UN PECHINO DI ACCIAIO – IL RITIRO DI ARCELORMITTAL DALL’ILVA È UN REGALONE A XI JINPING: IL TRACOLLO DEL SIDERURGICO ITALIANO AVVANTAGGEREBBE LE PRODUZIONI FRANCESI, TEDESCHE E TURCHE, MA SOPRATTUTTO QUELLE ASIATICHE, IN PARTICOLARE QUELLE CINESI, CHE GIÀ DOMINANO IL MERCATO (E SONO ACCUSATE DI DUMPING) - IL CASO È SCOPPIATO MENTRE DI MAIO BRINDAVA COL PRESIDENTE CINESE – IL GUAIO PER L'EUROPA È CHE L’ACCIAIO IMPORTATO DALL’ASIA NON È UN GRANCHÉ…

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1 – LA “BOMBA” ILVA UN ALTRO REGALO ALLA CINA: ED ESPLODE PROPRIO MENTRE DI MAIO BRINDA CON XI

Estratto dell’articolo di Federico Punzi per www.atlanticoquotidiano.it

 

Il ritiro di ArcelorMittal dall’ex Ilva aggiunge una bomba economica e sociale ad una bomba ambientale. La chiusura di una delle più grandi acciaierie d’Europa (10.700 operai, di cui 8.200 nello stabilimento di Taranto, il doppio nell’indotto, 24 miliardi di euro di acciaio prodotti ogni anno) sarebbe infatti un colpo micidiale all’industria siderurgica italiana e all’occupazione.

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(…) Di nuovo: cui prodest? A chi conviene? Chi si avvantaggerebbe di più da questo duro colpo inferto all’industria siderurgica italiana ed europea? Le produzioni francesi e tedesche, quella turca, certo, ma soprattutto quelle asiatiche, perché oggi la posizione dominante in Europa non ce l’ha un produttore europeo piuttosto che un altro, ce l’hanno le importazioni asiatiche, in particolare quelle cinesi accusate di dumping. Un buco nero nel siderurgico italiano come la perdita dell’ex Ilva, tra i più grandi impianti in Europa, aprirebbe ancor di più le porte alle importazioni cinesi.

 

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Tra l’altro, come spiega Bentivogli a Radio Radicale, quello dell’ex Ilva è “un acciaio del ciclo integrale, di qualità, quello che serve nell’automotive e nel ferroviario” e “fare ricorso alle importazioni sarebbe un problema doppio per l’Italia rispetto anche agli altri Paesi europei, dal momento che il nostro Paese è piccolo e povero di materie prime (…) se ci priviamo del primario del settore metalmeccanico ci priviamo di sovranità industriale”.

 

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E, aggiunge il segretario di Fim Cisl, sulle importazioni asiatiche di acciaio “non abbiamo alcuna garanzia di qualità, né di non nocività (…) Nei Paesi asiatici non c’è alcun controllo di qualità e nelle nostre Dogane non abbiamo nemmeno rilevatori radiometrici per riscontrare eventuali nocività, tra cui la radioattività”. “Dobbiamo pretendere precisi standard di qualità dei settori consumatori, che acquistano e consumano acciaio a livello europeo, per la sicurezza delle persone nelle abitazioni, nelle automobili e nelle infrastrutture”, ma su questo “la Germania non ci ha aiutato, ha sempre osteggiato l’anti-dumping europeo, perché la Thyssenkrupp ha stabilimenti propri in Cina”.

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Il caso ha voluto che mentre in Italia esplodeva la “bomba” dell’ex Ilva, il ministro degli affari esteri Luigi Di Maio fosse proprio in Cina, per il China International Import Expo (CIIE). Di Maio ha partecipato alla cena di benvenuto offerta ai capi di stato e di governo, pur essendo soltanto un ministro. Ma per lui il presidente cinese Xi Jinping ha fatto un’eccezione, invitandolo personalmente. Si intravedono l’abilità e l’esperienza di Ettore Francesco Sequi, ambasciatore d’Italia a Pechino non a caso nominato capo di gabinetto da Di Maio solo poche ore dopo il giuramento del Governo Conte 2, a conferma della priorità assoluta che il ministro attribuisce ai rapporti con la Cina.

 

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Anche se l’export cinese verso l’Italia sale e il nostro verso la Cina scende, Di Maio non manca di ricordare in ogni occasione di aver “voluto fortemente che l’Italia aderisse alla Nuova Via della Seta“. Italia e Cina non sono “mai state così vicine”, ha rivendicato ieri al CIIE, poco prima di un brindisi a base di prosecco con il presidente Xi passato a visitare il padiglione italiano. Per protocollo non avrebbe dovuto bere, ma Xi l’ha fatto, “ha bevuto!”, se la rideva ieri un raggiante Di Maio: “È un piacere averla qui, le mostro le nostre eccellenze”. “Sono molto onorato di essere qui e delle relazioni Italia-Cina e guardo con interesse e attenzione alla visita del presidente Mattarella (nel 2020 per i 50 anni delle relazioni diplomatiche, ndr)”, ha replicato il presidente cinese.

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Interrogato dai media italiani sulle proteste a Hong Kong, Di Maio si è fatto portavoce della linea di Pechino: “L’Italia non vuole interferire nelle questioni interne di altri Paesi”. Persino Francia e Germania, che esportano molto più di noi in Cina, almeno qualche parola di preoccupazione l’hanno pronunciata sulla repressione in corso a Hong Kong.

 

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(…) Una coincidenza, ovviamente, che tutto questo avvenga negli stessi giorni in cui ArcelorMittal annuncia il suo ritiro dall’ex Ilva e solo pochi giorni dopo che Di Maio, da capo politico del M5S, ha dato il via libera all’emendamento che l’ha provocato, ma è evidente che la grave debolezza politica ed economica del nostro Paese, la deindustrializzazione in atto, come dimostra il caso dell’ex Ilva, ci rendono l’anello debole, una facile preda per Pechino che conquistando noi punta ad aumentare la sua influenza in Europa e allontanarla dagli Stati Uniti. In particolare, l’uscita dell’Italia dall’industria dell’acciaio significherebbe aprire ancor di più le porte, non solo nostre ma dell’intera Europa, alle importazioni cinesi.

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Altro che hate speech e bot russi, bisognerebbe istituire una commissione parlamentare che indaghi sull’influenza della Cina nelle scelte di politica estera e industriale dei nostri ultimi governi.

 

2  – NON SOLO ILVA, L'ACCIAIO EUROPEO TEME PER IL SUO FUTURO. ECCO PERCHÉ

Dario Prestigiacomo per https://europa.today.it/

 

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La produzione è tornata più o meno ai livelli di 5 anni fa. E anche i livelli occupazionali nell'ultimo biennio sono tornati a salire, dopo il tracollo che ha ridotto di quasi 50mila unità l'intera forza lavoro del Continente. Eppure, i big dell'acciaio europeo lamentano che la crisi non è finita e che anzi potrebbe aggravarsi nel prossimo futuro. Come il caso dell'ex Ilva di Taranto sta dimostrando. I problemi sono complessi, ma possono riassumersi in due fattori: concorrenza estera e sostenibilità ambientale.

 

La concorrenza

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Sul fronte della concorrenza, la siderurgia europea lamenta da tempo la sovrapproduzione da parte della Cina, che ha avuto l'effetto di abbassare i prezzi anche sul mercato Ue. Ma Pechino non è il solo a preoccupare: ci sono anche la Turchia, che è in assoluto il Paese che esporta più acciaio in Europa, seguita da Russia, Corea del Sud, la già citata Cina e India. In totale, nel 2018, l'Ue ha importato 29,3 milioni di tonnellate di prodotti finiti: nel 2009 erano "appena" 12,8 milioni.

 

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Di contro, le esportazioni dai Paesi Ue verso il resto del mondo sono in costante diminuzione: 20,5 milioni di tonnellate nel 2018 (di cui un quarto nel Nord America), contro i 27,6 milioni del 2012, quando è stato toccato il picco dell'ultimo decennio. Nonostante questo, se si esclude il Regno Unito che ha quasi dimezzato la sua produzione dal 2014 a oggi, il resto dell'Ue ha pressoché mantenuto i livelli di produzione: l'Italia, che è la seconda forza europea dopo la Germania, ha prodotto 24,5 milioni di tonnellate nel 2018, quasi un milione in più rispetto al 2014, dando lavoro a 33mila addetti diretti (ossia senza contare l'indotto). Anche lo spauracchio dei prezzi al ribasso sembra per ora sventato: dopo il tracollo del 2016, infatti, l'andamento sul mercato italiano e in quello europeo sembra per ora essersi stabilizzato.

 

Le nubi sul futuro

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Perché allora in Italia come nel resto dell'Ue, i big dell'acciaio temono per il loro futuro? Una prima motivazione, più volte sottolineata nei documenti ufficiali delle lobby del settore, è che le politiche protezionistiche del presidente Usa Donald Trump possano spingere sempre più acciaio a basso costo prodotto in Cina e Turchia verso il mercato Ue, come successo nel recente passato. Del resto, nei primi 8 mesi del 2019, la produzione cinese è aumentata già del 9% rispetto allo stesso periodo del 2018. Inoltre, sempre i dazi di Trump potrebbero colpire il settore auto europeo, in particolare quello tedesco, che è tra i maggiori acquirenti dell'acciaio Ue.

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Su questo punto, Eurofer, la lobby che riunisce i big dell'acciaio europeo, ha chiesto di recente alla Commissione Ue (e ottenuto) di intervenire: le misure protezionistiche varate l'anno scorso per frenare il dumping da Cina e altri Paesi non sono sufficienti, secondo Eurofer, e Bruxelles ha deciso di aumentare le soglie di salvaguardia sulle importazioni. Troppo poco, pero', per la lobby italiana di Fereracciai: "Il protezionismo è diffuso un po' ovunque nel mondo, l’unico vero mercato libero e l’Unione Europea - osserva il direttore generale Flavio Bregant - Il nostro rischio è che una volta distrutta l’industria siderurgica europea, i Paesi produttori extraeuropei, le cui industrie adesso spesso si avvantaggiano di aiuti di Stato, potranno imporre i prezzi che vorranno". A frenare il pugno duro di Bruxelles sui dazi sarebbero, secondo l'Ansa, Paesi come l'Olanda che non sono produttori, ma riutilizzatori dell'acciaio: per loro, dunque, più i prezzi sono bassi, più la convenienza per le proprie imprese aumenta. 

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La questione ambientale

L'altro elemento di preoccupazione, meno citato dalle lobby del settore, riguarda le politiche europee sull'ambiente. Il caso dell'ex Ilva è in tal senso emblematico. Per soddisfare gli accordi di Parigi, occorrerà tagliare, e non di poco, le emissioni di Co2 da parte dell'industria. E il settore dell'acciaio produce circa il 24% delle emissioni complessive di tutta l'industria mondiale. 

 

il presidente cinese xi jinping, il ministro degli esteri wang yi, il vicepremier di maio e il premier conte il presidente cinese xi jinping, il ministro degli esteri wang yi, il vicepremier di maio e il premier conte DONALD TRUMP FIRMA I DAZI CON I LAVORATORI DELL ACCIAIO E DELL ALLUMINIO DONALD TRUMP FIRMA I DAZI CON I LAVORATORI DELL ACCIAIO E DELL ALLUMINIO

Eurofer ha di recente lanciato una roadmap secondo la quale le industrie del settore dovrebbero ridurre del 15% le loro emissioni entro il 2050. Per le organizzazioni ambientaliste, pero', il taglio è inferiore a quanto sarebbe necessario per rispettare gli accordi Onu. Il problema è che la riconversione degli impianti, come quello di Taranto, richiedono tempi e soprattutto risorse che i grandi gruppi sostengono di non poter affrontare.

 

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Non che manchino i progetti all'avanguardia: in Svezia, per esempio, il gruppo SSAB sta costruendo un impianto, che dovrebbe essere pronto nel 2020, in cui la produzione non si affiderà all'energia proveniente da fonti fossili. L'operazione sta costando circa 150 milioni di euro.

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