italia macedonia del nord

PAPA', COSA SONO I MONDIALI DI CALCIO? - CON LA SECONDA QUALIFICAZIONE MANCATA DI FILA AI MONDIALI ESISTE UNA GENERAZIONE DI ATLETI CHE NON HA MAI GIOCATO I MONDIALI E UNA DI TIFOSI CHE NON LI HA MAI VISTI - SIAMO GIÀ RIPARTITI DA ZERO E NON È BASTATO DOPO IL TONFO CON LA SVEZIA NEL 2017. ORA SARÀ DIFFICILE TENERE VIVO IL TIFO E L'INTERESSE…

 

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Giulia Zonca per “la Stampa”

 

Viene giù tutto dentro uno stadio pieno che si ritrova muto. La qualificazione, il calcio italiano, i gufi e i gufetti che tanto ora non avranno più niente da demolire. L'unica certezza è che esiste una generazione senza Mondiali, ragazzini che non li hanno mai visti, giocatori che non li hanno mai vissuti ed è pure peggio dell'ultima volta in cui è successo.

 

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Sembra una vita fa, sono passati cinque anni scarsi e credevamo fossero serviti per tonificarci, risollevarci invece si sono rivelati un'illusione, per quanto dolcissima. Mancini la racconta così: «L'Europeo è stata la mia più grande gioia professionale, quanto accaduto ora è la mia più grande delusione».

 

Si oscilla fin dall'inno, stretti a ondeggiare dentro la convinzione e la volontà sta tutta lì, nel movimento, in una squadra che gioca veloce perché ha fretta di chiudere la pratica, ma non tira mai, occupa l'area avversaria senza tentare sul serio di destabilizzarla. Sicuri che la partita si possa scardinare a prove di talento contro rivali tecnicamente non così evoluti e invece non funziona e mentre scende la sicurezza si alza l'ansia. Inevitabile. È come la nebbia, la osservi mentre si diffonde e in un attimo non si vede più nulla.

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 Ti aspetti che sbuchi una testa, un tiro, un colpo di fortuna, solo che i minuti passano e l'orizzonte non si percepisce più. In campo resta la paura. E quella disorienta. Di tutta la sfilza di tentativi mal calibrati si intuisce poco, stanno sotto una coltre di dubbi ed è impossibile guardare oltre.

 

Anche adesso, troppo presto e fa troppo male. Chiedersi dove è finita la squadra degli Europei serve a poco e ancora meno picconare il ricordo mettendo in questione il valore della scorsa estate. Semplicemente non sono gli uomini che hanno trainato l'azzurro, tra defezioni, infortuni e periodi infelici.

 

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Il problema non è classificare i nomi, ma il calcio e il nostro ha avuto una scossa di energia non una svolta: era in salute precaria, ha preso freddo, ricaduta. Tonfo. Contro la Svezia, nello spareggio per i Mondiali del 2018 c'era una squadra disgregata, con un allenatore demansionato.

 

Liti, insulti, il fallimento era quasi inevitabile e poi ci è parso persino salvifico: la batosta ci ha obbligati a ripartire da zero. Ora si fa più fatica a capire che cosa sia successo, Chiellini sintetizza: «Siamo distrutti» e si augura un futuro che riparta da Mancini. Improbabile, quasi impossibile.

 

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Stavolta si deve fare i conti con una voragine e dare le colpe non sarà liberatorio come è successo cinque anni fa. L'ultima partita a un Mondiale risale al 14 giugno 2014, l'ultima volta che abbiamo passato il primo turno abbiamo anche vinto il torneo, nel 2006, da lì in poi si è scavato un abisso.

 

Gli Europei hanno curato proprio perché ci hanno spinti ben oltre il livello attuale, una spinta, entusiasmo che non dovevamo disperdere e invece si è sciolto. Prima della Macedonia che non era certo questo grande ostacolo, che sarà per sempre un sinonimo di tracollo.

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Che cosa stavate facendo durante l'ultima partita giocata dagli azzurri ai Mondiali? Quanti anni avrete al prossimo, ammesso che nel 2026 ci si arrivi? Le domande adesso sono queste e non sono più come siamo arrivati qui e come uscirne. Lo stadio pieno ed emozionato visto a Palermo, lo stadio che zittisce subito i balordi che tentano di fischiare l'inno macedone, non sarà più scontato.

 

Il tifo, la passione di cui il nostro calcio si è sempre nutrito non è garantita e i bambini preferiranno altri sport, altri interessi. Non è per forza un male, ma è un pezzo di cuore che se ne va, è un'italianissima abitudine che si allenta, un punto di riferimento spento. Un buco.

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