ICONOCLASTIA CANAGLIA/2 - QUIRICO: "PER FORTUNA ABBIAMO SACCHEGGIATO IL MEDIORIENTE: ORA QUELLE OPERE D'ARTE SONO AL SICURO NEI NOSTRI MUSEI INVECE DI ESSERE PICCONATE DAI JIHADISTI"

Domenico Quirico per “la Stampa

 

Domenico Quiricoarticle Domenico Quiricoarticle

Di  fronte all’avanzare del blasfemo piccone del miliziano islamista è arrivato, forse, il momento di smontare uno dei recenti rimorsi dell’Occidente, l’aver cioè saccheggiato le antiche civiltà per trasformarne testimonianze di pietra, di marmo, di sabbia in musei, i nostri musei. È vero: smontarono altari e templi, imballarono obelischi e statue come portavano via, nei ventri delle navi, oro e minerali.

Si giustificarono: gli eredi di quelle straordinarie civiltà sono gente miserabile coperta di stracci, dominata da pascià e emiri indolenti e osceni, indegna di custodire quei tesori, che risultano loro indifferenti, o al massimo lucroso bottino per ladri di tombe. Arroganza venata di razzismo, dunque.

Ma senza quei virtuosi saccheggi, quelli sì provvidenziali e salvifici, che rimarrebbe oggi di queste creazioni dell’uomo? L’avanzata del Califfato, la violenza iconoclasta di un totalitarismo religioso che nega la molteplicità delle Storie sarà il problema del mondo per i prossimi venti, trent’anni: una presenza cieca e ostacolante, un processo di retrocessione del mondo moderno a forme sacrali primitive, la regressione quasi a uno strato fossile.

domenico quirico domenico quirico

 

E lo sarà in luoghi - il Vicino Oriente, la Via della Seta, l’Africa mediterranea - che sono state la culla delle civiltà. Immaginate i bulldozer del Califfato avanzare, presto o tardi, dal Sinai all’Egitto, muovere all’assalto della sfinge, idolo insopportabile come i lamassu che invano dovevano proteggere le città sul Tigri; o smontare con il martello pneumatico i volti dei giganti di Abu Simbel, appena salvati da un nuovo diluvio, come i talebani fratelli nell’oscurantismo bigotto, hanno scalpellato altri giganti a Bamiyan.
 

is niniveis ninive

Un nuovo Medioevo
Prepariamoci, allora, come per un nuovo Medioevo, a raccoglierci attorno a ciò che noi abbiamo messo al sicuro, a riunire i frammenti ancora sparsi o che riusciremo a sottrarre agli Assassini: degli uomini per loro presunta impurità, e del Passato anch’esso impuro perché Altro. Un nuovo Medioevo avanza in questa straziata e convulsa parte del mondo, che uscirà dalla nostra storia perché non più visibile e raccontabile, arriveranno solo gli echi di massacri e di devastazioni come da terre in preda a dei feroci e implacabili. I musei dell’Occidente saranno i chiostri di un nuovo, miracoloso archivio del Tempo, con l’amarezza di non aver salvato di più.
 

Il linguaggio delle rovine
A Ninive, Hatra, Nimrud gli uomini che le scoprirono attendevano di trovare nient’altro che l’arte e la morte. I semiti hanno lavorato nell’effimero, i loro edifici nati dalla polvere spesso ci sono tornati. Le civiltà si sono appiattite, abbassate le une sulle altre. A Ur le nove città sovrapposte abitate da tante generazioni occupano solo novanta centimetri di taglio verticale. Eppure gli archeologi alla fine dell’Ottocento (l’ultimo secolo che ha creduto nel progresso dell’uomo come destino e contemporaneamente ha amato il passato) non si rassegnarono.
 

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La terra è gibbosa quasi fosse sollevata da onde fino all’orizzonte. Il cielo, infinitamente puro sotto il freddo della notte, ridiventa di un bianco smagliante nella calura del giorno. Non le avevano ancora completamente liberate dal suolo, le antiche capitali del mondo, e parlavano il grande linguaggio delle rovine. Avevano l’accento delle «pietre del diavolo» e delle montagne sacre: liberate dai badili, le vaste facce consunte di creature alate e di re rianimavano alla luce i luoghi in cui un tempo parlavano gli dei e scacciavano l’immensità informe della sabbia. Il sigillo di tutte le forme che hanno captato una parte di inafferrabile: il segno che il reale è apparenza e non si chiama ancora Dio, linguaggio dell’effimero e della verità dell’eterno e del sacro, quello vero, non quello feroce del dio islamista.
 

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Ogni arte sacra si oppone in fondo alla morte, perché non è una decorazione della propria civiltà ma l’esprime secondo il suo valore supremo. Quei meravigliosi «ladri» occidentali hanno scoperchiato questo mondo sepolto di sabbia e di oblio: i soli realismi che durino, sì, sono quelli dell’oltremondo. Le rovine che univano i templi franati e i palazzi un tempo d’oro e di feroci glorie fuggenti si trasformarono a poco a poco in siti archeologici, in Siria, in Iraq. Non vedremo più le sfingi e i leoni alati affondati fino al collo nel deserto né quelle corrose a tal punto dal vento delle sabbie che la loro testa assomiglia al ceppo dei vecchi ulivi… Resterà solo il confuso labirinto aperto dai saccheggiatori islamici del pazzo Califfo. La loro via è fatta: briciole, scaglie, sabbia. Il destino non ha cessato di rimescolare con i suoi gesti da cieco il dominio degli antichi re di Assiria. 
 

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Dall’Assiria all’Isis
Eppure, strano paradosso, l’Assiria che i forsennati di Daesh cerca meticolosamente di distruggere, per certi versi loro assomiglia. È il Vicino Oriente «balcanizzato» dopo la bufera dei popoli del mare, una folla di piccoli Stati litigiosi che occupano abusivamente la scena della Storia e parlano a voce troppo alta. L’Assiria può essere tranquilla, aperta come è a tutti i venti, solo minacciando gli altri, terrorizzandoli a sua volta. Per esistere, non diversamente dal Califfato, è condannata a sterminare i vinti, a opprimerli, a deportare intere popolazioni, a condurre guerre senza pietà. I suoi sovrani amavano la ferocia delle decapitazioni di massa, come il Califfo invisibile. I rilievi dei palazzi di Ninive, di Nimrud e Khorsabad raccontavano in modo eloquente queste lugubri storie che, in fondo, assomigliano alla loro.
 

la distruzione del patrimonio artistico sirianola distruzione del patrimonio artistico sirianola distruzione del patrimonio artistico siriano 5la distruzione del patrimonio artistico siriano 5

L’idea di estrarre dalla sabbia il passato per conservarlo e rileggerlo nei suoi oggetti è un’idea occidentale: come la democrazia e i diritti dell’individuo. Non può appartenere all’islam radicale dei nuovi califfi. Quello che li connette e li cementa infatti è la storia, non il sangue e nemmeno il colore, la vicenda storica intessuta da una speciale confessione religiosa che offre un forte status comune, più forte e sentito che in qualsiasi altra fede o religione. Dalla retrocessione nel passato remoto questo islam forma a sé stesso una faccia indelebile e che deve sempre più pietrificarsi. Perché accetti le altre Storie dovrebbe rinunciare a se stesso come islam, rinunciare alla indistinzione tra sacro e profano, Stato e religione.

Come l’essenziale tremendo di questo pensiero totalitario è di credere non a un solo dio ma a un solo dio dell’islam, così la tolleranza non può che essere data una volta per sempre, per sempre identica a sé stessa.

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