1. IL PIANO DI SANGUE IMPOSTO DALL’UNIONE BANCARIA EUROPEA AL MONTE DEI PASCHI DI SIENA (UN AUMENTO DI CAPITALE DA 1 MILIARDO IN UNO IMPOSSIBILE DA 2,5, COME DIRE L’INTERO VALORE ATTUALE DI BORSA) È LA PROVA CHE L’ITALIA È GIÀ COMMISSARIATA 2. UN DIKTAT DIVERSISSIMO DA TANTI SALVATAGGI BANCARI DEGLI ULTIMI CINQUE ANNI. MA L’ITALIETTA DI NAPOLITANO E LETTAENRICO È ORMAI UNO STATO COSÌ INERME CHE SI FA COMMISSARIARE DA BRUXELLES SENZA OTTENERE NULLA IN CAMBIO: NÉ AIUTI, NÉ FONDI 3. SE LA BANCA FOSSE NAZIONALIZZATA RISCHIEREBBE DI GRAVARE SUI CONTI PUBBLICI CON I SUOI 215 MILIARDI DI BILANCIO, ALTERANDO I RAPPORTI TRA DEBITO, DEFICIT E PIL 4. IN PRATICA BRUXELLES HA BOCCIATO E PRESO IL POSTO DI BANKITALIA, CONSOB E TESORO

Andrea Greco per "La Repubblica"

Ha due logiche questa specie di follia. Una riguarda la banca di Siena, che in due settimane dovrà inventarsi un nuovo piano quinquennale di sangue con altri esuberi a migliaia, tra un anno tenterà di ricapitalizzare oltre il valore di Borsa (2,5 contro 2,33 miliardi, al tonfo di ieri) e dirà addio al passato senese, sia che l'aumento riesca - grazie a una pluralità di fondi stranieri o a una sola banca rivale - sia che al Tesoro tocchi nazionalizzarla. «Ma se riusciamo a realizzare il piano - si dice tra le prime linee di Rocca Salimbeni - i nuovi investitori faranno un affare».

L'altra logica riguarda i rapporti tra la gracile Italia e l'irruente Europa in fieri. «Se Mps non è la prova che l'Italia è già commissariata, e che sperimentano sulla pelle senese l'unione bancaria, ditemi voi - spiegava un banchiere d'affari londinese ai clienti ieri -. Ma l'Italia è così inerme che si fa commissariare da Bruxelles senza nulla in cambio: né aiuti, né fondi». Il perché dell'inerzia non risiede solo nel male della politica che attacca un paese in recessione permanente.

Più protagonisti vedono in giro un clima di resa delle istituzioni: Consob, Bankitalia e Tesoro, a vario titolo lambite dallo scandalo dell'ex gestione Mps, non hanno dato il meglio di sé nel vigilarla, e oggi paiono prive di voglia e forza per porre condizioni a Bruxelles. In poche settimane hanno lasciato che il piano di riassetto della banca, perno che a marzo generò il Monti bond da 4 miliardi per tenerla in vita, fosse fatto a pezzi. Da riscrivere, per allinearlo alle istanze rigoriste che la Germania chiede ai paesi membri, e a una vigilanza bancaria unica che la Bce vorrebbe partisse senza macchie.

Tutte istanze legittime, come pure il "bail in", principio che fa pagare agli stakeholder e non ai cittadini i crac bancari. Ma è il modo, che offende. Chi ha assistito ai frilli di Cernobbio del commissario Joaquin Almunia ha capito troppo bene. Dopo il summit lacustre con Fabrizio Saccomanni sul dossier Mps ha offerto ai giornalisti la linea dell'Ue su capitale, tagli, Btp del Monte. Neanche un funzionario del Tesoro, che pure ha messo i soldi (nostri) lo affiancava, mentre l'ad Mps Fabrizio Viola si faceva una doccia sconsolato nella stanza di Villa d'Este. L'indomani il Tesoro ha dettagliato le linee guida del nuovo riassetto Mps.

Oltre alla forma c'era la sostanza: pochi i mesi per trovare 2,5 miliardi, e anticipare il rimborso degli aiuti di Stato. Un diktat diversissimo da tanti salvataggi bancari degli ultimi cinque anni tra cui Dexia, Ing, Commerzbank, Lloyds, Rbs, Hypo Re. Con tempi lunghi accordati a banchieri olandesi, francesi, tedeschi per rimettersi in sesto, e con magheggi contabili dei loro ministri per non computare nel debito pubblico gli attivi delle banche salvate. Sì perché il dossier Mps non è solo della concorrenza Ue: se la banca fosse nazionalizzata rischierebbe di gravare sui conti pubblici con i suoi 215 miliardi di bilancio, alterando i rapporti tra debito, deficit e Pil.

Mps ieri ha preso atto, come pure gli investitori, e tutti guardano al dossier come a una montagna da scalare dietro cui c'è una laguna. «Se riusciamo a realizzare il nuovo severo piano - ripetono i manager - chi punterà su Siena l'anno prossimo farà un affare». La storia da "vendere" è di taglio dei costi: per anni il territorio senese è stato viziato da Rocca Salimbeni, ma il vecchio piano contava già 4.600 esuberi.

Purtroppo, e malgrado le proteste sindacali, se ne aggiungeranno a migliaia. Anche le condizioni di mercato potranno aiutare. "Mercato", perché il nuovo aumento da 2,5 miliardi dovrebbe andare sul mercato, aperto a tutti i soci (mentre la prima versione da un miliardo era riservata ai nuovi). Darà una mano quindi l'effettivo ritorno in positivo del Pil, e l'uscita del paese e di Piazza Affari dalle secche.

Queste cose Viola e Profumo le sanno, e anche se sconforto e senso di solitudine a Rocca Salimbeni sono crescenti, non hanno intenzione di desistere. La ricapitalizzazione rinforzata, per paradosso, potrebbe invogliare nuovi compratori, perché - se riesce - allontana lo spauracchio della nazionalizzazione, e toglie voce a fondazione Mps, azionista poco glorioso che pare destinato a diluirsi dal 33% a circa il 5%.

Il presidente, come già fece ai tempi di Unicredit, accarezza ancora la già espressa «pluralità di soggetti finanziari». Anche se ora non pare il caso di fare gli schizzinosi: se busserà una banca rivale sarà difficile fermarla. Anche se "il sistema", o quel che ne rimane, preferirebbe gruppi rodati - come Bnp Paribas che nel 2006 rilevò Bnl da Unipol - a banche emergenti tipo le russe.

 

monte-dei-paschi-di-siena-sedempsLA STRADA DIETRO ROCCA SALIMBENI DOVE SI E BUTTATO DAVID ROSSI FOTO LOZZI PER INFOPHOTO CONSOB BANCA ITALIAministero del TesoroJOAQUIN ALMUNIAFABRIZIO VIOLA MONTEPASCHI ALESSANDRO PROFUMO E FABRIZIO VIOLA ENRICO LETTA A CERNOBBIO jpeg

Ultimi Dagoreport

monte dei paschi di siena luigi lovaglio francesco gaetano caltagirone fabrizio palermo corrado passera francesco milleri

DAGOREPORT - MPS, LA PARTITA È PIÙ APERTA CHE MAI - A MILANO SUSSURRANO UN’IPOTESI CHE AI PIÙ PARE PIUTTOSTO AZZARDATA: UN IMBUFALITO LOVAGLIO STAREBBE LAVORANDO PER PRESENTARE UNA SUA LISTA - I FONDI NON APPREZZEREBBERO POI L’ECCESSIVA “IMPRONTA” DI CALTAGIRONE SU FABRIZIO PALERMO, CHE POTREBBE ESSERE SUPERATO DA VIVALDI COME AD - NEMMENO LA CONFERMA DI MAIONE È COSÌ SCONTATA. E SI RAFFORZA L’IPOTESI, CALDEGGIATA DA MILLERI, DI CORRADO PASSERA COME PRESIDENTE - LOVAGLIO MOLTO INCAZZATO ANCHE CON GIORGETTI…

lovaglio meloni maione caltagirone mps mediobanca caltagirone

DAGOREPORT – POVERO LOVAGLIO, USATO E GETTATO VIA COME UN KLEENEX USATO. CHE FARÀ ORA L’AD DI MPS, (GIUSTAMENTE) FUORI DI SÉ DALLA RABBIA DOPO ESSERE STATO ESCLUSO DALLA LISTA PER IL VERTICE DEL “MONTE”, NONOSTANTE ABBIA PORTATO A TERMINE CON SUCCESSO IL RISANAMENTO DI MPS E IL RISIKO MEDIOBANCA ED OGGI SCARICATO A MO’ DI CAPRONE ESPIATORIO? IL “LOVAGLIO SCARICATO” È IMBUFALITO IN PRIMIS CON CALTAGIRONE, CHE GLI PREFERIREBBE COME CEO FABRIZIO PALERMO, MA ANCHE CON GLI “ANTIPATIZZANTI” SENESI ALLA SUA RICONFERMA: NICOLA MAIONE, PRESIDENTE DI MPS, E DOMENICO LOMBARDI, PRESIDENTE DEL COMITATO NOMINE – È UNA MOSSA INEVITABILE (AGLI ATTI DELLA PROCURA C'È L'INTERCETTAZIONE BOMBA CON "CALTA" IN CUI SI DANNO DI GOMITO: "MA LEI È IL GRANDE COMANDANTE?"; "IL VERO INGEGNERE È STATO LEI"), MA RISCHIOSISSIMA: COSA USCIRÀ DALLA BOCCUCCIA DI UN INCAZZATISSIMO LOVAGLIO QUANDO SI RITROVERÀ SOTTO TORCHIO DA PARTE DEI PM DELLA PROCURA DI MILANO CHE INDAGANO SUL “CONCERTONE”? AH, SAPERLO….

crosetto meloni mantovano mattarella caravelli

DAGOREPORT - SUL CAOS DEL VIAGGIO DI CROSETTO A DUBAI, SOLO TRE QUESTIONI SONO CERTE: LA PRIMA È CHE NON SI DIMETTERÀ DA MINISTRO, PENA LA CADUTA DEL GOVERNO (CROSETTO HA INCASSATO ANCHE LA SOLIDARIETÀ DI MATTARELLA, CHE OGGI L’HA RICEVUTO AL QUIRINALE) – LA SECONDA È LA GRAVE IDIOSINCRASIA DELLO “SHREK” DI CUNEO PER LA SCORTA: COME A DUBAI, ANCHE QUANDO È A ROMA VA SPESSO IN GIRO DA SOLO. LA TERZA, LA PIÙ “SENSIBILE”, RIGUARDA LA NOSTRA INTELLIGENCE: GLI 007 DELL’AISE, INVECE DI TRASTULLARSI CON GLI SPYWARE E ASPETTARE DI ESSERE AVVISATI DA CIA E MOSSAD, AVREBBERO DOVUTO AVVERTIRE CROSETTO, E GLI ALTRI TURISTI ITALIANI NEGLI EMIRATI, CONSIGLIANDO DI NON SVACANZARE TRA I GRATTACIELI DI DUBAI. E INVECE NISBA: SUL SITO DELLA FARNESINA, NON ERANO SEGNALATI RISCHI...

giorgia meloni trump iran

DAGOREPORT – GLI ITALIANI NON SOPPORTANO PIÙ IL BULLISMO DI TRUMP E SONO TERRORIZZATI DALLE POSSIBILI RIPERCUSSIONI DELLA GUERRA NEL GOLFO, TRA AUMENTO DELL’ENERGIA E L’ALLARGAMENTO DEL CONFLITTO. QUESTA INSOFFERENZA PUÒ FARE MALE A GIORGIA MELONI, CHE DI TRUMP È LA CHEERLEADER NUMERO UNO IN EUROPA, GIÀ CON IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DI FINE MARZO – LA DUCETTA SOGNAVA UNA CAMPAGNA ELETTORALE NON POLITICIZZATA, MA NORDIO E MANTOVANO HANNO SBRACATO TRA “MERCATO DELLE VACCHE”, “SISTEMA PARA-MAFIOSO”, “CATTOLICI CHE VOTANO SÌ”. ORA È COSTRETTA A METTERCI LA FACCIA, MA CON MODERAZIONE: UN SOLO COMIZIO, IL 12 MARZO, AL TEATRO PARENTI DI MILANO…