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MAMMA HO PERSO LE PAROLE – I BAMBINI TALVOLTA PARLANO IN MODO POCO COMPRENSIBILE E CONFONDONO I SUONI: MA ATTENZIONE PERCHÉ DIETRO IL PICCOLO DIFETTO DI PRONUNCIA CHE FA SORRIDERE I GRANDI PUÒ NASCONDERSI UN DISTURBO DEL LINGUAGGIO - TRA I 6-8 MESI DI VITA IL PICCOLO INIZIA A PRONUNCIARE LE PRIME SILLABE: SE I GENITORI NOTANO DEI SEGNALI DEVONO RIVOLGERSI A UNO SPECIALISTA E…

Sara Pero per “Salute - la Repubblica”

 

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Mamma. Pappa, papà. Una parolina dietro l' altra, migliorando giorno dopo giorno. Con quei piccoli difetti di pronuncia che fanno sorridere i grandi. Si impara così a parlare, ma alcuni bambini, anche crescendo, continuano ad avere qualche difficoltà. Parlano in modo poco comprensibile, confondono i suoni, fino a un ritardo nel pronunciare le prime parole.

 

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«Segnali che non dovrebbero essere sottovalutati - spiega Carla Sogos, neuropsichiatra infantile, del Dipartimento di Neuroscienze umane all' università Sapienza di Roma - anche quando il bimbo è molto piccolo, perché dietro queste difficoltà potrebbero esserci dei disturbi del linguaggio, un problema per quasi il 5-6% dei bambini in Italia, per i quali al momento non si conoscono cause genetiche specifiche, sebbene si osservi una certa predisposizione familiare ».

 

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Anche se la capacità di sviluppare il linguaggio può seguire fasi temporali diverse tra un bambino e l' altro, esistono tappe comuni che dovrebbero essere raggiunte in periodi specifici: «Tra i 6-8 mesi di vita il bimbo inizia a pronunciare le prime sillabe, come "ma-ma-ma", entrando nella fase della cosiddetta lallazione, e intorno ai 12-13 mesi che di solito è attesa la prima parolina» , spiega Elena Flaugnacco, neuropsicologa e psicoterapeuta, del Centro per la salute del bambino di Trieste.

 

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A due anni il piccolo dovrebbe riuscire a pronunciare almeno dieci parole correttamente « e a due anni e mezzo - spiega Sogos - dovrebbe avere un vocabolario di almeno 50 parole pronunciate bene, oltre a comporre frasi di almeno due parole, come: "voglio acqua" o "viene mamma"».

 

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Di solito già a tre anni il bambino ha un linguaggio completo, fatto di un vocabolario abbastanza ampio: magari può confondere ancora qualche suono, ma è in grado di esprimersi bene e fare dei piccoli discorsi. Quando i genitori iniziano a notare dei segnali che possono far pensare a un disturbo è bene rivolgersi al pediatra che li indirizzerà dal neuropsichiatra infantile.

 

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«Una volta escluse problematiche più importanti, come disturbi cognitivi, relazionali o legati all' udito, si utilizzano dei test sotto forma di gioco che mirano a capire il tipo specifico di disturbo del linguaggio per prescrivere la terapia più opportuna - continua Sogos - , di solito fatta dal logopedista oppure dal terapista della neuro-psicomotricità dell' età evolutiva. In generale i disturbi del linguaggio possono avere una componente semantica, legata cioè a un vocabolario molto ridotto, quindi il piccolo tende a impiegare poche parole per costruire delle frasi, o impara molto tardi i verbi».

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Ma ci può essere una componente fonologica, il piccolo pronuncia male i suoni. «Tende a sostituire molte consonanti con la t, come "tane" al posto di "cane", ha difficoltà a pronunciare la r, sostituendola spesso con la lettera l. Una delle strategie impiegate per aiutarlo a superare queste problematiche - spiega Tiziana Rossetto, presidente della Federazione logopedisti italiani - è quella di lavorare sulla comprensione, spiegandogli attraverso il gioco, ad esempio con l' aiuto dei disegni, delle carte o dei giocattoli, il diverso significato delle parole che confonde.

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Stabilendo diversi obiettivi da raggiungere: dalla capacità di completare l' inventario dei suoni e dunque di sillabe utilizzate alla capacità di produrre le parole nel modo giusto, fino alla capacità di saper utilizzare le parole nelle diverse situazioni». Un altro strumento per stimolare lo sviluppo linguistico è «l' attività musicale, come suggerito da alcune ricerche internazionali.

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Pensiamo ai giochi basati sul riconoscimento dei suoni o del ritmo. Si tratta di strumenti - conclude Flaugnacco - che migliorano la competenza dell' ascolto nel bimbo oltre, ma anche la sua confidenza nella ricerca di suoni nuovi».

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