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“LA MIA DROGA È SEMPRE STATA FARE IL CULO A TUTTI SUL PARQUET” – VITA, CANESTRI, DONNE E GANG BANG DI GIANMARCO POZZECCO, GENIO IMMARCABILE DEL BASKET ITALIANO – LA NOTTE CON SAMANTHA DE GRENET, I 4 ANNI CON LA CACCIATORI E UN’ORGIA FANTOZZIANA: “LA NERA MI STRACCIÒ UN BOCCHINO EPICO. TRA TUTTO, COMPRESO RIVESTIRMI E ACCENDERE LA TV C’AVRÒ MESSO 18 SECONDI NETTI” – LA ZINGARATA DEGNA DI "AMICI MIEI" CON ANDREA MENEGHIN AL COMPLEANNO DEL CARDINAL MARTINI – IL PARAGONE CON TOTTI - LIBRO+VIDEO

Francesco Persili per Dagospia

pozzecco

 

“Chissà quanti di voi mi hanno visto all’Hollywood con due bicchieri in mano e la sigaretta in bocca. Nella mia vita ho bevuto? Sempre e solo quando pensavo che non condizionasse un match. E chi mi crede un fottuto pippatore mi fa incazzare. La mia droga è sempre stata fare il culo a tutti sul parquet”.

 

pozzecco

Quante cazzate abbiamo letto su Gianmarco Pozzecco, genio “immarcabile” del basket italiano. Etichettato come una testa matta, è stato sbattuto, complice una pigra definizione dell’ex ct dell’Italbasket "Boscia" Tanjevic, nella ridotta dei “farfalloni”. Ci voleva questa autobiografia (“Clamoroso”) scritta con il giallista Filippo Venturi e pubblicata da Mondadori, per restituire il vivere inimitabile dell’ex play di Varese, oggi coach della Dinamo Sassari.

 

 

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Non un marziano dello sport come Jordan, Kobe, Rossi, Bolt, Phelps, Lewis, Schumi, Moses, ma un agonista che rifiuta la cultura dell’alibi e tiene botta in mezzo a una moltitudine di battaglie perse.

 

Dalla palestrina della Trissino della sua Trieste ai palazzetti più illuminati dell’Europa dei canestri, la "mosca atomica" ci ha sempre dato dentro. Era il più piccolo della classe ma lo prendevano per pazzo o per cretino perché voleva a tutti i costi diventare un giocatore di basket. “Nei frangenti più duri, quando tutto sembra andare storto, se molli, molli per sempre. Se invece resisti, l’energia che accumuli è la tua riserva nascosta, quella in grado di fare la differenza e regalarti il tuo momento di meritata gloria”

pozzecco meneghin

 

Quell’anello di ferro arancione era la sua unica meta. Sudore e divertimento. “La pallacanestro è la donna della mia vita e ogni canestro è come un orgasmo”. Ogni canestro moltiplica l’orgasmo. Una notte con Samantha De Grenet, quattro anni con Maurizia Cacciatori e un’orgia un po’ fantozziana con Michael Ray Richardson e Ricky Brown: “Sembravo un piccolo putto tra i bronzi di Riace. La nera mi stracciò un bocchino epico. Tra tutto, compreso rivestirmi, accendere la tv e iniziare a guardare Starsky &Hutch c’avrò messo 18 secondi netti. Vidi tutta la puntata mentre quelli continuavano a scopare come cani…”.

 

pozzecco de grenet

Botte di vita e colpi proibiti sotto canestro, patenti ritirate, legamenti che saltano e contropiede a 360 all’ora, sempre in pick &roll con il destino, il Poz a Varese vince il più incredibile degli scudetti e trova un fratello: Andrea Meneghin. “Eravamo giovani, affiatati, con la stessa voglia di fare i coglioni, di non prendere sul serio se stessi e le cose della vita”. Un esempio? La zingarata degna di “Amici miei” alla festa del cardinal Martini al Palalido di Milano.

 

“C’è la crème della crème della Lombardia, ministri, porporati, Zanetti, Maldini. Ci mettono in uno stanzino. A un certo punto quattro chierichetti depositano una specie di catafalco con un quadro coperto e se ne vanno. Meneghin, curioso come una comare di condominio, alza il telo fino a scoprire una gigantografia del cardinale. Senza aprir bocca, Andrea disegna con un Uniposca un “cannone” gigante in bocca a Martini. Poi la serata prosegue, il cardinale fa il suo ingresso trionfale, arriva il quadro, il velo si scopre, applausi, risate e... “Non so cosa sia successo dopo. Noi eravamo già in fuga verso Varese”

pozzecco de grenet

 

 

Il Poz sente di avere “denominatori comuni” con Totti: “Lui era il Re di Roma e io il Duca di ‘sta minchia ma entrambi siamo stati profeti in patria perché Varese era la mia patria. Nello sport non conta solo vincere ma ciò che ci fa emozionare sono le passioni, gli amori, l’attaccamento alla maglia, l’identificazione…” Una visione romantica e assoluta. La stessa che si ritrova nell’intervista a caldo dopo il tricolore vinto con Varese. “C’era il mio essere selvatico, l’essere me stesso, ce l’avevo fatta, a modo mio”. My way. “Dicevano che con me non si vince. Conosco il disco, adesso suono il mio. Ho vinto, e da protagonista. Sono un pagliaccio, ma sono il pagliaccio numero uno”. Top of the Poz.

tottiCARLO MARIA MARTINI

 

 

 

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