open golf marco simone

ITALIA IN BUCA! E’ SCATTATO L'OPEN D’ITALIA DI GOLF AL MARCO SIMONE DI GUIDONIA. LA STRUTTURA DI PROPRIETA’ DELLA FAMIGLIA BIAGIOTTI NEL 2023 OSPITERÀ LA RYDER CUP – IL DG MONTALI: "LA RYDER FARA’ AUMENTARE LA POPOLARITÀ DEL GOLF E DARÀ UNA GRANDE IMPULSO AL TURISMO GOLFISTICO IN TUTTO IL PAESE. IL BERRETTINI DEL GOLF? C’È UN GRUPPO INTERESSANTE A COMINCIARE DA MIGLIOZZI…" - FOTO BY MEZZELANI

Foto di Ferdinando Mezzelani per Dagospia

Maurilio Rigo per repubblica.it

 

lavinia biagiotti foto mezzelani gmt 027

Con il prologo della Rolex pro-am si è alzato il sipario sul "DS Automobiles 78° Open d'Italia", il più importante torneo nazionale dell'European Tour che fino a domenica si disputa sul rinnovato percorso del Marco Simone Golf & Country Club di Guidonia Montecelio.

 

Per la settima volta l'Open d'Italia si giocherà nel Lazio, per la seconda al Marco Simone (1994), e dopo le tre edizioni al Circolo del Golf di Roma all'Acquasanta (1950, 1973, 1980), e le due all'Olgiata Golf Club (2002 e 2019).

 

Il pubblico, previa registrazione sul sito web ufficiale (www.openditaliagolf.eu) ed esibizione del green pass, potrà accedere gratuitamente e avrà così l'opportunità di ammirare da vicino le giocate dei campioni e le meraviglie del campo che nel 2023 ospiterà la Ryder Cup, la più importante competizione golfistica a squadre del mondo (Europa vs Stati Uniti).

 

 

franco chimenti foto mezzelani gmt 030

Le speranze per i nostri colori sono riposte, tra gli altri, in Francesco Molinari a caccia del tris di successi per diventare il primo golfista italiano a riuscire in questa impresa, mentre c'è attesa anche per Guido Migliozzi (miglior azzurro nel world ranking, è 69°) e per il 24enne capitolino Renato Paratore.

 

"Gioco in casa e l'obiettivo è quello di fare bene - ha sottolineato Paratore - Arrivo da un settimo posto in Svizzera all'Omega European Masters e sono in fiducia. Poter contare nuovamente sull'apporto del pubblico e giocare qui a Roma, nella città dove sono nato e cresciuto, sarà fantastico. Non vedo l'ora di scendere in campo, sono gasato. Il percorso mi piace molto, ti costringe ad avere pazienza in determinate occasioni e ad attaccare in delle altre. Andare a Tokyo è stato fantastico. L'esperienza a cinque cerchi, nonostante l'assenza del pubblico, è stata indimenticabile. Così come vedere tutti quei campioni insieme.

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Spero di poter disputare, nel 2024, anche i Giochi di Parigi, ma ora voglio concentrarmi al massimo per l'Open d'Italia".

 

Sulla strada degli azzurri ci sono però campioni come i major Henrik Stenson, Martin Kaymer e Luke Donald, gli inglesi Ross McGowan (detentore del titolo), Tommy Fleetwood e Matthew Fitzpatrick, il sudafricano Garrick Higgo e il talento danese Rasmus Hojgaard che a Crans Montana ha vinto l'Omega European Masters festeggiando, all'età di 20 anni, il terzo titolo sull'European Tour.

 

Il rinnovato percorso del Marco Simone Golf & Country Club, struttura di proprietà della famiglia Biagiotti, è stato profondamente rinnovato in vista della Ryder Cup e ha già entusiasmato i campioni durante le prove del campo inaugurato ufficialmente con un taglio del nastro sul tee della buca 1.

 

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Il torneo, con un montepremi di 3 milioni di euro e con prima moneta di 485.330 euro, inizierà giovedì 2 settembre e si giocherà sulla lunghezza delle 72 buche, 18 al giorno.

 

Previste inoltre numerose iniziative per il pubblico che avrà la possibilità di avvicinarsi al golf sotto la guida degli esperti maestri della Fig e, grazie alla presenza del personale medico della Asl Roma 5, sarà possibile vaccinarsi contro il Covid-19 nello stand allestito per la campagna "Vaccinati e scendiamo in campo" promossa da Coni e Regione Lazio.

 

 

IL FUTURO IN BUCA DELLO SPORT ITALIANO

Umberto Zapelloni per “il Foglio Sportivo”

 

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L’estate magica dello sport italiano sembra proprio non finire mai. Dalle Paralimpiadi di Tokyo continuano a piovere medaglie e storie da mettere in un angolino del cuore. E ancora non si vede il The End su questo film che anche Hollywood (oltre a Londra, of course) ci invidierà. In coda a quest’estate azzurra potrebbe esserci spazio anche per il golf che dal 2 settembre ospiterà l’Open d’Italia al Marco Simone, la casa della Ryder 2023.

 

È quello che si augurano il presidente della FederGolf Chimenti e Gian Paolo Montali, il direttore generale della Ryder, un uomo con gli armadi pieni di trofei e medaglie di pallavolo tra club e Nazionale e la mente arricchita dall’esperienza dirigenziale nel calcio (prima la Juve, poi la Roma).

 

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“Il campo è bellissimo è pronto per la sua prima volta in una manifestazione internazionale – dice al Foglio Sportivo – Il cartellone degli iscritti è ricco e sono convinto che i giocatori si innamoreranno del Marco Simone che comincia la sua marcia di avvicinamento alla Ryder con il primo dei tre Open che ospiterà prima della sfida tra l’Europa e gli Stati Uniti. Diventerà un campo iconico per i prossimi 30 anni. E la Ryder ci lascerà una legacy importantissima non solo facendo aumentare la popolarità del golf, ma dando una grande impulso al turismo golfistico in tutto il paese. Senza contare i lavori infrastrutturali di cui beneficerà tutta la zona”.

 

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E qui ci sarebbe da rigirare il coltello con chi non ha voluto i Giochi a Roma… Quando si ha di fronte Gian Paolo Montali è impossibile parlare solo di golf. Sarebbe come avere una Ferrari è viaggiare a 50 all’ora. “È stata un’estate fantastica per il mondo dello sport”, dice. “Dal punto di vista sportivo perché raccogliere così tanti risultati e così importanti è stato strepitoso. Ma anche dal punto di vista morale perché quest’estate lo sport è entrato nell’immaginario collettivo, nelle case degli italiani e non soltanto con il calcio.

 

Credo che la pandemia abbia fatto sì che la gente abbia capito di più che il valore dello sport è educativo, come hanno dimostrato atteggiamenti e comportamenti dei nostri atleti”. Per spiegare i successi azzurri di quest’estate magica, Montali va a pescare i mantra che hanno accompagnato la sua carriera. Prima come allenatore, poi come manager.

 

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 “Nella mia vita mi sono sempre occupato di una cosa sola: giocare per vincere. Ho bene attaccata sulla pelle quest’ossessione di giocare per essere il migliore. Per riuscirci hai bisogno di essere ossessionato da questo e di essere maniacale nella cura dei dettagli. Ho due mantra che sono fatti da tre parole ciascuno. Lavoro, lavoro e lavoro. E poi atteggiamento, atteggiamento e atteggiamento. Queste sono due cose che ripetute all’infinito fanno la differenza non solo nel mondo dello sport. Non nasce mai nulla per caso. Dietro a certi risultati c’è il lavoro degli atleti, certo, ma anche dei tecnici, di quelle squadre invisibili che ci sono dietro permettendo al talento di dimostrare tutto il suo valore”.

 

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Montali sottolinea l’importanza di chi c’è dietro. Dei tecnici. Delle Federazioni. Del Coni. D’altra parte fu proprio lui dopo l’argento olimpico di Atene a far partire il dibattito quando vennero concesse le onorificenze dello Stato solo agli atleti. Con un’intervista al Corriere della Sera richiamò l’attenzione dell’allora premier Berlusconi (uno che di allenatori si è sempre interessato, forse perché si sentiva uno di loro) e da quel momento anche i tecnici vennero premiati. “Sarebbe diseducativo non premiare i tecnici”.

 

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E parlando di tecnici, Montali, non può non sottolineare i meriti di Roberto Mancini: “Il lavoro fatto da Mancini è stato straordinario. È un’utopia pensare che persone che così diverse per estrazione, età, colore della pelle, religione, idee politiche, stipendi, trovino improvvisamente delle affinità elettive. Tutto deve partire dal concetto di fare squadra.

 

Mancini ha costruito una squadra con delle competenze precise, mettendo subito in chiaro chi deve fare una cosa chi un’altra. Ha scritto una partitura in cui tutti riconoscevano il proprio ruolo. Quando tutti capiscono quello che devono fare, la diversità si annulla e nell’ultima settimana del torneo di trovi ad avere quel valore aggiunto che ti permette di andare oltre i tuoi limiti. Io ho vinto una trentina di titoli. Di questo credo di averne vinti solo 7 o 8 con il gruppo. Tutti gli altri li ho vinti con delle squadre.

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La lezione di Mancini ci insegna che bisogna partire dal concetto di competenze e ruoli chiari e precisi. Mancini è stato bravissimo e l’ho capito dalle dichiarazioni dei giocatori. Poi è riuscito a fare una cosa che a me non era mai riuscita: far giocare tutti, e io ne avevo solo 14…”. La differenza tra gruppo e squadra. La differenza tra partecipare e vincere. Il mercato povero del nostro calcio quest’anno ha riscoperto l’importanza degli allenatori. Sono state loro le star. Dal ritorno di Allegri a quello di Mou, passando per Sarri e Spalletti.

 

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 L’importanza della guida tecnica non può passare inosservata a uno come Montali: “Senza una guida che definisce bene quello che è lo stile di una squadra non vai da nessuna parte. E poi è importante avere contratti di almeno tre anni che consentano una programmazione. Negli sport di squadra esistono due tipi di allenatori, quelli se si occupano solo di allenare la squadra in campo e lo staff e si concentrano solo sulla parte sportiva. Questi hanno bisogno di una società fortissima alle spalle”.

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“Poi – prosegue Montali – ci sono quegli allenatori che portano uno stile, aiutano la società a crescere e a migliorare. Credo che gli investimenti migliori siano questi, prendere un allenatore che aiuti a definire e costruire uno stile con regole, atteggiamenti e comportamenti. E questo oggi è decisivo. Mancini, ad esempio, ha definito uno stile”.

 

Le immagini che l’ex coach azzurro si porta via da quest’estate magica sono… “La vittoria degli Europei perché ha unito il paese. Ho visto scene a Roma in Piazza del Popolo che non vedevo da tempo. Una partecipazione polare che non si toccava da tempo. E poi le medaglie di Tokyo: tutti i giorni c’era gente esterna al mondo dello sport, intellettuali o artisti che mi chiamava anche di notte per dirmi ‘ma hai visto che abbiamo vinto?’.

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L’immagine di quest’estate è fatta da risultati eclatanti, ma accompagnati da una partecipazione popolare straordinaria”. La punta dell’iceberg sono i campioni con la medaglia al collo. Ma la base è enorme. Montali sottolinea i meriti del Coni che si è preso una bella rivincita su chi ha cercato di farlo fuori: “Di Malagò si parla spesso di cose che esulano dal campo sportivo per le sue amicizie, le sue frequentazioni. Ma quello che va detto è che è un lavoratore indefesso. Lo trovi alle 8 del mattino al Coni e alle 10 di sera è ancora lì.

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A me ha dato degli appuntamenti alle 8 di sera… Mette passione e competenza e fa tutto con un’abnegazione totale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti come sotto gli occhi di tutti è la fiducia che ha riscosso il mondo dello sport. Non c’è dubbio che abbia bisogno di autonomia e di persone forti che la possano difendere”.

 

Un’occhiata alla pallavolo è inevitabile: “Nella pallavolo c’erano grandissime aspettative anche perché l’ultima medaglia d’oro è ancora la mia di 16 anni fa all’Europeo. C’erano le premesse per farcela. Ma magari adesso all’Europeo arriveranno i risultati. Nello sport devi farti trovare pronto al momento giusto… Non ci sono segreti per vincere. Io ho vinto tanto perché ho avuto paura di perdere.

 

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 La paura è quella cosa che ti permette di arrivare pronto, ti fa curare i dettagli, avere l’ossessione. Devi fare la cosa giusta al momento giusto. Poi magari non basta. Ricordiamoci dell’Italia di Sacchi che ha perso un Mondiale ai rigori. Era stato fatto tutto giusto, ma è mancato un dettaglio. Quello che non ci è mancato all’Europeo. Lo sport è impietoso”. Il grande finale dell’estate azzurra potrebbe riservarci una gioia all’Open d’Italia.

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Anche il golf vuole il suo Berrettini: “C’è un gruppo molto interessante a cominciare da Migliozzi, il prototipo moderno del giocatore di golf, grande talento e un’apertura mentale straordinaria. E poi Paratore, Bertasio, Pavan, un bel gruppo di giovani. Contiamo sulla legaci della Ryder per attirare nuovi giovani, per aumentare ancora il numero di giocatori. Nel golf però partono 120 giocatori e di quelli 70/80 hanno le carte in regola per vincere il torneo. Non è come nel tennis dove sai che alla fine ai quarti arrivano quasi sempre gli stessi. La competizione è drammatica e bisogna essere perfetti. E quei tre centimetri che passano sopra le sopracciglia fanno la differenza”. La testa. Tutto parte da lì.

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