MITI E ROMITI /1 – ‘’VENNE ENRICO CUCCIA IN FIAT PER DIRE ALL'AVVOCATO CHE IL TIMONE DOVEVA TENERLO UNO SOLO, CIOÈ IO. UMBERTO FU MOLTO DISPIACIUTO'' - “ERO ESUBERANTE CON LE DONNE MA SAPEVO CHE SAREI SEMPRE TORNATO DA MIA MOGLIE” - "BERLUSCONI VOLEVA CANDIDARMI A ROMA CONTRO VELTRONI SCELSERO TAJANI. CI RIMASI MALE” – “PIÙ CHE NEMICO CARLO DE BENEDETTI È STATO UN MIO RIVALE. QUANDO ENTRÒ AL LINGOTTO PENSÒ DI POTERLA FARE DA PADRONE ASSOLUTO” – ‘’SA AGNELLI COME DEFINIVA MIELI? “È COME LA SAPONETTA CHE UNO TIENE MENTRE SI FA LA DOCCIA. TI SFUGGE SEMPRE DI MANO”

Paolo Madron per il Sole 24 Ore - 15 feb 2009 - ESTRATTO

 

cesare romiti 30

A giugno compirà 86 anni, ma non li dimostra. Per la verità Cesare Romiti i suoi anni non li ha mai dimostrati. È sempre stato un esempio eclatante di come, felice eccezione, l\'età anagrafica non renda giustizia a quella fisica, e ciò senza l\'ausilio di creme, bisturi e tinture. Una longevità che si spiega forse col fatto che sulla ribalta ci è arrivato tardi, visto che in Fiat, l\'inizio della sua rutilante vita pubblica, è approdato che aveva già passato i cinquanta.

 

GIANNI AGNELLI E CESARE ROMITI

Carriera inarrestabile, la sua. Fatta di potere, successo, fortuna, qualche smacco e molta mondanità…

 

Non è di sinistra. Ma almeno le piace il Pd di cui un suo arcirivale prese la tessera numero uno?

Io non ho mai preso una tessera di partito. L\'unica volta che ho pensato alla politica fu quando Silvio Berlusconi mi chiese di candidarmi a sindaco di Roma contro Walter Veltroni.

 

E lei?

cesare romiti gianni agnelli 1

Da bambino avrei voluto fare il segretario comunale di un piccolo paese, il guardiano di un faro o il direttore d\'orchestra. Da grande mi sarebbe piaciuto lavorare per la mia città.

 

Ma Roma non è un piccolo paese...

Lo so, però mi sarebbe piaciuto lo stesso occuparmene. Comunque non se ne fece niente. Era prima di Natale, Berlusconi poi partì per le vacanze e qualche giorno dopo lessi sui giornali che aveva candidato Antonio Tajani.

 

Ci restò male?

cesare romiti mario draghi

Un po', ma mi consolai pensando a quel che mi diceva ogni tanto Enrico Cuccia quando mi lamentavo di qualcosa che non ero riuscito a fare. «Romiti, probabilmente la Provvidenza le ha messo una mano sulla testa».

 

La sua vita professionale si divide in due: un lunghissimo periodo in Fiat, e un breve dopo Fiat. Abbastanza per farsi molti amici e altrettanti nemici. Il primo fu Carlo De Benedetti. Si dice che fu lei a mettere la pulce nell'orecchio dell'Avvocato insinuando che stava scalando la Fiat.

luca cordero di montezemolo cesare romiti

Più che nemico l'Ingegnere è stato un mio rivale. Dirigeva la Gilardini che poi noi comprammo in cambio di azioni Fiat. La trattativa la fece con Gianni e Umberto Agnelli, spuntando una cifra che io certo non gli avrei mai dato. Quando entrò al Lingotto pensò di poterla fare da padrone assoluto.

 

Se fu così lo fece per poco...

Cento giorni in cui voleva cambiare tutto, comandare. Ma mi accorsi che certe sue operazioni non mi convincevano.

 

gianni agnelli cesare romiti 1

Nel '91 stava per comprare la Chrysler. Che cosa non funzionò?

Io e Gianni Agnelli avevamo concluso l'operazione con Lee Iacocca, ma Umberto Agnelli si mise di traverso. E l'Avvocato mi disse che non poteva andare contro suo fratello.

 

Uno dei tanti episodi dell'antagonismo tra romitiani e umbertiani. Da dove nacque la mitica rivalità?

Quando arrivai nel 1974 la Fiat era in gravissima crisi. Poco dopo sembrò che l'Avvocato entrasse in politica, anche se qualcuno lo voleva ambasciatore negli Stati Uniti nel caso in Italia i comunisti avessero preso il potere. Poi Umberto si candidò con la Dc, creando un pasticcio infinito. Ci furono molti contrasti, e io ero rimasto il solo a pensare all'azienda.

cesare romiti 10

 

Umberto aveva anche una concezione diversa della gestione.

Umberto sosteneva la tesi che dovevamo tenere un profilo basso, fin quasi alla rassegnazione. Mentre i sindacati erano fortissimi e le Brigate rosse ammazzavano i nostri uomini. Io invece dicevo che bisognava parlare, reagire e agire.

 

Come finì?

Venne Enrico Cuccia in Fiat per dire all'Avvocato che il timone doveva tenerlo uno solo, cioè io. Umberto fu molto dispiaciuto.

 

Quando si è incrinato il feeling con Gianni Agnelli?

gianni letta cesare romiti

Nel '93, quando l'Avvocato aveva promesso a Umberto che avrebbe preso il suo posto, e che anch'io sarei uscito: qualcuno della famiglia aveva messo Agnelli sul chi vive dicendo che avendo io in mano l'azienda prima o poi non avrei resistito a diventarne il padrone.

E lì si raffreddarono temporaneamente i rapporti.

 

A pensar male si fa peccato ma quasi sempre...

In effetti era successo con De Benedetti, poi più di recente con Giuseppe Morchio. Ma io non ci pensavo proprio.

cesare romiti gianni agnelli

 

Agnelli la visse come un'imposizione di Cuccia, e lì si guastarono i rapporti anche con Mediobanca.

No, successe quando io me ne andai e la famiglia volle trasformare il patto parasociale con gli altri soci in patto di consultazione. Alcuni pensavano che fosse stata espropriata loro l'azienda e che era venuto il momento di riprendere il comando.

 

cesare romiti in piedi ai funerali di gianni agnelli

Si racconta che nel '93, quando Agnelli andò a Milano per informare Cuccia del suo cambio con Umberto, il banchiere si rifiutò di riceverlo.

Vero. Gli disse al telefono che se il motivo della visita era quello si poteva risparmiare il viaggio.

 

Un giorno ho chiesto a Vincenzo Maranghi di spiegare il legame tra lei e Cuccia. Lui allargò le braccia, poi parlò di attrazione degli opposti.

Ha sbagliato interlocutore, perché Maranghi è sempre stato molto geloso del mio rapporto con Cuccia.

amato agnelli romiti

 

Per forza, era convinto che lei potesse insidiargli il ruolo di erede designato.

Lo so, ma Cuccia voleva bene a Maranghi come a un figlio. Non ha mai avuto dubbi su chi dovesse essere il suo erede. E io, conoscendo il suo pensiero, non avrei mai violato il desiderio di vederlo suo successore.

 

Poi ci fu Tangentopoli, altro capitolo triste per la Fiat.

Fu una bruttissima storia.

 

Ne uscì perché i magistrati dissero che lei poteva non sapere.

umberto gianni agnelli

Trovo che il capo di un gruppo delle dimensioni di Fiat poteva non sapere quel che succedeva in qualche sua controllata. Ma la cosa fu minata da un'accesa rivalità tra le Procure di Milano e Torino. M'interrogò Antonio Di Pietro e mi lasciò andare concludendo che non c'erano motivi per proseguire. Torino disse no, dobbiamo indagare anche noi. E lì successe una cosa molto grave che nessuno mai disse.

 

La dica adesso.

enrico cuccia x

A un certo punto la Procura di Torino mandò a chiamare Enzo Gandini, l'avvocato della Fiat, e gli disse: «Non possiamo andare avanti con documenti che ci arrivano dagli avversari interni di Romiti».

 

A chi alludeva?

VINCENZO MARANGHI CUCCIA

All'entourage di Umberto Agnelli. Mi fiondai dall'Avvocato che era in Svizzera e gli comunicai che se le cose stavano così me ne sarei andato. Allora Agnelli, a seguito dell'incontro di Gandini con gli inquirenti, ebbe un colloquio personale riservato in Prefettura. Subito dopo mi pregò di continuare il mio lavoro.

 

Nel '98 arriva a Milano in Rizzoli. Mi ricordo una copertina di «Panorama» con una foto di lei in Galleria, posa statuaria, e sotto un titolo: «Il ciclone». Invece fu solo un venticello.

Gianni Agnelli con De Benedetti

Fui frenato dalle molte raccomandazioni dell'Avvocato di andarci cauto con i giornali. Lo diceva perché aveva un debole per la stampa, gli piacevano i giornalisti.

 

Me lo raccontò suo cognato Carlo Caracciolo. Disse però che gli rifiutò i soldi quando l'«Espresso» era in difficoltà.

La trattativa la feci io. Dissi a Caracciolo che gli avremmo dato i soldi della Fiat se lui ci dava in garanzia le azioni dell'«Espresso ». «Mai e poi mai», mi rispose. E allora non ne facemmo nulla.

 

CARLO DE BENEDETTI AGNELLI

Stavamo parlando di Rizzoli.

Sa di che cosa mi vanto del periodo in cui sono stato presidente? Di aver impedito qualunque interferenza dei politici nell'ambito dell'azienda. E sapesse quanti sono stati i tentativi che io ho stoppato violentemente.

 

Da parte di chi?

Di molti: destra, centro e sinistra. Ma anche gli azionisti ci si mettevano d\'impegno. Una volta un consigliere ce l\'aveva perché il Corriere aveva scritto un paio di articoli sulla Banca d'Italia che non erano piaciuti a qualcuno. Mi chiese per lettera la testa del direttore, che era Ferruccio de Bortoli. Io gli dissi: «Benissimo, porto la sua richiesta in consiglio d\'amministrazione». Lui allora si riprese la lettera e la stracciò.

gianni agnelli de benedetti bad f e be efdcc f th

 

A un certo punto lei se la prese anche con i giornalisti invitandoli a tenere la schiena dritta.

Fu a un convegno a Venezia. C'era anche Eugenio Scalfari. I giornalisti denunciavano che la categoria pativa troppe pressioni. Io dissi: «Vergognatevi, se avete coraggio tiratevi su i pantaloni e andate avanti senza lamentarvi».

 

Perché da noi il Corriere della sera è l'ombelico del mondo?

Mah, è il giornale in cui s'identificava la borghesia. Tutti ci volevano mettere un piede dentro. Una volta, alla scadenza del patto di sindacato, io sostenni che di azionisti ce n'erano già troppi. Ma Giovanni Bazoli disse che l'Avvocato, già malato, gli aveva chiesto di farne entrare un altro paio.

paolo mieli corriere della sera

 

Lei punzecchiava Agnelli persino sul suo diritto di nomina del direttore.

L'Avvocato aveva due passioni...

 

I giornali e le donne...

Allora facciamo tre: giornali, diplomazia e donne. I giornali lo capisco bene, hanno tanto intrigato e divertito anche me.

 

Anche le donne se è per questo, ma ne parliamo dopo. Agnelli aveva stretto un gran rapporto con Paolo Mieli.

Vero, lo divertiva e sapeva intrattenerlo. Ma sa come definiva Mieli? «È come la saponetta che uno tiene mentre si fa la doccia. Ti sfugge sempre di mano».

 

Lei è sempre stato uno di età anagrafica molto superiore a quella che dimostra...

Sa a quanti anni sono entrato in Fiat?

 

Se non sbaglio a 51. Un giorno il procuratore Sandrelli di Torino disse di lei ammirato: «L'ho interrogato per otto ore e non mi ha mai chiesto di andare a far pipì».

PAOLO MIELI A SABAUDIA

Magari invece pensava che fossi malato...

 

La bontà della sua prostata introduce un tema privato, ma vorrei che ne parlasse lo stesso. Lei è sempre stato un uomo molto esuberante, che viveva le sue storie sentimentali non certo di nascosto.

Ci crede se le dico che il è più grande dolore della mia vita è stato quando ho perso mia moglie?

 

Ci credo. Ma uno potrebbe chiederle conto di questa sua doppia morale.

Non era una doppia morale. Lei c'era, era un punto di riferimento fondamentale. Poi è vero, anche nei sentimenti uno dovrebbe essere coerente. Ma io sapevo che la mia casa era là, che sarei sempre tornato. Anche se mia moglie Gina ne ha sofferto molto.

paolo madron

 

E i suoi figli?

I miei figli li ha sempre curati lei. Però a diciotto anni mi hanno regalato una targa che tengo appesa dove hanno riconosciuto che l'esempio è la più alta forma di autorità da me esercitata.

 

L'Avvocato che cosa diceva di questo suo attivismo sentimentale?

Lo divertiva. Una volta mi consegnò una lettera anonima che gli era arrivata. Mi disse: «Senta Romiti, mi sembra giusto dargliela. Ma sapesse quante ne ha date Valletta a me...». Invece la cosa più bella in materia me la disse Enzo Ferrari.

 

Che cosa le disse?

PAOLO MIELI VERSIONE CAPITAL CAFONAL

Pranzando una volta a Fiorano mi disse: «Io so che lei sta facendo carriera e sarà un uomo di grande successo. Ma si ricordi che accanto a un uomo di successo ci deve essere sempre una donna». Io lo guardai, lui si fermò un attimo e poi aggiunse: «Naturalmente cambiandola ogni tanto».

 

Conosco donne che si innamorarono follemente di lei e soffrirono molto quando le lasciò.

Ah sì? La prego, non mi dica i nomi...

 

Io non le dico i nomi, ma lei mi dica se ha rimpianti.

Forse per certi interessi che non ho potuto coltivare. In Fiat lavoravo dodici ore al giorno e mi rimaneva poco tempo per il resto.

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