"SE LO SFIDAVI ERA ULTRA COMPETITIVO, NON AVREBBE MAI ACCETTATO DI PERDERE" - WALTER ZENGA RICORDA SINISA MIHAJLOVIC: “ERA UN SERBO TUTTO D'UN PEZZO E CONSIDERAVA LA SQUADRA LA SUA FAMIGLIA. LE VOLTE IN CUI SI E' SCONTRATO CON QUALCUNO ERA PER IL SENSO DI APPARTENENZA, L'ORGOGLIO, LA DIFESA DEI SUOI. ERA UN GRANDISSIMO CONOSCITORE DI CALCIO E UN UOMO INTELLIGENTE E SENSIBILE” – VIDEO: IL SIPARIETTO IN TV: “SEMBRIAMO DUE RIMBAMBITI AL BAR”

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Dario Freccero per “la Stampa”

 

walter zenga sinisa mihajlovic walter zenga sinisa mihajlovic

Zenga: "Joao Pedro salta perché non vuole prenderla". Mihajlovic: "No, salta perché vuole fare una finta e inganna il portiere". E giù risate, con quei cappellini e le testone ravvicinate. Gag così, tra due allenatori nel post partita, non se ne vedono molte. Primo luglio 2020, Bologna-Cagliari è appena finita 1-1 e nel dopo gara Zenga e Mihajlovic danno vita ad uno show divenuto virale sui social.

zenga zenga

 

Ci racconta Zenga?

«Sinisa era già davanti alla telecamera e mi fa "cosa fai li, vieni che commentiamo insieme". Intervengono da Sky in studio: "non si può, c'è il Covid". E Sinisa "e chissenefrega, hai paura tu Walter?". "Io? Ma figurati, ho paura solo di te". Così mi dà uno dei suoi auricolari e ci mettiamo attaccati a commentare e punzecchiare su ogni azione. È uno degli ultimi ricordi con lui ma sintetizza bene il rapporto di una vita intera: schietto, affettuoso, ironico, anti retorico».

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Come definirebbe la vostra amicizia?

«Lui aveva detto una volta che ero il suo fratello maggiore e io l'ho sempre vista così, da fratello maggiore a minore anche se di pochi anni. Di certo siamo sempre stati vicini: abbiamo giocato insieme, allenato in staffetta a Genova, Catania e Belgrado, vissuti vicini a Milano, ci siamo sfidati, aiutati, provocati, presi in giro un mare di volte. Non ho parole per dire la sofferenza di sapere che non c'è più, ho avuto le lacrime tutto il giorno e ce l'ho ancora adesso».

walter zenga e sinisa mihajlovic alla sampdoria walter zenga e sinisa mihajlovic alla sampdoria

 

Com' è iniziato tutto?

«Alla Samp nel biennio 1994-96 quando lui era partito terzino sinistro e poi spostato centrale. L'allenatore era Eriksson. Tra un portiere e il suo centrale nasce sempre un rapporto, nel nostro caso c'era anche il carattere: ci piacevano le stesse cose, così ci siamo trovati da subito».

 

Tipo?

«La gente vera, gli scherzi, la spontaneità, la sfida su tutto. Quando era nato il mito delle sue punizioni quante volte lo sfidavo a Bogliasco dicendogli "se ne batti dieci non fai un gol"».

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E lui segnava?

«Eccome se segnava! E più spostavo indietro il pallone, perché aveva quella sassata che tutti ricordiamo, più segnava. Quando l'ho capito era tardi purtroppo. Allora cambiavo strategia: "ok, però sei scarso sui rigori". Ma neppure io ero fortissimo... Siamo andati avanti così per mesi. Se lo sfidavi era divertentissimo perché ultra competitivo, non avrebbe accettato di perdere per nulla al mondo».

 

Passava per sergente di ferro, lo era?

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«Quando mai! Se c'era una persona buona, di cuore, era lui. Poi che discorsi, era un serbo tutto d'un pezzo e considerava la squadra la sua famiglia e guai toccargliela. Tutte le volte che lo avete visto perdere le staffe e scontrarsi con qualcuno era per il senso di appartenenza, l'orgoglio, la difesa dei suoi. Ma la durezza, la cattiveria è un'altra cosa».

 

La prima cosa di lui che le viene in mente?

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«Direi la generosità».

 

Un esempio?

«Quando sono andato ad allenare la Stella Rossa, a Belgrado, se non fosse stato per lui che mi ha aiutato ad inserirmi non so se ce l'avrei fatta. Se gli chiedevi una mano, lo trovavi sempre. Io ho fatto per lui la stessa cosa a Catania ma lui aveva meno bisogno del sottoscritto». 

 

Anche in panchina alla Samp avete fatto la staffetta nel 2015.

 «A Genova mi è andata meno bene quando sono subentrato a lui: lui aveva conquistato l'ottavo posto, quindi i preliminari europei, e la mia Samp è subito uscita. Ne avrei di cose da dire ma ovviamente lui vedeva lo sfottò del mio flop». 

 

Quando vi siete sentiti l'ultima volta? 

«A inizio mese poi non me la sono più sentita, sapevo che era peggiorato e soffrivo troppo. Uno battagliero come lui non riesci ad accettare che non vinca». 

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È stato meglio da giocatore o da allenatore? 

«Non entro nel giudizio, sono troppo coinvolto emotivamente. Per me è stato fortissimo da giocatore, come prova la sua carriera, e un grandissimo pure da allenatore, perché se non sei bravo non finisci su tante panchine in Serie A. Però sfatiamo il mito di Sinisa tutto carattere e grinta: queste sono doti che aveva ma era soprattutto un grandissimo conoscitore di calcio e un uomo intelligente e sensibile. Mancherà al nostro calcio, ce n'è poca gente come lui».

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