giorgia meloni matteo salvini

 

(...) Certo è che Salvini la attende al varco. E lo farà anche in ottobre, quando l’Europarlamento dovrà confermare a scrutinio palese l’intera nuova Commissione.

 

I problemi si sommano, inesorabilmente. Quello geopolitico, allarmante. L’eventuale tracollo nel referendum sul premierato. E poi le casse vuote dello Stato. Timori che non le fanno escludere da qualche settimana l’opzione di anticipare il passaggio elettorale, anche per ridimensionare l’alleato leghista. Per decidere come muoversi, però, Meloni ha bisogno di capire se arriverà il ritiro di Biden e se Trump è ormai un destino ineluttabile. Qualcosa intuirà durante il vertice Nato. Prima del summit prova a concedersi una visita a uno dei musei Smithsonian - quello dei dinosauri - con la figlia Ginevra.

salvini melonitrump salviniursula von der leyen meloniSERGIO MATTARELLA MATTEO SALVINI GIORGIA MELONIantonio tajani matteo salvini giorgia meloni

Ultimi Dagoreport

monte dei paschi di siena luigi lovaglio francesco gaetano caltagirone fabrizio palermo corrado passera francesco milleri

DAGOREPORT - MPS, LA PARTITA È PIÙ APERTA CHE MAI - A MILANO SUSSURRANO UN’IPOTESI CHE AI PIÙ PARE PIUTTOSTO AZZARDATA: UN IMBUFALITO LOVAGLIO STAREBBE LAVORANDO PER PRESENTARE UNA SUA LISTA - I FONDI NON APPREZZEREBBERO POI L’ECCESSIVA “IMPRONTA” DI CALTAGIRONE SU FABRIZIO PALERMO, CHE POTREBBE ESSERE SUPERATO DA VIVALDI COME AD - NEMMENO LA CONFERMA DI MAIONE È COSÌ SCONTATA. E SI RAFFORZA L’IPOTESI, CALDEGGIATA DA MILLERI, DI CORRADO PASSERA COME PRESIDENTE - LOVAGLIO MOLTO INCAZZATO ANCHE CON GIORGETTI…

lovaglio meloni maione caltagirone mps mediobanca caltagirone

DAGOREPORT – POVERO LOVAGLIO, USATO E GETTATO VIA COME UN KLEENEX USATO. CHE FARÀ ORA L’AD DI MPS, (GIUSTAMENTE) FUORI DI SÉ DALLA RABBIA DOPO ESSERE STATO ESCLUSO DALLA LISTA PER IL VERTICE DEL “MONTE”, NONOSTANTE ABBIA PORTATO A TERMINE CON SUCCESSO IL RISANAMENTO DI MPS E IL RISIKO MEDIOBANCA ED OGGI SCARICATO A MO’ DI CAPRONE ESPIATORIO? IL “LOVAGLIO SCARICATO” È IMBUFALITO IN PRIMIS CON CALTAGIRONE, CHE GLI PREFERIREBBE COME CEO FABRIZIO PALERMO, MA ANCHE CON GLI “ANTIPATIZZANTI” SENESI ALLA SUA RICONFERMA: NICOLA MAIONE, PRESIDENTE DI MPS, E DOMENICO LOMBARDI, PRESIDENTE DEL COMITATO NOMINE – È UNA MOSSA INEVITABILE (AGLI ATTI DELLA PROCURA C'È L'INTERCETTAZIONE BOMBA CON "CALTA" IN CUI SI DANNO DI GOMITO: "MA LEI È IL GRANDE COMANDANTE?"; "IL VERO INGEGNERE È STATO LEI"), MA RISCHIOSISSIMA: COSA USCIRÀ DALLA BOCCUCCIA DI UN INCAZZATISSIMO LOVAGLIO QUANDO SI RITROVERÀ SOTTO TORCHIO DA PARTE DEI PM DELLA PROCURA DI MILANO CHE INDAGANO SUL “CONCERTONE”? AH, SAPERLO….

crosetto meloni mantovano mattarella caravelli

DAGOREPORT - SUL CAOS DEL VIAGGIO DI CROSETTO A DUBAI, SOLO TRE QUESTIONI SONO CERTE: LA PRIMA È CHE NON SI DIMETTERÀ DA MINISTRO, PENA LA CADUTA DEL GOVERNO (CROSETTO HA INCASSATO ANCHE LA SOLIDARIETÀ DI MATTARELLA, CHE OGGI L’HA RICEVUTO AL QUIRINALE) – LA SECONDA È LA GRAVE IDIOSINCRASIA DELLO “SHREK” DI CUNEO PER LA SCORTA: COME A DUBAI, ANCHE QUANDO È A ROMA VA SPESSO IN GIRO DA SOLO. LA TERZA, LA PIÙ “SENSIBILE”, RIGUARDA LA NOSTRA INTELLIGENCE: GLI 007 DELL’AISE, INVECE DI TRASTULLARSI CON GLI SPYWARE E ASPETTARE DI ESSERE AVVISATI DA CIA E MOSSAD, AVREBBERO DOVUTO AVVERTIRE CROSETTO, E GLI ALTRI TURISTI ITALIANI NEGLI EMIRATI, CONSIGLIANDO DI NON SVACANZARE TRA I GRATTACIELI DI DUBAI. E INVECE NISBA: SUL SITO DELLA FARNESINA, NON ERANO SEGNALATI RISCHI...

giorgia meloni trump iran

DAGOREPORT – GLI ITALIANI NON SOPPORTANO PIÙ IL BULLISMO DI TRUMP E SONO TERRORIZZATI DALLE POSSIBILI RIPERCUSSIONI DELLA GUERRA NEL GOLFO, TRA AUMENTO DELL’ENERGIA E L’ALLARGAMENTO DEL CONFLITTO. QUESTA INSOFFERENZA PUÒ FARE MALE A GIORGIA MELONI, CHE DI TRUMP È LA CHEERLEADER NUMERO UNO IN EUROPA, GIÀ CON IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DI FINE MARZO – LA DUCETTA SOGNAVA UNA CAMPAGNA ELETTORALE NON POLITICIZZATA, MA NORDIO E MANTOVANO HANNO SBRACATO TRA “MERCATO DELLE VACCHE”, “SISTEMA PARA-MAFIOSO”, “CATTOLICI CHE VOTANO SÌ”. ORA È COSTRETTA A METTERCI LA FACCIA, MA CON MODERAZIONE: UN SOLO COMIZIO, IL 12 MARZO, AL TEATRO PARENTI DI MILANO…