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INCREDIBILMENTE, L'EUROPA SIAMO NOI - ROMAGNOLI: "CON TUTTE LE TENTAZIONI SOVRANISTE E LE RECRIMINAZIONI ANTI-COMUNITARIE, L'ITALIA ANDRÀ IN FINALE A RAPPRESENTARE LO SFINITO CONTINENTE. È GIÀ COMINCIATA LA RUMBA PREVENTIVA, L'ESORTAZIONE AL TIFO CONTRO, SENNÒ SE L'INTESTA QUELLO. MA QUELLO CHI? DRAGHI, FRANCAMENTE, SEMBRA UNO CHE SE N'INFISCHIA, RENZI INVECE..."

Gabriele Romagnoli per “La Stampa

 

esultanza italiana per la finale di euro 2020

Incredibilmente, l'Europa siamo noi. Con tutte le tentazioni sovraniste e le recriminazioni anti-comunitarie va l'Italia a rappresentare lo sfinito continente, forse proprio contro chi ha preferito uscire dalla sua storia se non dalla geografia. A difendere l'ultima repubblica contro l'assalto di una monarchia venuta dal passato che ancora si gode i privilegi (del fattore campo, se sarà quella inglese).

 

Ci va per provare a prendersi una leadership inattesa: chiunque dica adesso che era immaginabile un anno fa, mente. Si prevedeva sempre: cadremo quando affronteremo le Grandi, la Germania e la Francia, certo. O anche la Spagna che ci ha sorpassato, che ha subito la pandemia dopo e riaperto prima. Ci ha dominato, ma non conta.

 

prima pagina mirror football

È un semi trionfo che genera per metà entusiasmo e per l'altra metà timore. Più degli uccellacci del malaugurio spaventano a volte gli uccellini del bene di poi, quelli che si siedono sul ramo a cose fatte e cantano vittoria come se fosse loro.

 

Quelli che il calcio lo giocano a risultato acquisito portandosi via il pallone e il merito. Dura un giorno la camminata sulle parallele del successo, poi da una si cade. Date a Roberto quel che è di Roberto e agli altri si vedrà: prima devono vincere qualche cosa.

 

Associare il destino di una Nazionale a quello nazionale è una forzatura. Vale certamente l'opposto: la disfatta prelude a un declino generale. È accaduto al Brasile (e ancora dura) dopo l'1 a 7 contro la Germania. Ma la Grecia che vinse l'Europeo 2004 si consegnò poi alla tempesta perfetta.

 

italia spagna 8

Eppure diviniamo questi segni, da Wembley a Wimbledon, interpretando le W come grafici che, alla fine delle montagne russe attraversate, puntano infine irrevocabilmente verso l'alto: è sempre azzurro il cielo sopra qualcosa.

 

Dimenticare è uno sport estremo: conduce al rischio che le storie si ripetano, facendo la seconda volta più male della prima perché si aggiunge il senso di colpa per non aver studiato. Eppure ci alleniamo tanto e siamo pronti: a lasciarci alle spalle il Covid, la malagiustizia, la vergogna nelle carceri, il calciomercato in parlamento, i delitti in famiglia.

 

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Per tre giorni vivremo nel sabato del villaggio, aspettando la festa che poi, se ci sarà, sopravvivrà soltanto nella memoria. Diremo: io c'ero. Il timore aggiunto è che qualcuno ci sia davvero, a prendersi la coppa stando in tribuna.

 

È già cominciata la rumba preventiva, l'esortazione al tifo contro, sennò se l'intesta quello. Ma quello chi? Draghi, francamente, sembra uno che se n'infischia. Guarderà la partita, certo, ma se ci fosse una fotografia dell'evento probabilmente lo mostrerebbe in giacca, con Giavazzi e Garofoli, una mano al telecomando e l'altra alla calcolatrice per verificare il disavanzo, si sa mai sia cambiato.

 

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Ci vogliono presidenti temerari per andare a una finale: metti che poi butti male, la colpa è un po' tua. Il partigiano non aveva niente da perdere. Renzi invece, tutto da vincere: volò infatti alla sfida Pennetta-Vinci agli Open di New York e chissà quanto darebbe adesso per intestarsi questa squadra che ha rottamato la tradizione della ditta (catenaccio & contropiede) e abbracciare Mancini al posto di Vialli.

 

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Il carro dei semi-vincitori attrae un patriottismo incerto. Tanto decisa in campo quanto indecisa fuori, questa Nazionale è riuscita a smarcarsi in modo involontario: una volta m'inginocchio e una no, un'altra a metà. Come fai a colpire un bersaglio mobile? Appena gli spari si è abbassato. Riprendi la mira, si è alzato.

 

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Sulla voglia generalizzata di avere un nemico sta prevalendo quella di avere una dozzina di amici affidabili. Non ci somigliano, non incarnano, non sono più maschere popolari. Ci siamo accorti di quanto fossero cresciuti con qualche stupore, forse eravamo lontani, forse gli oriundi siamo noi. Un anno dentro/fuori e ci è diventato estraneo il nostro ambiente, il nostro destino.

 

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Proviamo a riconquistarci l'uno e l'altro dicendoci che andrà tutto meglio, adesso che abbiamo fatto una squadra non ci resta che fare gli italiani. Non è da poco che ci si sta provando e non è che l'esito sia stato dei più riusciti. Adesso però abbiamo questa masnada di giovani favolosi a cui far riscrivere i versi della speranza. O dell'illusione, la controprova arriverà, ma non è il tempo di mettersi in prosa.

 

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Godiamoci piuttosto questa tregua felice, da qui a domenica. Poi lunedì tristezza e noia recheran l'ore: sarà già il tempo di tornare al mercato, al decreto Zan, alle fazioni in cui ci si riconosce molto più che in questa unità d'intenti e desideri così bisestile e provvisoria. Eppure possibile.

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