mario draghi alessandro di battista

IL VAFFA DI DIBBA A DRAGHI: "CON LUI LA RESTAURAZIONE STRISCIA TRA LE GRIDA DI GIUBILO DI CONFINDUSTRIA - HA MENZIONATO UNA VOLTA ERDOGAN PER DEFINIRLO “UN DITTATORE DI CUI SI HA BISOGNO”. SE BERLUSCONI AVESSE PRONUNCIATO LE STESSE PAROLE SAREBBE STATO CROCIFISSO IN SALA MENSA. E’ IL PROTETTORE DELLE BANCHE E DELLE FAMIGLIE PIÙ POTENTI D’ITALIA, A COMINCIARE DAI BENETTON. CON SCANNAPIECO A CAPO DELLA CDP C’È QUALCUNO CHE ANCORA CREDE CHE LA REVOCA DELLE CONCESSIONI A AUTOSTRADE SIA POSSIBILE? LA STRAGE DI GENOVA, POLITICAMENTE, RESTA IMPUNITA" – DOPO LA SVOLTA DI DI MAIO I GRILLINI NEO-GARANTISTI TACCIONO PERCHÉ..

Alessandro Di Battista per tpi.it

alesandro di battista cartabianca 1

 

La guerra italo-turca che permise al Regno d’Italia di conquistare la Tripolitania e gran parte della Cirenaica si è conclusa nel 1912. Sono passati 109 anni. Ed è passato quasi un secolo dalla caduta dell’Impero ottomano, già in crisi da decenni e definitivamente crollato dopo la sconfitta nella Prima guerra mondiale. Eppure oggi un “sultano” moderno si aggira per l’Europa. E, sebbene venga considerato un dittatore, nessuno osa contrastarlo politicamente. Questo perché ha a disposizione un esercito potentissimo, un sistema di intelligence all’avanguardia e soprattutto perché ha entrambe le mani sui rubinetti migratori.

 

Può aprire la rotta balcanica o quella del Mediterraneo a suo piacimento. Tale potere, come spesso accade, l’ha conquistato più per demeriti altrui che per meriti propri. L’ultima guerra in Libia, quella voluta dal corrotto Sarkozy, dalla democratica Clinton e dal premio Nobel per la Pace Obama, ha consentito a Erdogan di occupare giorno dopo giorno quel vuoto lasciato dalla caduta di Gheddafi.

 

ALESSANDRO DI BATTISTA

 

La guerra in Siria – ennesimo conflitto armato realizzato per questioni energetiche e geopolitiche e non certo per ragioni umanitarie – ha permesso al presidente turco di rafforzare il suo peso specifico nel Medio Oriente, di aumentare le spese militari e di schiacciare la popolazione curda.

 

 

I bonifici arrivati ad Ankara da Bruxelles con l’intento di contenere i flussi migratori verso Bulgaria e Grecia non hanno fatto altro che rafforzare politicamente e finanziariamente Erdogan. Tutto questo è avvenuto grazie ad errori marchiani commessi da politici, alcuni dei quali ancora al potere.

 

alesandro di battista cartabianca 2

Tre ministri del governo dell’assembramento – Gelmini, Carfagna e Brunetta – erano ministri dell’ultimo governo Berlusconi che per pavidità avallò la guerra in Libia, ovvero la sconfitta più cocente per l’Italia dai tempi della Seconda guerra mondiale. Draghi, evidentemente, ha deciso di premiarli per tali successi e chi, un tempo, si indignava per quell’intervento scellerato ha accettato di governare con loro.

 

Ad ogni modo di tutto questo, ovvero di Politica con la P maiuscola, non si parla nell’Italia di oggi anestetizzata dalla pax draghiana. Draghi ha menzionato una volta Erdogan, l’ha fatto per definirlo “un dittatore di cui si ha bisogno”. Se Berlusconi avesse pronunciato le stesse parole sarebbe stato crocifisso in sala mensa.

 

 

ALESSANDRO DI BATTISTA

Draghi, ancora una volta, è stato protetto in quanto protettore degli interessi di Confindustria, delle banche e delle famiglie più potenti d’Italia, a cominciare dai Benetton.

 

Che con il governo dei “migliori” ci sarebbe stata la restaurazione lo sapevano tutti, a parte i dirigenti del Movimento 5 Stelle suggestionati dalla transizione ecologica in arrivo insieme a Godot o dal puerile convincimento di controllare un governo nel quale sono azionisti di minoranza nonostante il trionfo alle ultime elezioni politiche.

 

Tuttavia è bene mettere in fila una serie di fatti che dimostrano quanto il governo Draghi abbia assassinato la politica riconsegnando, di fatto, il potere a chi, dopo il 2018, ha temuto di perderlo. Confindustria gongola. Si permette di denigrare il ministro del Lavoro Orlando senza che il presidente che l’ha scelto spenda una parola per difenderlo.

 

ALESSANDRO DI BATTISTA

Confindustria incide sulle scelte del governo come non mai. Incide sul blocco dei licenziamenti, incide sulle nomine, incide sul Decreto Semplificazioni. Chissà, forse incide persino sulla sedicente transizione ecologica. Nelle ultime settimane si è tornato a parlare di trivelle, di inceneritori, di ponte sullo Stretto. Non è restaurazione tutto questo?

 

La lotta ambientale, tema al quale molti politici bolliti si aggrappano disperatamente per restare a galla, rischia di essere assassinata, se molte indiscrezioni sul Decreto Semplificazioni dovessero essere confermate.

 

L’ambientalismo di sistema è restaurazione, la morte di un sano dibattito pubblico sul governo è restaurazione. L’assenza di opposizione (salvo rare eccezioni e non mi riferisco alla Meloni) è restaurazione. Il diritto all’oblio del quale gode in Italia solo Mario Draghi, il cui passato non va ricordato, è pura restaurazione. La scomparsa della questione morale – che, seppur con tonalità diverse, era presente durante la stagione del Conte I e quella del Conte II – è restaurazione.

 

È passato un mese dallo scoop di La Repubblica sul bulimico utilizzo dei voli di Stato da parte della presidente Casellati. Cosa è accaduto? Nulla, a parte l’ordine partito dal gotha di Mediaset di cancellare dai siti del gruppo un servizio de Le Iene al riguardo.

 

Durigon è ancora al suo posto nonostante le oscenità da lui pronunciate e registrate dalle telecamere nascoste di Fanpage. La mozione di censura presentata dal Movimento 5 Stelle – la quale, nel caso fosse approvata, costringerebbe Draghi e il ministro Franco a sbarazzarsi di Durigon – giace in qualche cassetto della Camera dei Deputati.

DI BATTISTA

 

Non vorrei che per timore di “rappresaglie” leghiste nei confronti della sottosegretaria Macina – rea di avere opinioni, non certo di aver delegittimato la Guardia di Finanza o di aver promesso nomine come Durigon – si sia deciso di decelerare sul tema. Ad ogni modo, se il caso Durigon fosse scoppiato durante i due governi precedenti di questa legislatura, il sottosegretario leghista sarebbe andato a casa.

 

 

Poi c’è lo stomachevole comportamento di gran parte dei media mainstream al cospetto del nuovo santo a decretare la nascita ufficiale dell’epoca della restaurazione. Non ho mai assistito, neppure nei primi mesi di sbornia renziana, ad una narrazione così celebrativa nei confronti di un politico che, tra l’altro, non ha mai affrontato un’elezione popolare.

DI BATTISTA VS DRAGHI TPI

 

Ricordo una giornalista del Sole 24Ore (proprietà di Confindustria) alzare le braccia al cielo come se stesse recitando un padre nostro e ringraziare Mario Draghi per la sola sua salvifica presenza. Il tutto durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Ma, più che le lodi, è l’assenza di domande a scandalizzare.

 

DRAGHI DI BATTISTA

Pochi giorni fa Draghi ha umiliato Letta bocciando sonoramente una sua timida (e condivisibile) proposta di redistribuzione mediante aumento delle tasse di successione sui grandissimi patrimoni, sostenendo – parole del premier – che “questo non è il momento di prendere i soldi dai cittadini ma di darli”.

 

 

Dare soldi al posto di chiederli. Come non essere d’accordo? Ma cosa significa esattamente? Intendeva dire che arriveranno nuovi scostamenti di bilancio per reperire soldi freschi con i quali ristorare famiglie e imprese o quelle di Draghi sono solo parole vuote? Possibile che nessun giornalista abbia avuto il coraggio di domandarglielo?

DI BATTISTA

 

La restaurazione lotta in mezzo a noi e trova terreno fertile nella sacrosanta voglia di normalità da parte del popolo italiano. Un popolo che, distratto dalla fine imminente del coprifuoco, potrebbe non accorgersi del lockdown politico ed economico che continua – e temo continuerà – fino a che i gruppi di potere che hanno brigato per sostituire Conte con Draghi continueranno a dettar legge.

 

DI BATTISTA DRAGHI

Prendiamo le nomine. A capo di Cassa Depositi e Prestiti, l’istituzione finanziaria sotto il controllo del Ministero dell’Economia (quello dove lavora Durigon, per intenderci), è stato appena nominato Dario Scannapieco, manager dall’ottimo curriculum che, nel 1997, venne chiamato da Draghi al dipartimento del Tesoro.

 

Erano gli anni in cui vennero privatizzate le autostrade, le quali – costruite con le tasse degli italiani – andarono ad arricchire la famiglia Benetton, la stessa famiglia che sta trattando la cessione delle concessioni proprio con Cassa Depositi e Prestiti. C’è qualcuno che ancora crede che la revoca sia possibile? La Strage di Genova, politicamente, resta impunita. Occorrerà, ancora una volta, aspettare la magistratura. Anche questa è restaurazione.

DI BATTISTA CONTE 1

 

La politica delegittima ogni giorno la magistratura (che di questi tempi si delegittima da sola), ma poi continua a sostenere che vanno attese le sentenze definitive per far pulizia all’interno dei partiti. Il primato della politica, dunque, è sempre più in agonia. Non bastassero i tecnici pronti a gestire i miliardi del Recovery Fund senza dover render conto agli elettori che non li hanno eletti.

 

DI BATTISTA

La restaurazione striscia tra le grida di giubilo di Confindustria e tra i silenzi sulle notizie imbarazzanti per gli aedi di sistema. La restaurazione c’è quando Draghi viene celebrato e persino quando viene silenziato.

 

Alcuni giorni fa, al termine del Consiglio europeo, Mario Draghi ha criticato l’Europa, rea di aver lasciato, ancora una volta, l’Italia da sola ad affrontare la crisi migratoria. Come ricorda Il Fatto Quotidiano, sui principali quotidiani pro-Draghi, da La Repubblica al Corriere della Sera, non è stato dato molto risalto alla presa di posizione dell’apostolo. Eppure in passato hanno scritto persino della sua dieta personale.

 

dario scannapieco 2

Il punto è che Draghi che se la prende con l’Europa per la sua costante diserzione davanti al dramma dei migranti è una notizia che mette in crisi i cantori dell’infallibilità draghiana e di quella europea. Un cortocircuito che chi da mesi narra i prodigi dell’altissimo – l’unico che sa farsi rispettare in UE e, contestualmente, glorifica i cambiamenti dell’Europa – davvero non potrebbe permettersi. Non sia mai che la restaurazione trovasse l’ostacolo di una pubblica opinione finalmente consapevole.

 

 

 

I GRILLINI NEO-GARANTISTI

Domenico Di SAnzo per Il Giornale

 

DI BATTISTA

C' è chi fa rispondere la moglie al telefono per dire che no, non vuole commentare. Chi approfitta del sabato per una gita fuori porta e chi parla solo sotto la promessa dell' anonimato.

 

La svolta garantista di Luigi Di Maio è coraggiosa perché mette in imbarazzo il suo stesso partito. E così, il giorno dopo la lettera al Foglio, nessuno sa cosa fare. Il Movimento neo-garantista non esiste, se non nelle parole del ministro degli Esteri. Infatti anche quelli che sono d' accordo con lui, che sono la maggioranza, non vogliono uscire dal silenzio.

 

Gli eredi del Vaffa di Beppe Grillo sono spaventati dai Vaffa che potrebbero ricevere dagli attivisti. «Hanno paura di essere chiamati traditori sul territorio», dicono dai Cinque Stelle. In un momento di massima incertezza per quanto riguarda terzo mandato e ricandidature, con i sondaggi in picchiata, temono di giocarsi con il garantismo i voti nei loro collegi di provenienza.

 

GRILLO DI BATTISTA

Dove i militanti, da anni, sono abituati ad azzannare gli avversari politici di turno colpiti anche per un semplice avviso di garanzia. Sono timidi soprattutto i parlamentari al primo mandato. Proprio quelli che temono di più per le loro poltrone. «Tanto Di Maio comunque un futuro ce l' avrà lo stesso», è il ragionamento di chi pensa che il ministro degli Esteri stia giocando una sua partita personale, in solitaria. In questo schema inedito, le frasi sul garantismo servirebbero ad accreditarsi in altri mondi, distanti dall' universo grillino. Scenari suggestivi ma, al momento, lontani dalla realtà. Le dichiarazioni di Di Maio riposizionano il M5s, non vogliono superarlo.

 

Infatti, nonostante i silenzi, nella truppa è tanta la voglia di voltare pagina. «Siamo stufi delle manette, dobbiamo fare politica», dice un parlamentare vicino all' ex capo politico. I neo-garantisti sono soprattutto alla Camera.

 

A Montecitorio, spiegano, la svolta «è stata accolta come una boccata d' ossigeno». Gli entusiasti sono più di una cinquantina tra Camera e Senato, ma di forcaioli con la bava alla bocca se ne trovano pochi. Gli irriducibili delle manette resistono a Palazzo Madama.

Basta osservare la comunicazione. I contenuti web più trash provengono dallo staff dei senatori, ad esempio sui voli di stato della presidente del Senato Elisabetta Casellati. Tra i comunicatori, Ilaria Loquenzi è considerata ancora fedele alla vecchia scuola.

LA LETTERA DI LUIGI DI MAIO AL FOGLIO

 

Il capogruppo Ettore Licheri, avvocato e collaboratore del pool dell' inchiesta Calciopoli nel 2006, è visto come un campione di giustizialismo. La vicepresidente del Senato Paola Taverna è una dei pochi big a non aver detto la sua sul caso Uggetti-Di Maio. Tace Roberto Fico, che però se ne lava le mani tirando in ballo il fatto di essere presidente della Camera. Non parla Beppe Grillo, sprofondato nel mutismo dopo il video umorale in cui aveva difeso il figlio Ciro, accusato di stupro dalla procura di Tempio Pausania.

 

E c' è Giuseppe Conte, che si muove come un pugile suonato. La mossa delle scuse a Uggetti lo ha lasciato di sasso. Bruciato sul tempo da Di Maio, non ha potuto fare altro che seguirlo a ruota. L' ex premier ha perso l' occasione per intestarsi la paternità del cambio di passo, ma allo stesso tempo non ha il physique du role per tenere i Cinque Stelle nella ridotta giustizialista. Per non farsi mancare nulla è tallonato a sinistra dal segretario dem Enrico Letta. Il leader del Pd continua a corteggiare l' elettorato giovanile, tradizionale serbatoio grillino, con la dote ai diciottenni e la tassa di successione.

di battista di maio

 

Letta è stato freddo anche sulla svolta di Di Maio. «Né giustizialismo, né impunitismo», ha detto. Per non parlare dello stallo con Davide Casaleggio, da cui non si vede una via d' uscita che non sia un accordo.

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni istat sergio mattarella ursula von der leyen

DAGOREPORT – GIORGIA DÀ I NUMERI! COSA C’È DIETRO L’ATTACCO DI MELONI ALL’ISTAT, PER LA CERTIFICAZIONE DEL DEFICIT AL 3,1%? LA DUCETTA È CONVINTA CHE IL DEEP STATE ABBIA DECISO DI “ZAVORRARE” IL GOVERNO IN VISTA DELLA PROSSIMA MANOVRA, IMPEDENDO L’USCITA DALLA PROCEDURA D’INFRAZIONE – PER FRATELLINI D’ITALIA, IN TEMPI DI “FINANZA CREATIVA, UN DECIMALE O DUE PER FAR TORNARE I CONTI SI POTEVA TROVARE – L'INSOFFERENZA PER L’ESTABLISHMENT SI CONDENSA NELL’ATTACCO SCOMPOSTO DELLA PREMIER A MATTARELLA SULLA SCUOLA  – L’ALTRO FRONTE DI GUERRA PER LA STATISTA DELLA SGARBATELLA È QUELLO EUROPEO, CON LA COMMISSIONE INFASTIDITA PER LA SCELTA DI FINANZIARE LA MANCETTA ELETTORALE DELLO STOP AL BOLLO AUTO CON I “RISPARMI” DEL PNRR – CON L’ONDA NERA CHE AVANZA, VON DER LEYEN NON CONCEDERA’ UN CENTESIMO IN PIÙ DEL DOVUTO ALLA MELONI E ALLE DESTRE…

cirielli tajani barelli bergamini marina berlusconi schifani mule falcone

DAGOREPORT – I GUAI NEL CENTRODESTRA NON FINISCONO MAI: IN CAMPANIA IL FRATELLO D’ITALIA CIRIELLI E’ STATO MESSO DA PARTE PER LE SUE SPARATE PRO-VANNACCI E PRO-FICO (E VIENE SCALZATO DA SANGIULIANO A CUI LANCIA STILETTATE SUI SOCIAL) – MARINA BERLUSCONI SI TIENE A DISTANZA DA FORZA ITALIA E IL DUO TAJANI-BARELLI SPADRONEGGIA: I DISSIDENTI FINISCONO AI MARGINI E PURE GIANNI LETTA E DEBORAH BERGAMINI, VICINI A MARINA, HANNO CAPITO CHE E’ MEGLIO INABISSARSI – IN SICILIA IL GOVERNATORE SCHIFANI HA IL FOGLIO DI VIA E CERCA UNA EXIT STRATEGY (SOGNA IL CSM) – L’ISOLA VA AL VOTO NEL 2027 E SCALPITANO GIORGIO MULE’ E MARCO FALCONE PER FORZA ITALIA MA IGNAZIO LA RUSSA VUOLE GIOCARE LA CARTA GALVAGNO – IL RUOLO DEL “CAVALLO PAZZO” CATENO DE LUCA E DELL’EX IENA LA VARDERA…

corsini piervincenzi di pasquale malara monteleone ranucci

FLASH! - MAI DIRE RAI! FERMENTO NELLA REDAZIONE DI “REPORT”: CORSA A BLINDARE TUTTI I CONTRATTI DELLA SQUADRA, A PARTIRE DAI CONDUTTORI (DANIELE PIERVINCENZI E CLAUDIA DI PASQUALE): NEL CASO IN CUI VINCESSE IL RICORSO PER IL REINTEGRO, SIGFRIDO RANUCCI SI RITROVEREBBE A DOVER ACCETTARE IL FATTO COMPIUTO (ANCHE SE NON E’ DETTO CHE LA RAI, IN CASO DI CONDANNA, OTTEMPERI AL RICOLLOCAMENTO DI SIGFRIDO A “REPORT”) - INTANTO VOLANO GLI STRACCI INTORNO A “FILOROSSO”: IL RESPONSABILE DEGLI APPROFONDIMENTI, PAOLO CORSINI, E IL SUO VICE, GIUSEPPE MALARA, HANNO I NERVI A FIOR DI PELLE DOPO L’ENNESIMO FLOP D’ASCOLTI - SULLA GRATICOLA FINISCE ANCHE ANTONINO MONTELEONE PER LA SCELTA DI AFFIDARE IL MONOLOGO ALL’EX “RAGAZZO DELLA TERZA C”, FABIO FERRARI…

giorgia meloni roberto vannacci friedrich merz antonio tajani matteo salvini

DAGOREPORT – CAMERATI, LA PAROLA D'ORDINE E': ASPETTIAMO E VEDIAMO! - A GIORGIA MELONI, IN FORMATO "PREMIER DURACELL", CONVIENE PROVARE A PORTARE A TERMINE LA LEGISLATURA FINO A SCADENZA NATURALE, A OTTOBRE 2027, QUANDO SARA' PIU' CHIARO L'ASSETTO DELLE FORZE IN CAMPO NELL'UNIONE EUROPEA - SPIRA UN VENTO DI DESTRA NELL'UE E SE MARINE LE PEN VINCESSE LE PRESIDENZIALI IN FRANCIA, I NEO-FRANCHISTI DI VOX ANDASSERO AL GOVERNO IN SPAGNA E LA CDU, SFANCULATO MERZ, CERCASSE UN ACCORDO CON LE SVASTICHELLE DI AFD, ALLORA ANCHE LA DUCETTA POTREBBE PIU' FACILMENTE "SVOLTARE A DESTRA" E CERCARE UN'ALLEANZA ELETTORALE CON VANNACCI - QUEL CHE OGGI APPARE COME UNA FOLLIA, DOMANI, CON UN'EUROPA "IN NERO" DIVENTEREBBE UNA MOSSA QUASI NATURALE. A QUEL PUNTO, FORZA ITALIA E LEGA NON POTRANNO CHE FARE PIPPA E INGOIARE L'AMARO BOCCONE...

tommaso calderone vannacci schifani tajani

DAGOREPORT - COME MAI IL FORZISTA TOMMASO CALDERONE TRASLOCA DA VANNACCI E DIVENTA IL NONO DEPUTATO DI FUTURO NAZIONALE? - AVVOCATO SICILIANO CAMPIONE DI PREFERENZE (NE HA RACCOLTE 11.200  NELL'ISOLA ALLE POLITICHE DEL 2022) E' ENTRATO IN CONFLITTO SIA CON IL GOVERNATORE RENATO SCHIFANI, SIA CON ANTONIO TAJANI, CHE NON GLI AVREBBERO GARANTITO IL POSTO DA CAPOLISTA ALLE PROSSIME ELEZIONI - SI TRATTA DEL TERZO SCIPPO DELL’EX GENERALE AI DANNI DI FORZA ITALIA DOPO GLI “ACQUISTI” DI ATTILIO PIERRO E DAVIDE BERGAMINI (ENTRAMBI PASSATI PURE DALLA LEGA) - PROTAGONISTA DI MOLTE BATTAGLIE CONTRO I MAGISTRATI, CALDERONE E’ VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA (UN SALTO DI QUALITA' PER VANNACCI E LA SUA “SPORCA DOZZINA”)

repubblica gedi mirja cartia d’asero kyriakou

DAGOREPORT – CHE ARIA TIRA ALLA “REPUBBLICA” DI ATENE? NELL’INCONTRO TRA IL CDR DEL QUOTIDIANO E L’AD DI GEDI, MIRJA CARTIA D’ASERO, È STATO CHIARITO IL METODO DEL NUOVO EDITORE GRECO, THODORIS KYRYAKOU: PIÙ PARTECIPAZIONE DEI GIORNALISTI, PERCHÉ IL RILANCIO NON PUÒ ESSERE CALATO DALL’ALTO, E SOPRATTUTTO ATTENZIONE AI CONTI – IL VERO INNESTO È SULL’INNOVAZIONE, CON L’INGRESSO DI VERONICA DIQUATTRO, MANAGER CON UN PASSATO IN SPOTIFY E GOOGLE, PER IL RILANCIO DEL DIGITALE – IL PIANO INDUSTRIALE 2027-2030: IL PAREGGIO DI BILANCIO IN TRE ANNI, SENZA LICENZIAMENTI E SENZA UN PREPENSIONAMENTO IN PIÙ RISPETTO A QUELLI GIÀ PREVISTI – IL PRIMO BANCO DI PROVA DEL NUOVO CORSO SARÀ IL LANCIO DI “REPUBBLICA EUROPE”...