michael jordan

“CHE GRAN CASINO I BULLS. GIRAVANO DONNE E DROGA” - LE RIVELAZIONI CHOC DI MICHAEL JORDAN NEL DOCU-FILM (SU NETFLIX): “IO ERO UN NOVELLINO, MA I VETERANI DELLA SQUADRA FACEVANO COSE CHE NON AVEVO MAI VISTO. C’ERANO STRISCE DI COCAINA OVUNQUE, TUBI DI MARIJUANA, DONNE... ERA UN CIRCO. DA QUEL MOMENTO SONO RIMASTO SOLO” - LE ALTRE SERIE SPORTIVE IMPERDIBILI… - VIDEO

 

 

Da Corriere.it

 

«The last dance» (Netflix)

(al.p.) Doveva uscire a giugno, lo hanno anticipato al 19 aprile (in America, il 20 in Italia) per alleviare le pene sportive da lockdown. È la meritoria iniziativa di Espn (e di Netflix che lo distribuirà sul mercato internazionale) per «The last dance», il documentario in 10 parti che racconta la stagione 97/98, quella dell’ultimo titolo Nba (il sesto in otto anni) dei Chicago Bulls di Michael Jordan, una delle dinastie sportive più straordinarie della storia dello sport.

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La produzione Espn — garanzia assoluta, guardare per credere la sua celeberrima serie «30x30» — promette bene e le anticipazioni dall’America, dove le prime due puntate della serie sono uscite domenica notte lo confermano: «Ricordo il mio arrivo ai Bulls, era un gran casino — racconta Jordan —: giravano donne e droga. Io ero un novellino, ma i veterani della squadra facevano cose che non avevo mai visto. Come quella volta in precampionato: penso fosse a Peoria, nell’Illinois. Ero in hotel e cercavo di trovare i miei compagni, ho iniziato a bussare a tutte le porte e sono arrivato davanti a una stanza dove c’era rumore. Hanno aperto la porta e praticamente c’era tutto il team; facevano cose che non avevo mai visto in vita mia. C’erano strisce di cocaina ovunque, tubi di marijuana, donne... Era un circo. Da quel momento sono rimasto solo». Nel documentario, Jordan ha ribadito la propria posizione contro l’uso di droghe: «Non sono andato nei locali, non ho fumato, non ho fatto uso di cocaina e in quel momento non ho bevuto. Stavo solo cercando di riposare ed essere bravo a giocare a basket».

 

 

The English Game (Netflix)

(t.p.) Scritta, tra gli altri, da Julian Fellowes (sceneggiatore di «Downton Abbey») racconta in sei puntate la nascita del calcio nell’Inghilterra di fine 800. Trama classica che gira attorno alla contrapposizione tra i ricchi inventori dello sport e i poveri che se ne impossessano.

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A coinvolgere i non appassionati di calcio ci pensano le sottotrame. Mentre gli esperti trovano soddisfazione nel racconto della contrapposizione tra gioco lungo all’inglese e «passing game» scozzese. Oltre alla ciliegina dell’evoluzione dello schema a piramide (citazione del manuale di storia della tattica «La piramide invertita» di Jonathan Wilson). P.S. I due al centro della foto, Fergus Suter (coi baffi) e Arthur Kinnaird (con cilindro e barba), sono esistiti veramente. E non solo loro.

Sunderland ’Til I Die (Netflix)

(t.p.) Della seconda (annunciata) stagione non si può dire troppo per non svelare troppo della prima: che è il racconto dell’annata 2017-2018 giocata in Seconda divisione dal Sunderland. Ed è un racconto bellissimo, in cui emerge la visceralità del rapporto tra la squadra e la città, ex capitale in crisi della cantieristica navale britannica, dove quindi il calcio è molto più di un passatempo da weekend. Il che spiega anche la bellissima «Shipyards», cantata da The Lake Poets sui titoli di testa. Quindi, un consiglio: non cliccate sul pulsante «Salta intro» a inizio puntata.

Messi, storia di un campione (Amazon Prime)

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(d.spa.) Disponibile su Amazon Prime Video, il documentario «Messi- storia di un campione» diretto dallo spagnolo Alex de la Iglesia, regista famosissimo in Spagna, già autore di film pluripremiati come «La Comunidad» o la «Ballata dell’odio e dell’amore». L’opera dedicata al fuoriclasse argentino risale al 2014 fu presentato alla Mostra di Venezia. Parte dagli albori, dalla lotta del bambino contro i suoi limiti fisici che hanno rischiato di compromettere la carriera per proseguire fino all’arrivo a Barcellona e alla consacrazione. Jorge Valdano coinvolto nella sceneggiatura, interviste a Maradona, Cruyff, Menotti e ai tanti che hanno visto «La pulce» muovere i primi passi. Dai filmati amatoriali girati dal papà di Leo sui campetti di Rosario ai grandi interrogativi sulla distanza, anche umana, che separa il fenomeno blaugrana dal resto del mondo. Così tanto paragonato a Maradona, così infinitamente diverso.

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