outsiders

UN MARZIANI A ROMA - E SE UNA DONNA AVESSE INVENTATO IL DADAISMO? IN UN LIBRO DI ALFREDO ACCATINO STORIE DI FEMMINE SPECIALI - HILMA AF KLIMT ANTICIPO' KANDINSKIJ E MALEVIC, LA RAGAZZA DI CALABRIA CONCETTA SCARAVAGLIONE REALIZZO' IN ARTE IL GRANDE SOGNO AMERICANO. LA PERVERSA HANNAH HOCH E ELSA VON FREYTAG-LORINGHOVEN: L'ORINATOIO DI DUCHAMP FU ISPIRATO DA UN'IDEA DELLA STRAVAGANTE SIGNORA?

Gianluca Marziani per Dagospia

 

 

concetta scaravaglione a roma nel 1948

Noi alieni in missione Terra siamo in cerca frenetica di storie nascoste, avventure sottotraccia, eventi tra le pieghe sensibili; in particolare, osservando gli artisti visivi, ci piace superare la soglia della copertina, dei nomi da titolone bold, scavando dove gli occhi non sempre giungono, seguendo l’arteria parallela che corre al fianco della vena ufficiale: è la strada in penombra degli outsiders, il territorio dei casi irrisolti o meno rumorosi, dei plausibili errori di valutazione, degli isolamenti coltivati per scelta, delle morti precoci, delle ingiustizie che ricadono sul resoconto storico. Sono tanti i motivi che tolgono a un artista la platea della première, relegandolo nella zona di luce bassa, tra solitudine e dosaggi d’oblio, una zona che alcuni hanno coltivato senza remore, proteggendosi da una mondanità aggressiva e da un successo fagocitante.

hannah hoch collage di satira sociale realizzato nel 1919

 

Chissà come avrebbero agito certi maestri se non fossero saliti nell’Olimpo degli intoccabili; e, soprattutto, chissà cosa sarebbe accaduto ad alcuni outsiders se avessero ricevuto dosi massicce d’idolatria. Possiamo solo speculare con liquida fantasia: qualcuno si sarebbe perso nel frangente sociale, altri sarebbero rimasti identici a se stessi, alcuni avrebbero deviato il corso delle avanguardie, ad esempio aumentando lo spazio d’influenza delle artiste donne, anticipando ribaltamenti estetici, spostando l’ago dei costumi, formando giovani generazioni in altro modo…

 

outsiders

Il gioco del “what if” funziona benissimo nel tempo sospeso della pandemia, quando tutto rallenta e il pensiero aumenta la velocità pratica del fantasticare, ricreando mondi a nostra misura filosofica, immaginando le sliding doors della vita artistica, l’incidenza “altra” sulla società politica e civile, sognando un Parlamento di signore al potere, una vita senza gender, tra ragazze che abbracciano il mondo e lo crescono, regalandoci finalmente una società materna, lontana da patriarcato e patetici cazzodurismi.   

 

Ci voleva l’occhio acuto di Alfredo Accatino per una selezione di outsiders strabilianti, abili fingitori di nascondimenti e diserzioni, cultori di libertà visionarie, luci solide che aspettano lo sguardo del cercatore notturno di pepite umane. Alfredo, figlio dell’artista Enrico Accatino, è un abile creativo della comunicazione, autore di eventi mediatici da mondovisione, scrittore e saggista, nonché serio appassionato di arti visive e narrazioni luminose.

 

maya deren

Nei due OUTSIDERS pubblicati per Giunti ritroviamo artisti di vario genio che difficilmente scoverete nei manuali più accademici. Accatino ci dice una cosa che sempre accadrà: le pietre migliori si nascondono tra le pieghe degli eventi, nel minor baccano che preserva il valore d’origine, custodendo un messaggio che aspettava il giusto istante per esplodere, come una bomba sotto strati di terra e cemento. Sessantaquattro storie bellissime che potrebbero diventare altrettanti film di vite uniche e inimitabili, decine di spunti che darebbero linfa agli sceneggiatori in cerca di preziosi minerali umani.

 

elsa von freytag loringhoven con il giornalista giamaicano claude mckay

La mia selezione ricade su alcune donne speciali, tempeste perfette contro il conformismo maschilista, versione morbida del mondo che vorrei, dove le donne dominano ma non impongono, dove la femmina indica con grazia seducente e luminosa energia, dove l’equilibrio sociale soffoca il machismo e parifica l’orizzonte degli eventi.

 

Maya Deren è la regina silenziosa dell’avanguardia filmica statunitense. Una poetessa da camera a mano, viaggiatrice tra controculture e minoranze, esegeta della Bolex 16mm che scriveva, filmava, montava e distribuiva in autonomia i suoi progetti. Da Los Angeles, dove girò il suo capolavoro del 1943 “Meshes of the afternoon”, si trasferì a New York. Qui frequentò il Village, in particolare André Breton, Marcel Duchamp e John Cage.

 

Un perfetto incontro di sguardi radicali, finché nel 1947 andò a Haiti e ci rimase fino al 1954, diventando una sorta di antropologa tra avanguardia e mistero. Nei giorni pandemici il canale MUBI ha programmato il suo documentario “Divine Horsemen: The Living Gods of Haiti” che racconta quei riti voodoo tra gli indigeni di una Haiti ancestrale e lisergica. Un montaggio d’immagini rare e accecanti, il futuro dentro il passato tra corpi estatici, danze cosmiche, riti di sangue e sublimi catarsi erotiche.

 

hannah hoch

Hilma af Klint rinasce oggi per fama postuma e peso d’intuito nella pittura del Novecento. Quando morì nel 1944 lasciò al nipote un’eredità di milleduecento dipinti, centoventicinque taccuini e ventiseimila pagine di note biografiche. Scrisse anche una postilla: nessuno avrebbe potuto guardare le sue opere prima che fossero passati vent’anni. Anche in vita le considerava il suo patrimonio segreto, convinta che il mondo avrebbe capito il suo messaggio solo dagli anni Sessanta. Nel 1970 il Moderna Museet di Stoccolma rifiutò la donazione da parte della famiglia (la poca veggenza, come vedete, non è un problema recente), finché nel 1986 le sue pitture iniziarono a viaggiare tra mostre e cataloghi.

 

Nel film “Personal Shopper” il regista Olivier Assayas inserisce l’artista tra le pagine del racconto, mentre di questi mesi è la distribuzione del documentario di Halina Dryschka “Beyond the Visible”. Chi era Hilma, minuta fanciulla nata in Svezia nel 1862, vestita sempre in nero, vicina alla teosofia, cultrice di esoterismi astrali? Di fatto la prima artista a definire una natura astratta e simbolista della pittura, secondo molti l’apripista che anticipò Kandinskij e Malevic sul fronte della geometria cosmogonica. Lei dipingeva spesso su grandi formati, tenendo la tela sul pavimento, ben prima che Pollock cambiasse il modo di varcare la soglia del quadro. Quei pezzi folgoranti, frutto di un subconscio dal raggio panteistico, vibrano per musicalità astrale, per alchimie innovative, per quella rara bellezza delle cose aliene, figlie di una veggenza non terrena. Una magia che solo la pittura rende plausibile.

 

hilma af klint nella mostra al solomon r. guggenheim museum new york 2018 2019

Davanti al nome di Concetta Scaravaglione quasi tutti non sapranno cosa rispondere. Eppure fu una brava scultrice a New York nella prima metà del Novecento. Un’artista italiana nella terra del moderno, lei che era originaria della Calabria, prima italiana a ricevere premi e borse di studio in America, di fatto la calabrese più internazionale del secolo scorso. Ecco una ragazza del 1900, nata a New York da emigranti poverissimi, orfana fin da bambina, lavoratrice indefessa e sognatrice ammirevole, piccola stella che illuminava New York con la sua tecnica muscolare, il suo modernismo poderoso, la sua estetica sensuale.

 

Tra il 1880 e il 1915 arrivarono negli Stati Uniti quattro milioni d’italiani: tra loro c’erano i genitori di Concetta, persone di pochi fronzoli e tanto lavoro fisico. Gente tosta come la nostra Cettina, una pischella calabrese che divenne anche insegnante a New York, unica donna alla Art Students League, la prima italiana che realizzò in arte il grande sogno americano. Quando, nel 1948, arrivò a Roma con una borsa di studio presso l’American Academy, si portò appresso una storia di luce poetica e virtù letteraria. Una vicenda poco rumorosa ma solida come le opere che scolpiva.   

 

Hannah Höch è il perfetto esempio di donna autonoma che impaurisce il piccolo maschio dominante. Pensate ad una ragazza tedesca imbevuta d’avanguardia, cosciente del suo talento, circondata da uomini che non accettavano uno spirito libero in gonna e unghie smaltate. Il primo della lista nera era suo marito Raoul Hausmann, fotocollagista (e vero maschilista) che si stava imponendo nel giro dada degli anni Venti. Anche lei faceva photo-collage, uno dei linguaggi che meglio univano poesia e militanza civile, realtà drammatica e metafore universali.

 

copertina del disco di maya deren registrato ad haiti

A dirla tutta i suoi lavori dimostravano una sintesi politica superiore al maritino, ed è anche per questo che i “simpatici” maschietti, a partire dal suo compagno ipocrita, non le riconoscevano il reale merito. Lei fu una splendida guerriera del quotidiano, una che denunciava nell’opera la condizione sociale delle donne in Europa, parlando di diritto al voto e parità sessuale. Hannah Höch irradia modernità ad un secolo di distanza, lei che ad un certo punto si innamorò della scrittrice olandese Til Brugman, beccandosi l’accusa di perversa da “amici” come Theo van Doesburg e Kurt Schwitters, tutta gente che viveva l’avanguardia dell’opera ma restava in retroguardia sul fronte dell’umano. Se quei maschietti fossero stati veri progressisti con la visione del mondo paritario, oggi avremmo un diverso racconto degli eventi, qualche dittatore in meno e molti più fiori nei luoghi della Politica. Peccato.

 

Chiudiamo questo piccolo viaggio al femminile con la figura di Elsa von Freytag-Loringhoven, artista visiva, performer e poetessa nella prima metà del Novecento. Nata nel 1874 in una città portuale tedesca, povera in canna e abusata dal padre, si sposò nel 1901 con l’architetto omosessuale August Sendell, finché nel 1909 si mise con il poeta Felix Paul Greve, dopo un periodo “a triangolo” tra loro due e il marito August. Nel 1909 inscenò la morte di Paul per farlo fuggire negli Stati Uniti, la cosa riuscì e lei lo raggiunse oltreoceano l’anno successivo.

Gianluca Marziani

 

Ma lo lasciò dopo un paio d’anni. A quel punto Elsa scelse New York e nel 1913 sposò il barone Leopold von Freitag-Loringhoven. Nel suo tempo elettrico scriveva poesie erotiche d’avanguardia, creava assemblaggi con frammenti da spazzatura, usava cucchiaini per orecchini, si incollava francobolli sulle guance, metteva torte come cappelli, creava reggiseni con lattine di pomodoro. In quel periodo frequentava Duchamp, Man Ray e la cerchia di intellettuali della Society of Independent Artist. Qualcuno sussurrava che l’orinatoio di Duchamp fosse stato ispirato da un’idea della stravagante signora. Prove certe non ce ne sono, anche se sarebbe bello che la più grande rivoluzione del Novecento fosse il parto radicale di una ragazza tedesca dallo sguardo alieno. 

Gianluca Marziani

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