banche italiane

C’È UNA BOMBA DA 12 MILIARDI CHE STA PER ESPLODERE PER BANCHE, IMPRESE E DEBITO PUBBLICO ITALIANO: SONO I PAGAMENTI IN RITARDO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE CHE DAL 1 GENNAIO DIVENTERANNO CREDITI DETERIORATI, PER VIA DELLE NUOVE NORMATIVE EUROPEE SUL DEFAULT – A CASCATA POTREBBE MINARE L’INTERA ESPOSIZIONE CHE LE BANCHE HANNO VERSO LO STATO, COMPRESI BOT E BTP

CREDITI DETERIORATI

Morya Longo e Gianni Trovati per “il Sole 24 Ore”

 

Bastano un po’ di normative europee concomitanti come quelle sul default e sul «calendar provisioning», inserite in un intricato dedalo di regole, circolari e leggi nazionali, per trasformare potenzialmente il ritardo nei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione (una delle storiche disfunzioni italiane) in una tempesta in un bicchiere d’acqua per il Paese. Per le banche. Per le imprese.

roberto gualtieri

 

E, addirittura, per il debito pubblico italiano. Secondo le stime di Assifact, il rischio è che tra i 7 e i 12 miliardi di crediti alla Pubblica amministrazione acquistati dalle società di factoring e dalle banche possano improvvisamente finire in default nei loro bilanci.

 

italia default meme

Portando in un terreno minato l’intera esposizione che le banche hanno verso l’amministrazione pubblica: inclusa quella in BoT e BTp. Non perché lo Stato sia davvero insolvente, sia ben chiaro. La Pa paga, in ritardo ma paga sempre. Ma per un cortocircuito normativo, che rischia di creare un paradosso proprio mentre - ironia della sorte - la macchina dei pagamenti pubblici stava iniziando a marciare meglio che in passato. E proprio mentre le banche si preparano ad affrontare una vera ondata di crediti deteriorati, causati dal Covid.

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

 

Il problema non va dunque sottovalutato. Perché ancora oggi si può stimare in 25-30 miliardi l’arretrato di fatture della Pa non saldate nei tempi. E nei cassetti delle amministrazioni più lente, gli ultimi monitoraggi calcolano 3,7 miliardi di fatture per così dire storiche, che hanno visto scadere di almeno 12 mesi i termini di legge per la liquidazione. I numeri sono insomma grossi.

roberto gualtieri

 

Ecco perché ministero dell’Economia e Bankitalia stanno lavorando a pieno ritmo per trovare con Bruxelles una soluzione normativa da infilare nella manovra, nel corso del suo esame parlamentare. La soluzione va mandata in Gazzetta Ufficiale entro fine anno, prima che la nuova normativa europea sui default entri in vigore.

 

Altrimenti un cortocircuito figlio di una Babele normativa rischia di creare un effetto a valanga paradossale, in grado di rendere più difficile l’accesso al credito per le imprese che lavorano con la Pa, di riempire di crediti deteriorati “fittizi” le banche e di colpire addirittura la gestione dei titoli di Stato. Vediamo perché.

CREDITI DETERIORATI

 

Il cortocircuito normativo

Tutto nasce dalla nuova definizione europea di default, che uniforma per tutte le banche del Continente questo concetto a partire dal 1° gennaio. La regola è semplice: passati 90 giorni dal mancato pagamento di un prestito con importo oltre una certa soglia (che diventano 180 se il debitore è la Pubblica amministrazione), una banca deve considerare quel credito scaduto. Cioè insolvente.

 

ROBERTO GUALTIERI GIUSEPPE CONTE

E da quel momento parte la “clessidra” prevista da un’altra normativa europea: quella sul «calendar provisioning». La banca deve cioè svalutare quel prestito in bilancio, con date ben definite, fino a portarlo a zero in tre anni qualora sia senza garanzie. Considerando quanto lenta sia la Pubblica amministrazione a pagare (180 giorni sono irraggiungibili per molte realtà), è evidente che questo sia un problema: il rischio è che da gennaio venga considerato insolvente nei bilanci bancari un pezzo dello Stato italiano.

 

Cioè una parte dei crediti verso la Pa che le banche acquistano tramite operazioni di factoring.

 

DEFAULT

Questo rischio è sempre stato evitato grazie a un articolo della Circolare 272 della Banca d’Italia: questo prevede per le pubbliche amministrazioni che «il carattere continuativo dello scaduto si interrompa quando il debitore abbia effettuato un pagamento per almeno una delle posizioni che risultino essere scadute e/o sconfinanti».

 

Parole in burocratese, ma Paolo Gesa, direttore commerciale di Officine CST, le traduce con chiarezza: «La Pa poteva avere arretrati per milioni di euro verso una banca, ma era sufficiente che pagasse una sola fattura, anche di importo esiguo, per poter riportare l’intera posizione in bonis». Peccato che - per una terza novità europea in arrivo dall’Eba - anche questo “giochino” dal 2021 non sarà più possibile. L’era delle scorciatoie è finita.

 

CREDITI DETERIORATI

E qui si inserisce l’ultimo problema, quello che rende questa storia ancora più paradossale: le normative europee prevedono che se una banca ha in stato di «scaduto» più dell’1% dell’esposizione verso un debitore, l’intera esposizione diventa insolvente. Anche se il debitore è lo Stato.

 

Dato che le banche detengono tanti BoT e BTp, ma spesso anche crediti verso la pubblica amministrazione centrale comprati con operazioni di factoring da imprese, se i pagamenti scaduti della Pa vanno a superare l’1% dell’intera esposizione la banca è costretta a considerare tutto lo Stato insolvente. E dunque anche i titoli di Stato (i BoT e i BTp) arriverebbero a “consumare” capitale pari al 150%. Cosa non solo paradossale (lo Stato è considerato a rischio zero nelle normative europee), ma anche insostenibile per una banca.

 

Le soluzioni

pubblica amministrazione societa pubbliche

Il problema è ovviamente risolvibile. Due sono le soluzioni tecniche suggerite dai tanti addetti ai lavori sentiti dal Sole 24 Ore. La prima è quella dei default tecnici: dato che lo Stato paga per forza e i suoi ritardi non sono dovuti a incapacità finanziaria ma semplicemente a lungaggini burocratiche, basta considerare i suoi mancati pagamenti come «scaduti tecnici» per disinnescare l’intero cortocircuito.

 

In questo modo non avrebbero effetto sui bilanci bancari. L’altra soluzione è di far partire il conteggio dei 180 giorni non dalla data di emissione della fattura (come avviene per il settore privato), ma dal momento in cui lo Stato stanzia i fondi. Cioè dal cosiddetto «mandato di pagamento». In questo modo i 180 giorni non sarebbero praticamente mai raggiunti: le lungaggini derivano infatti dall’attesa del «mandato di pagamento», non dalla fase successiva. Il problema è che su questo punto la Banca d’Italia, in un documento del 15 ottobre, ha detto il contrario: cioè che il conteggio debba partire dalla data di emissione della fattura. Gettando nel panico l’intero settore del factoring.

 

La corsa ai ripari

CREDITI DETERIORATI

Il problema, si diceva, è sui tavoli del ministero dell’Economia. Che in queste settimane si è già confrontato con il mondo del credito e del factoring (che ieri ha anche incontrato l’Eba) e ora deve costruire una soluzione muovendosi in equilibrio fra due esigenze. La prima è quella sostanziale: nessuno ovviamente ha interesse a far saltare su una mina regolatoria e contabile un filone del credito che è stato al centro anche delle normative Covid per tutelare la liquidità delle imprese. Ma per centrare il risultato, e qui c’è l’altro corno del problema, bisogna muoversi su un terreno delicato, che vede l’Italia già condannata per la storica ritrosia della sua Pa quando si tratta di saldare i conti. La vicenda si innesca quindi nel delicato confronto che Roma sta conducendo in Europa per evitare le sanzioni, e non permette quindi di scivolare su soluzioni non negoziate a Bruxelles o su aggiramenti delle regole troppo smaccati e quindi a rischio bocciatura.

ROBERTO GUALTIERI

 

Anche se ovviamente la strada maestra per superare il problema resta quella di spianare la montagna dell’arretrato e di evitare che se ne formi una nuova. L’ultimo tentativo, condotto in questi mesi mettendo a disposizione fino a 12 miliardi di anticipazioni di liquidità per Regioni, Asl ed enti locali, è naufragato perché gli enti hanno chiesto solo due miliardi in due tranche.

 

Sfumata la leva degli incentivi, resta quella delle sanzioni, sotto forma di obblighi di accantonamento proporzionali ai mancati pagamenti. Perché limitare le possibilità di spesa corrente è sempre l’arma più convincente per cambiare i comportamenti delle Pa. Le norme sono già in Gazzetta Ufficiale, e fin qui sono state sempre congelate. Ma ora per il Mef il tempo delle proroghe sembra finito.

Ultimi Dagoreport

luigi lovaglio francesco gaetano caltagirone milleri monte dei paschi mps

DAGOREPORT - FERMI TUTTI! LA VITTORIA DI CALTAGIRONE AL PALIO BANCARIO DI SIENA NON APPARE SCONTATA: LA LISTA ALTERNATIVA DI TORTORA-LOVAGLIO RIAPRE I GIOCHI – TUTTO GIRA INTORNO ALLA DECISIONE DELLA HOLDING DELFIN, PRIMO SOCIO DI MPS COL 17,5%: VOTERÀ LA LISTA DEL CDA IN COMPAGNIA DI CALTAGIRONE O SI ASTERRÀ? – MA ANCHE L’ASTENSIONE DEL GRUPPO GUIDATO DA UN FRANCESCO MILLERI SEMPRE PIU' TERRORIZZATO DALL’INCHIESTA GIUDIZIARIA DI MILANO E DALLA LITIGIOSITÀ DEGLI OTTO EREDI DEL VECCHIO, POTREBBE GIOCARE A FAVORE DI LOVAGLIO - COME MAI IL PRESIDENTE DI MEDIOBANCA, VITTORIO GRILLI, SUGGERITO DA MILLERI, SI SAREBBE MOSSO A FAVORE DI LOVAGLIO? - COSA FARANNO GLI INVESTITORI ISTITUZIONALI CHE HANNO QUASI IL 60% DEL CAPITALE MPS? - CON LA QUOTA DEL 4,8%, IL MEF DI GIORGETTI E UN GOVERNO AZZOPPATO DALLA DISFATTA DEL REFERENDUM SI MUOVERANNO DIETRO LE QUINTE PER SOSTENERE UNO DEI CONTENDENTI O MANTERRANNO UNA RIGIDA NEUTRALITÀ? AH, SAPERLO…

maurizio gasparri antonio tajani paolo barelli forza italia fabrizio corona massimo giletti marina berlusconi

DAGOREPORT - QUANTE PROBABILITÀ HA MAURIZIO GASPARRI DI RESTARE NELLA COMMISSIONE DI VIGILANZA RAI? POCHE, POCHISSIME, QUASI ZERO - DI PIU': PER LA FELICITÀ DI GIANNI LETTA, L'EX CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA AL SENATO NON SARÀ PIÙ IL “PLENIPOTENZIARIO” DI TAJANI A VIALE MAZZINI. E COSI' NON POTRÀ PIÙ “SABOTARE” SIMONA AGNES - COME È ALTRETTANTO CERTO CHE SCOMPARIRANNO DALLE TRASMISSIONI RAI LE INNUMEREVOLI INTERVISTE DELL’EX COLONELLO AN DI FINI. COME NON ASSISTEREMO PIÙ ALLE OSPITATE "A TUTTO GAS" DI FABRIZIO CORONA IN CHIAVE ANTI MARINA E PIER SILVIO, DI CUI NE PAGA IL PREZZO L’INCAUTO MASSIMO GILETTI - SI SALVA (PER ORA) DALL’EPURAZIONE IL CAPOGRUPPO ALLA CAMERA DI FORZA ITALIA, PAOLO BARELLI. E UN GRAZIE LO DEVE RIVOLGERE AL FIGLIOLO GIANPAOLO SPOSATO CON FLAMINIA TAJANI - VIDEO: IL "FAR WEST" DI SALVO SOTTILE CON GASPARRI CHE SI SCAGLIA CONTRO "REPORT" DI RANUCCI

daniela santanche giorgia meloni giorgio mottola

DAGOREPORT - COME MAI LA FU “GIORGIA DEI DUE MONDI” HA DECISO LA “DESANTANCHEIZZAZIONE” DEL GOVERNO SOLO ADESSO, PUR AVENDO AVUTO A DISPOSIZIONE PIÙ DI TRE ANNI DI CASINI GIUDIZIARI PER METTERLA ALLA PORTA? - NON È CHE ALL’INDOMANI DELLA DISFATTA, MAGARI LEGGENDO UN POST SU FACEBOOK DI “REPORT” (‘’I SOLDI DELLA SOCIETA’ INDAGATA PER MAFIA A DANIELA SANTANCHE’ E LE OMBRE SUI “SALVATORI” DI VISIBILIA’’), LA PREMIER E IL SUO ENTOURAGE DI PALAZZO CHIGI HANNO SENTITO ODOR DI BRUCIATO E PRESO LA PALLA AL BALZO PER BUTTARE FUORI L’INSOSTENIBILE MINISTRO DEL TURISMO? GIÀ IL GIORNO DELLA SCONFITTA, IL RICHELIEU DI PALAZZO CHIGI, FAZZOLARI, AVEVA MESSO IN CONTO LA POSSIBILE REAZIONE DI UNA MAGISTRATURA RINGALLUZZITA DALLA VITTORIA, PREANNUNCIANDO CHE “L’AZIONE (DELLE TOGHE) POTREBBE DIVENTARE PIÙ INVASIVA" - E OGGI, LA PROCURA DI ROMA HA RICICCIATO IL CASO SOGEI CON PERQUISIZIONI AL MINISTERO DELLA DIFESA E IN UNA SERIE DI SOCIETÀ PUBBLICHE TRA CUI TERNA, RETE FERROVIARIA ITALIANA, POLO STRATEGICO NAZIONALE... - VIDEO DI GIORGIO MOTTOLA

radio deejay theodore kyriakou linus albertino

FLASH – THEO KYRIAKOU NON HA SCELTO A CASO DI ANDARE A MILANO PER IL DEBUTTO DA EDITORE DI “REPUBBLICA”: NEGLI STORICI STUDI DI VIA MASSENA C’È LA SEDE OPERATIVA DELLE RADIO DEL GRUPPO GEDI, CHE SONO L’UNICO ASSET CHE INTERESSA AL MAGNATE GRECO – QUEL VOLPONE DI KYRIAKOU, PIÙ FURBO DI ELKANN, HA DATO UNO ZUCCHERINO ALLA REDAZIONE DI “REP”, INCONTRANDO I GIORNALISTI E PROMETTENDO INVESTIMENTI. MA IL SUO VERO OBIETTIVO ERA IL FACCIA A FACCIA CON LINUS (DIRETTORE EDITORIALE DEL POLO RADIOFONICO): LA PRIORITÀ È METTERE A PUNTO UN PIANO PER DARE UNA RINFRESCATA A RADIO CAPITAL E RENDERE PIÙ COMMERCIALE LA DISCOTECARA “M2O”, DI CUI È DIRETTORE ARTISTICO ALBERTINO (FRATELLO DI LINUS)

netanyahu bin salman donald trump ghalibaf iran xi jinping

DAGOREPORT – TRUMP HA DETTO UNA MEZZA VERITÀ NEL SOLITO MARE DI STRONZATE: UN NEGOZIATO CON L’IRAN C’È ED È BEN AVVIATO. IL GUAIO È CHE DOVEVA RIMANERE SEGRETO, COME SEMPRE QUANDO CI SONO TRATTATIVE COSÌ DELICATE – IL RUOLO DEL MEDIATORE SPETTA AL PAKISTAN, POTENZA NUCLEARE IN OTTIMI RAPPORTI CON L’ARABIA SAUDITA DI BIN SALMAN (CHE VUOLE ANNIENTARE IL REGIME IRANIANO) – IL TYCOON È PRONTO A SPEDIRE IL VICE JD VANCE: SAREBBE UN MESSAGGIO ALLA BASE CONTRARIA ALLA GUERRA (VANCE È UN’ISOLAZIONISTA) – NETANYAHU HA ABBASSATO LE PENNE DOPO CHE I MISSILI BALISTICI DEGLI AYATOLLAH HANNO BUCATO L’IRON DOME E SONO ARRIVATI A UN PASSO DALL’IMPIANTO NUCLEARE DI DIMONA, SU INDICAZIONE DELL’INTELLIGENCE CINESE …

putin trump orban zelensky droni ucraina

DAGOREPORT – IL MONDO È CONCENTRATO SULLE BOMBE DI TRUMP E NETANYAHU IN IRAN E SI È DIMENTICATO DEI POVERI UCRAINI: IERI PUTIN HA LANCIATO MILLE DRONI SU TUTTO IL PAESE, GLI USA CONTINUANO CON IL LORO PRESSING SU KIEV PER LA RESA E IL PRESTITO DA 90 MILIARDI DALL'UNIONE EUROPEA È BLOCCATO PER IL VETO DI ORBAN (IL 12 APRILE SI VOTA A BUDAPEST E FINO A QUEL GIORNO NON SE NE PARLA) – ZELENSKY SI SBATTE COME UN MOULINEX PER FAR CAPIRE AL TYCOON CHE IL FRONTE È UNICO (RUSSIA E IRAN SONO ALLEATI) MA QUELLO NON CI SENTE – L’ESERCITO UCRAINO IN QUATTRO ANNI DI GUERRA È DIVENTATO UNO DEI PIÙ AVANZATI AL MONDO: È L’UNICO CHE SA COME ABBATTERE I DRONI IRANIANI, E STA ADDESTRANDO I PAESI DEL GOLFO...