sergio marchionne

IL MARZIANO MARCHIONNE - A UN ANNO DALLA SUA ULTIMA APPARIZIONE IN PUBBLICO, TORINO HA RIMOSSO IL MANAGER CHE AVEVA TANTO AMATO ALL'INIZIO, PERCHÉ ERA UNO DEL POPOLO CHE AVEVA RESO LA FIAT DI NUOVO ''COOL'', E POI RESPINTO, PERCHÉ LA CRISI AVEVA TIRATO FUORI LA SUA ANIMA ANGLOSASSONE. MA IN QUEST'ARIA DI FUSIONE, I TORINESI DOVRANNO GUARDARE IL LEONE DRITTO NEI SUOI OCCHI

Diodato Pirone per https://www.informazionesenzafiltro.it/

 

marchionne

Rimosso? Oddio, sì, ma non proprio da tutti. Di lui, del manager col maglioncino, si è tornato molto a parlare in questi giorni sull’onda dell’ultima sortita “alla Marchionne” della Fiat, che il 27 maggio si è presentata a Parigi per proporsi in matrimonio a una sciantosa Renault, ma che poi ha scelto di abbandonare di notte la casa della sposa di fronte alle richieste del suocero, lo Stato francese, che di Renault è l’arcigno proprietario.

 

Nell’occasione ciò che resta dell’establishment torinese di Fiat, ovvero quel John Elkann nipote dell’Avvocato Agnelli e oggi capo della dinastia sabauda, ha dimostrato di aver appreso sprazzi della complessa filosofia marchionniana, contraddittoria ed hegeliana: strategia separata dalla tattica; visione prospettica accompagnata da agilità e velocità (anche di ritirata); guida del negoziato sulla base di buone idee miste a furbizia ancestrale.

 

Quella furbizia che è stata la fedele compagna del manager abruzzese, e che ha consentito al cosmopolita Elkann di sgusciare dalla trattativa con lo Stato francese lasciando nella “prigione” transalpina la Renault, che con FCA voleva riprendersi il proprio destino. Esattamente come la Fiat di Sergio Marchionne dieci anni fa, con il matrimonio con Chrysler, evase dal “carcere Italia” e dalla cella piemontese.

 

Marchionne e Torino, dall’amore alla rimozione

SERGIO MARCHIONNE

La Torino profonda, quella non appartenente all’establishment che ruota intorno agli Agnelli-Elkann, queste ambizioni marchionniane le aborre. Torino ancora una volta ha vissuto l’assalto alla Renault standosene a guardare, stanca e scettica, dimostrando repulsione e paura per qualcosa che non la appassiona più. Il rigetto dei torinesi per l’ambizione sconfinata, il dinamismo nevrotico e totalizzante, ma anche per il realismo di Marchionne, è emerso in tutta la sua nettezza l’8 giugno. In quella data Paolo Griseri di Repubblica ha dedicato un’intervista lunga una pagina aValter Aimar, di 56 anni, uno dei 5.000 impiegati dei cosiddetti “enti centrali”, il centro del sistema nervoso della Fiat. Il titolo dice tutto: Lo stop a Fca-Renault? Per noi di Mirafiori un sospiro di sollievo, temevamo per il posto.

 

La tesi di Aimar è semplice e chiarissima: “Avevamo paura dello Stato francese. Perché lo Stato francese è fortissimo e noi no. E se ci fosse stato da tagliare posti di lavoro i francesi avrebbero saputo difendere i loro, e l’Italia avrebbe finito per cedere i nostri”. Eccola la filosofia di Aimar: il posto non è garantito da aziende forti, ma da aziende protette.

 

marchionne tomba

L’esatto opposto di quello che Marchionne ha predicato a Torino e all’Italia per ben 14 anni. Fiato sprecato, si direbbe; anche perché non è che a Torino ci sia rimasto molto da difendere. “Quest’anno – mette il dito nella piaga il professor Beppe Berta, torinese e storico dell’industria automobilistica italiana – dalle catene di montaggio dei due stabilimenti Maserati di Torino usciranno fra le 20 e le 30.000 vetture. Pochissime. Non sono numeri di una capitale dell’auto. Siamo in piena agonia”.  

 

Eppure questo strano sentimento di rassegnazione e al tempo stesso di attaccamento della città a “mamma Fiat”, sentimento che Marchionne ha tentato di recidere, non è diffuso solo nei ceti cittadini medio bassi. “Mi ha colpito la recente assemblea degli imprenditori piemontesi del settore meccanico”, sottolinea il professor Marco Cantamessa, del Politecnico di Torino, osservatore molto attento all’evoluzione tecnologica dell’auto.

 

“Da tempo buona parte della componentistica torinese è salita sulle catene del valore che portano dritte dritte in Germania o negli Stati Uniti. Eppure in quell’assemblea tutti pendevano dalle labbra del presidente di FCA John Elkann. Tutti in attesa della 500 elettrica e poi di una piattaforma tecnologica per l’auto autonoma cui stanno lavorando Bmw e Maserati. Si tratta di operazioni importanti, ma di nicchia. Invece della nascita di una vera filiera dell’elettrico, a partire dai centri di ricerca, non parla nessuno”.

marchionne

 

La visione di basso profilo che si respira a Torino è senza dubbio una delle ragioni della rimozione di Sergio Marchionne. “Ma forse ce n’è anche un’altra”, spiegaFederico Bellono, oggi alla Cgil ma per 8 anni capo della Fiom torinese: “Non vorrei sembrare ingeneroso, ma Marchionne ha deluso i torinesi: non è riuscito a portare abbastanza lavoro a Torino. L’acquisizione di Chrysler non ha portato quella piena occupazione che era stata promessa, e il famoso polo del lusso che proprio Marchionne lanciò è rimasto sulla carta”.

 

“È una lettura che vede solo un lato della medaglia”, replica Tom D’Alessandri, ex responsabile della Cisl torinese e vicesindaco della giunta Chiamparino a metà degli anni Novanta. “Non c’è dubbio che il rapporto di Torino con Marchionne sia stato difficile, e che oggi sia inesistente. Però io ricordo il suo arrivo a Torino nel giugno del 2004. Tutte le volte che incontravo quelli che c’erano prima di lui al comando della Fiat mi dicevano che l’unica soluzione era chiudere Mirafiori. Beh, quando lui piombò sulla scena l’approcciò cambiò di colpo. La domanda che mi pose fu: cosa possiamo fare assieme per tenere aperta Mirafiori?”.

 

Il prima e il dopo di Marchionne con la città sabauda

In effetti nel rapporto fra il manager col maglioncino e Torino c’è un prima e un dopo. Lo spartiacque fu la crisi del 2008, come racconta Tommaso Ebhardt nel suo recente e bellissimo Sergio Marchionne (Sperling & Kupfer, 278 pagine, 18 euro).

 

Carlos Ghosn, Dieter Zetsche, Sergio Marchionne

La sera di Santa Lucia, il 13 dicembre, il giorno più corto dell’anno, Marchionne convoca i principali dirigenti della Fiat e fa loro un discorso dal quale tutti escono scossi: “Il 2009 sarà l’anno più difficile della mia vita. Dobbiamo essere consapevoli delle minacce che dobbiamo affrontare”. Ma non era esattamente un fulmine a ciel sereno. In un documento di bilancio di qualche settimana prima Marchionne aveva inserito e sottolineato una citazione di Montesquieu: “I leoni hanno una grande forza, ma sarebbe inutile se la natura non avesse dato loro gli occhi”. Furono quelle settimane a cambiare tutto.

 

Dal primo giugno 2004, giorno del suo insediamento al Lingotto, alla fine del 2008 Marchionne aveva instaurato un buon rapporto con Torino e con l’Italia in genere. Era arrivato che la Fiat perdeva 5 milioni al giorno, weekend compresi. Ad agosto 2004 sorprese tutti rimanendo a lavorare tutti i giorni col solleone e imponendo alle prime linee dell’azienda di fare altrettanto (“Ma da che cosa volete andare in ferie” era il motto col quale spegneva qualsiasi richiesta).

TOMMASO EBHARDT MARCHIONNE

 

Poi piano piano la città si sorprese ad assistere a un miracolo imprevisto: il rifiorire di Fiat, che nel 2008 (quindi senza Chrysler) arrivò a mettere in cascina un paio di miliardi di utile. I sindacalisti, compresi quelli Fiom, avevano apprezzato che quell’uomo avesse iniziato la sua fatica visitando le fabbriche di nascosto, rifacendo bagni e mense di Mirafiori e licenziando spesso su due piedi centinaia di alti papaveri.

 

Il passaparola cittadino diffondeva, compiaciuto, alcune leggende metropolitane. Come quella che riferiva di quando Marchionne, entrando in azienda, s’era fermato davanti alla vettura parcheggiata in esposizione, s’era accorto che era impolverata, aveva urlato come un indemoniato, ma poi s’era fatto dare uno straccio e l’aveva spolverata di persona in quattro e quattr’otto.

 

E poi, al contrario di “quelli di prima”, il Dottore non se la tirava: era fuori dai soliti giri, era figlio di un maresciallo dei carabinieri, giocava a scopone, parlava a colazione coi sindacalisti davanti a pantagrueliche fette di bacon all’americana, diceva che il costo del lavoro pesava solo per l’8% sul bilancio Fiat. E poi era fulmineo nel capire i problemi ed elaborare risposte.

 

Nel 2007 organizzò il lancio della 500 con una grandissima festa sul Po. “Eravamo tornati simpatici”, sintetizzò nel suo Da 0 a 500 (Marsilio) Luca De Meo, ora fra i dirigenti della Volkswagen e allora giovane allievo di Marchionne. “Lui? È il borghese buono”, chiosò Fausto Bertinotti interpretando un sentimento diffuso anche nella Torino delle periferie.

elkann marchionne

 

Ma dal 2009 cambiò tutto. “La verità era che Marchionne aveva una mentalità anglosassone”, spiega Cantamessa, “dunque quando la crisi quasi dimezzò il mercato dell’auto e spazzò via quello dei camion e dei bulldozer reagì rimboccandosi le maniche e prendendo la realtà di petto. Era ‘necessario’ ed eccessivo, oserei dire spietato, innanzitutto con se stesso. Ma nel dna di Torino, e in generale dell’Italia, non ci sono geni così estremi. Non c’è da noi una consapevolezza della profondità del nostro declino e delle misure epocali necessarie per batterlo”.

 

Marchionne e la città divennero ben presto separati in casa. La rottura sentimentale fra Torino e il manager col maglioncino fu sancita dal referendum di Mirafiori del 2011. Il Dottore, che ormai passava più tempo a Detroit che a Torino, lanciò l’idea di costruire un nuovo modello d’auto a Mirafiori sulla base delle nuove regole del contratto aziendale, ma chiese che i dipendenti (non solo i sindacati) saltassero sul carro approvando il progetto con un referendum.

 

Ottenne la classica vittoria di Pirro: il “sì” raccolse solo il 53% dei consensi. E a nulla valse l’acquisto da parte di Fiat dello stabilimento torinese di Bertone, in fallimento, e il ritorno in produzione di 1.200 operai in cassaintegrazione da sei anni, per fabbricare e spedire in Cina e Stati Uniti quei gioielli da 80.000 euro che sono le Ghibli della Maserati.

 

 

marchionne altavilla

Il “marziano” Marchionne

Il manager non tornò mai più ad essere popolare. Perché? Spiega Cantamessa: “I torinesi hanno voluto bene a Gianni Agnelli perché era una sorta di re d’Italia. MaMarchionne non poteva essere un monarca. Non che non fosse consapevole di poter aiutare l’Italia e Torino, ma poteva farlo attraverso una missione e una sola:salvare la Fiat. E lui, in modo giusto o sbagliato, ha inteso fare l’interesse dell’azienda fino in fondo. Un modo di pensare che in America viene apprezzato tantissimo, in Italia no”.

E così, l’uso del lanciafiamme contro tutte le rendite di posizione aggrappate all’azienda ha trasformato Marchionne da salvatore della Fiat in un marziano malvissuto. L’esercito dei detrattori si è gonfiato a ogni passaggio.

 

Ha iniziato liberando l’azienda dalla sua burocrazia sabauda, poi dall’abbraccio dei suoi stessi dipendenti, le cui regole d’ingaggio erano ferme ai contratti del 1971, e poi dai lacci di un sistema vischioso come quello italiano sia sul fronte dell’impresa (rottura con la Confindustria) sia su quello dell’assistenzialismo peloso offerto da governi incapaci di definire una vera politica industriale. In questo contesto Marchionne ha “perso” Torino.

 

Dal 2009, tranne che per la parentesi felice dell’avvio della produzione Maserati, la capitale dell’auto italiana ha imboccato una strada opposta a quella di Detroit. “Che è una delle città americane più difficili”, racconta Berta. “Posso testimoniare cheDetroit sta risorgendo con una forza strabiliante. Ford sta trasformando la vecchia stazione in un gioiello, FCA sta costruendo una nuova fabbrica, la prima dal 1992. A Detroit la terra trema sotto i piedi, Torino invece sembra avvolta in una nebbia perenne: non è più one company town, ma non sa cos’è”.

franzo grande stevens john elkann sergio marchionne

 

Vero. La città non rimpiange il marziano Marchionne, ma sa che non potrà continuare a lungo a ignorarne la lezione. Il matrimonio di Fiat è solo rinviato. E i torinesi prima o poi saranno chiamati a guardare il leone dritto nei suoi occhi.

marchionne manuela battezzatoSERGIO MARCHIONNESERGIO MARCHIONNEJOHN ELKANN - MONTEZEMOLO - SERGIO MARCHIONNESERGIO MARCHIONNESERGIO MARCHIONNEmanley marchionneSERGIO MARCHIONNE

 

manley marchionneil manifesto marchionneobama marchionneTRUMP MARCHIONNEVETTEL MARCHIONNEBarra Marchionnegentiloni marchionnemarchionne berlusconi

Ultimi Dagoreport

meloni la russa

IL CO-FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA E SECONDA CARICA DELLO STATO, IL POCO PALUDATO PRESIDENTE DEL SENATO IGNAZIO LA RUSSA, LEGGE DAGOSPIA E NON SI TROVA PER NULLA D’ACCORDO SU QUANTO SCRIVIAMO SUL SUO RAPPORTO NON IDILLIACO (EUFEMISMO) CON GIORGIA MELONI (DALLE DIMISSIONI DELLA PITONESSA SANTANCHE’ AL CANDIDATO ALLE PROSSIME COMUNALI DI MILANO, CASINI IN SICILIA COMPRESI) E CI SCRIVE UNA ZUCCHEROSA, A RISCHIO DIABETE, LETTERINA: ‘’CARO D'AGOSTINO, POSSIBILE CHE QUANDO (SPESSO) TI OCCUPI DI ME NON NE AZZECCHI UNA? FANTASCIENZA ALLO STATO PURO UN ANCORCHÉ MINIMO DISSENSO CON GIORGIA MELONI CHE PER ME È E RESTERÀ SEMPRE, UNA SORELLA MINORE SUL PIANO AFFETTIVO E UNA LEADER INIMITABILE SUL PIANO POLITICO - SE VUOI SONO SEMPRE PRONTO A DARTI NOTIZIE CHE RIGUARDANO ME, CORRETTE E DI PRIMA MANO. MA FORSE NON TI INTERESSANO” (CIAO CORE...)

meloni la russa manlio messina cannella dell'utri

DAGOREPORT - IL PROBLEMA PIÙ OSTICO PER LA MELONA AZZOPPATA NON È CONTE NÉ SCHLEIN: SI CHIAMA FRATELLI D'ITALIA, A PARTIRE DA LA RUSSA – IL PRESIDENTE DEL SENATO BRIGA, METTE BOCCA, PRETENDE LA SCELTA DEL SINDACO DI MILANO: LA PROVA SI È AVUTA OGGI CON LA NOMINA DEI SICILIANI GIAMPIERO CANNELLA E MASSIMO DELL’UTRI A SOTTOSEGRETARI - ‘GNAZIO VOLEVA UNA “COMPENSAZIONE” PER IL TRASLOCO DEL "SUO" GIANMARCO MAZZI AL TURISMO, PER NON LASCIARE AL SOLO EMANUELE MERLINO (UOMO DI FAZZOLARI) IL COMPITO DI ''BADANTE'' DEL MINISTRO GIULI-VO – IL CAOS IN SICILIA, TRA INCHIESTE SULLA GIUNTA, I SEGRETI “SCOTTANTI” MINACCIATI E MAI RIVELATI DA MANLIO MESSINA E LA DEBOLEZZA DEL TAJANEO SCHIFANI CHE SENTE IL FIATO SUL COLLO DI GIORGIO MULE' (CARO AI BERLUSCONI), CHE PUNTA A PRENDERE IL SUO POSTO E CHIEDE DI COMMISSARIARE FORZA ITALIA IN SICILIA, DOPO IL PESSIMO RISULTATO AL REFERENDUM...

marina berlusconi antonio tajani fulvio martusciello

DAGOREPORT - LA PRESA DI TAJANI SU FORZA ITALIA SI È RIDOTTA DOPO IL SILURAMENTO DEI SUOI "DIOSCURI", BARELLI E GASPARRI. IL PARTITO ORA È IN EBOLLIZIONE: VOGLIONO RIMUOVERE FULVIO MARTUSCIELLO DA CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA A BRUXELLES. AL SUO POSTO, SI FANNO AVANTI LETIZIA MORATTI E MASSIMILIANO SALINI - E IL "MAGGIORDOMO CIOCIARO" DI CASA MELONI, CHE FA? RESTA IN TRINCEA BLOCCANDO LA NOMINA DI FEDERICO FRENI ALLA CONSOB PER FORZARE IL GOVERNO A TROVARE UNA SISTEMAZIONE AL SUO CONSUOCERO BARELLI E ALLA SUA FEDELISSIMA CHIARA TENERINI, LANCIATA CONTRO LA DEBORA BERGAMINI DI MARINA…

giuseppina di foggia giorgia meloni arianna claudio descalzi terna eni

CHE FIGURA DI TERNA PER GIORGIA! – NELL’APRILE 2023 MELONI SI VANTAVA DELLA NOMINA DI GIUSEPPINA DI FOGGIA ALLA GUIDA DI TERNA: “È LA PRIMA DONNA AD DI UNA GRANADE PARTECIPATA PUBBLICA” – CHISSA COME SI SARÀ PENTITA DI QUELLA SCELTA, SPONSORIZZATA DALLA SORELLA ARIANNA, ORA CHE LA MANAGER HA DECISO DI INCASSARE FINO ALL’ULTIMO EURO DELLA SUA BUONUSCITA DA 7,3 MILIONI, ALLA FACCIA DELLA CRISI ENERGETICA, ED È PRONTA A RINUNCIARE ALLA PRESIDENZA DI ENI CHE LE È STATA OFFERTA COME “PARACADUTE”, PUR DI TENERE IL PUNTO – DI FOGGIA PRETENDEVA DI ESSERE CONFERMATA IN TERNA O DI AVERE COMUNQUE UN RUOLO OPERATIVO IN UN ALTRO COLOSSO STATALE: SA BENE CHE LA POLTRONA DA PRESIDENTE DEL CANE A SEI ZAMPE È DI RAPPRESENTANZA, DAL MOMENTO CHE IN CASA ENI TUTTO PASSA PER L’AD CLAUDIO DESCALZI – IL VERBALE DI TERNA CHE INGUAIA PALAZZO CHIGI

borsa italiana dario scannapieco fabrizio testa cdp cassa depositi e prestiti

DAGOREPORT - PERCHE' ALLA BORSA ITALIANA COMANDANO I FRANCESI? – INFURIA LA BATTAGLIA SULLA CONFERMA DI FABRIZIO TESTA ALLA GUIDA DI BORSA ITALIA, IMPOSTA DALLA FRANCESE EURONEXT E CONTESTATA DA CDP (ENTRAMBI AZIONISTI ALL’’8,08%). SECONDO LA CASSA, NON SAREBBE STATO RISPETTATO IL PATTO PARASOCIALE – EPPURE LA CONSOB, NEL SUO “ACCERTAMENTO” SU BORSA ITALIANA DELLO SCORSO NOVEMBRE, ERA STATA CHIARA: HA RILEVATO UNA “RIPETUTA VIOLAZIONE DELLE REGOLE DEL GOVERNO SOCIETARIO”, HA ACCERTATO CHE “TESTA NON HA DATO LA NECESSARIA INFORMATIVA AL CDA DI BORSA ITALIANA SUI PROGETTI O LE MODIFICHE ALLA STRUTTURA COMMISSIONALE”, “MORTIFICANDO IL RUOLO DEL CDA” – L’ASSEMBLEA DEI SOCI DI BORSA ITALIANA È CONVOCATA PER IL 29 APRILE PER RINNOVARE CDA E VERTICI MA LA GUERRA LEGALE POTREBBE ESSERE MOLTO PIU’ LUNGA...

procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...