sculture da pazzi berlusconi arcuri

UN MARZIANI IN ITALIA - SCULTURE DA PAZZI: ENRICO MATTEI OMAGGIATO COME UN PESCATORE A BOLZANO, IL MONUMENTO MAOISTA A CRAXI A AULLA, E POI LA STATUA DI BERLUSCONI ABBONDONATA SULLA STRADA IN VALSUGANA, MODUGNO, GRAMSCI E MONTANELLI. LA PIÙ INCOMPRENSIBILE E “DADAISTA” TRA LE SCULTURE PUBBLICHE ITALIANE? L’OMAGGIO DI SALVATINO DE MATTEIS A MANUELA ARCURI (ORIGINARIA DI ANAGNI, VABBÈ) NEL COMUNE PUGLIESE DI PORTO CESAREO. QUI SIAMO CATAPULTATI NEL CINEMA DI CETTO LA QUALUNQUE…

Gianluca Marziani per Dagospia

 

 

statua indro montanelli

Avete uno strano modo, cari amici terrestri, di omaggiare con l’arte le figure pubbliche del vostro Paese. La scultura è sì una bella maniera di onorare quanti hanno alzato l’asticella del bene collettivo. Ma andrebbe pensata come metafora per attivare le sinapsi, un interruttore che evochi mondi immaginari, utopie a portata di sguardo, storie con cui smilitarizzare la fantasia e sparare alta poesia.

 

L’Italia ospita in pianta stabile David, Mosè e altri giganti marmorei del miliare Michelangelo; qui Antonio Canova ha evocato un classicismo idealistico per sognatori coraggiosi; da voi si sparge un bagaglio archeologico che indica nella scultura il caposaldo plastico dell’umana specie. Eppure certe lezioni non sembrano materia fertile per i posteri al presente, come se Classicità e Rinascimento rimanessero l’unica avvertenza e modalità d’uso odierno.

statua berlusconi

 

Troppi terrestri sono convinti ci si debba ispirare a quei metodi iconografici, portando il sacro e il mitologico sulla pelle del presente, aumentando la temperatura del realismo, evitando materiali innovativi e meno costosi.

 

Nei mondi politici il virus del vecchiume attecchisce come certi herpes labiali: sono centinaia i Comuni che ragionano sui monumenti celebrativi nei termini del realismo enfatico, catapultandoci - idealmente - alle dittature rumene e bulgare del Dopoguerra, ai deliri asiatici di Thailandia e Filippine, alle pazzie stile Idi Amin Dada in Uganda, alla Cina di Mao e alla Russia di Stalin… Noi marziani non ci capacitiamo della forbice tra le vostre radici altissime e un presente stanziale, poco rigenerativo, pura cronaca in c minuscola senza Storia in S maiuscola.

 

panchina lucio dalla

La domanda rimane la stessa: perché non disegnare il presente attraverso i temi del presente? Esistono modi intuitivi e spiazzanti per omaggiare un personaggio famoso; esistono ottimi sistemi plastici per narrarne la morale, l’apice del suo talento, il nucleo creativo del successo;

 

di certo non serve sbattere il “mostro” in prima piazza, usando il bronzo o il marmo come fotografia glaciale del corpo che fu. Anche perché il merito risiede nelle idee, nelle azioni e invenzioni, nella condotta professionale e non nei profili fisici, nella sua faccia di bronzo, nel vestire ad hoc.

monumenti brutti manuela arcuri

 

L’arte procede per spinte laterali, lati in ombra, zone nascoste; agisce per vie simboliche e detonanti, oltre la registrazione dei fatti. Ripensare la scultura pubblica dovrebbe essere un diktat ministeriale, un’attitudine pedagogica nel contesto civico, una condotta estetica che connetta memoria e progresso, omaggio e spunto poetico, genitori e figli, libri e vita reale.

 

Per raccontarvi il tramonto dell’occidente da piazza ci vorrebbe un Atlante della decadenza; oggi mi limito ad una breve mappa di schegge esistenti, frammenti di un discorso retorico che evoca paesaggi di bronzo e marmo nel Paese col più alto spreco di Bellezza a memoria d’uomo. Proviamo a guardare le sculture con ironia concettuale, come se fosse la mostra diffusa di un Maurizio Cattelan che dissemina concetti plastici lungo la Penisola.

monumenti brutti craxi

 

Andiamo d’immaginazione per tutelarci dalla poca ironia con cui diversi Comuni hanno occupato il suolo pubblico. Immaginiamo bronzi e marmi come un gioco alla Damien Hirst che, dopo le sculture sommerse, riempie la Penisola di strambi omaggi a cittadini illustri.

 

Qualcuno dice che gli italiani non hanno l’ironia dissacrante dei britannici; in realtà, se si guardano le sculture celebrative con occhio alla Monty Python e testa alla Ennio Flaiano, le nostre regioni regalano sorprese comiche d’imperdibile efficacia. Unico problema: le mostre scadono, le sculture pubbliche quasi sempre rimangono.

 

Partiamo da Vito Tongiani e il suo omaggio ad Indro Montanelli nei giardini pubblici di Milano. Un bronzo dorato dal tono vampiresco, sorta di Dracula che cita Olivetti, Borsalino a fianco, cappotto da Bela Lugosi, pelata da alieno Area 51 in stile incontro ravvicinato di vecchio tipo. Alcuni sconosciuti lo hanno imbrattato come reazione ad alcune verità scomode. Benché noi alieni condanniamo chi imbratta con spirito vandalico, con quella vernice sanguinolenta sembra vestito d’attualità antagonista, levando enfasi al Golden Man a favore di un dripping in stile Manifesta.

 

mattei

A proposito di politici doc, Enrico Berlinguer lo trovate a Fiano Romano con un bronzo realizzato dall’iraniano Olia Reza. A parte gli strani intrecci tra Persia e borghi laziali, colpisce la mestizia con cui si celebra un gigante da grandi folle, il tono dimesso da membrana kafkiana, quell’aria anonima che non si addice al carisma dei leader. Perché, al posto di un ritratto così misero, non ragionare sulla metafora del carisma, sul peso allegorico dei temi morali, sulla potenza delle idee al posto dell’umano declino?

 

Ad Aulla in Lunigiana non perdetevi l’omaggio di Luciano Massari a Bettino Craxi, un marmo di Carrara che rende l’opera molto “maoista” per impianto figurativo, merito anche della field jacket del leader e di quel suo occhio fessurato made in China. Oggetto di critiche feroci, l’opera è così insensata da raggiungere l’obiettivo del paradosso semantico, simile all’effetto del bianco Vittoriano tra le pietre romane dei Fori Imperiali.

gramsci in una scultura del ghilarzese fellicu fadda 01

 

Se qualcuno si chiede dove si trovi un calco (scultoreo) di Silvio Berlusconi, ci giunge notizia di una scultura fin troppo realistica firmata Gianni Gnesotto, cinquanta quintali di marmo sorridente e in doppiopetto, abbandonata nel 2014 su una strada in Valsugana. Ricordando la passione per l’arte astratta del Cavaliere (il suo mausoleo è stato realizzato da uno scultore di radice astratta come Pietro Cascella), mi chiedo cosa pensi davanti a sculture che non possono ringiovanire tramite lifting.

 

Questa qui, inutile negarlo, sembra l’idea di un comunista con la satira nel cuore, uno che si è divertito a farne caricatura maccariana per una scenografia di Propaganda Live. Guardiamola così, come pezzo Young British Art in una Biennale di Venezia, una roba concettuale e quotatissima che racconta l’arte di piazza ai tempi del Corona.

 

Tra i grandi democristiani non poteva mancare Aldo Moro, omaggiato a Latina da Antonio Cotigni con un busto datato che conferma la pochezza dei committenti, la confusione con cui si restaurano certe piazze, la mancanza di qualsiasi senso del presente. Un segno anonimo e freddo in una città che fatica ad azzeccare una visione culturale tra opere e territorio. Riprova di quando la mancanza di visione sposa la politica con troppe “visioni”.

 

domenico modugno 1507557339492

Su Antonio Gramsci, a parte l’opera valevole di Pinuccio Sciola a Cagliari, esiste un pezzo di Fellico Fadda a Ghilarza, piccolo paese sardo da appuntare sulla mappa della Stramba Italia. Si dice che una persona “potrebbe rivoltarsi nella tomba” per rabbia o delusione; qui il dubbio kantiano è tra un Gramsci sorridente e uno categorico, tra una reazione ironica e una professorale. Alla luce della grandezza che ancora vibra nei suoi scritti, immaginerei un Gramsci che si sganascia dalle risate e invita tutti a bersi un buon vino sardo davanti al mare.

 

Altro momento esilarante con il compianto Enrico Mattei, uomo di alta caratura che Bolzano ha omaggiato come un pescatore. Proprio così, un bronzo realistico in tenuta da pesca con cappellino, galosce, gilet multitasche e canna d’ordinanza. Qui siamo nel capolavoro involontario, fior di (anti)metafora che interpreta l’industriale come un senatore repubblicano del Michigan, roba che neanche il nostro Cattelan arriverebbe a tanto. Un po’ come se avessero fatto una scultura di Giovanni Paolo II in piumino bianco, racchette in mano, scarponi e sci ai piedi. Eni e Amen.

Gianluca Marziani

 

In cerca di scrittori celebri, Gabriele D’Annunzio lo trovate in Piazza Borsa a Trieste. Il bronzo, opera di Alessandro Verdi, ritrae il Vate mentre legge un libro a gambe accavallate. Anche qui non si scherza come “genio” interpretativo, più didascalico di così si muore, potremmo aggiungere. Sei regista? Ti ritraggo con la cinepresa. Sei cantante? Ti ritraggo col microfono in mano. Sei scrittore? Ti ritraggo con un bel libro, però te lo faccio leggere e spiazzo tutti, occultando così le ragioni letterarie e “agonistiche” per cui abbiamo amato D’Annunzio.

 

Gianluca Marziani

Per un gigante della canzone come Domenico Modugno ci ha pensato lo scultore argentino Hermann Mejer in quel di Polignano a Mare. Un bronzo a braccia aperte, rivolto verso il Paese, sorta di uomo che tenta il volo da fermo (una fusione tra “Volare” e il giovane Matthew Modine di “Bird”) ma che della canzone ci restituisce poco o niente. Sarebbe bastato un gigantesco monolite blu per volare con la fantasia, per immaginare il potere di una strofa e l’evocazione magica di un ritornello. E invece…

 

Altra chicca da intenditori l’omaggio a Lucio Dalla, fusione in bronzo realizzata da Carmine Susinni. Opera itinerante esposta in vari luoghi (tra cui il comune di Troina), la aggiungo, per acclarati meriti concettuali, alle sculture permanenti finora raccontate. Il cantautore compare seduto su una panchina, una specie di poveraccio che chiede l’elemosina, interpretazione che scivola nel caricaturale involontario, magnifico esemplare di Bad Art per molti ma non proprio tutti. Niente male come omaggio ad un gigante che collezionava ottima arte e scriveva di quanto è profondo il mare (purtroppo l’arte può essere molto meno profonda del mare).

 

berlinguer

Chiudiamo, ovviamente, con la più incomprensibile e “dadaista” tra le sculture pubbliche italiane. Mi riferisco ad un omaggio di Salvatino De Matteis a Manuela Arcuri (originaria di Anagni, vabbè) nel comune pugliese di Porto Cesareo. Qui siamo catapultati nel cinema di Cetto La Qualunque: il populismo della politica che si ribalta nel popolare della televisione, un omaggio al gossip forse, una calamita per turisti (arrapati) chissà, un inno a qualcosa che un giorno voi terrestri (forse) scoprirete. Noi alieni, detto con sincerità marziana, ne discutiamo da tempo ma ancora non capiamo le ragioni di questa scultura. Evviva l’arte. Evviva la fantasia. Evviva l’ironia… (ma Cetto La Qualunque fa il Sindaco da qualche parte?).

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