cani addestrati a diagnosticare il parkinson

BAU! I CANI POSSONO DIAGNOSTICARE IL PARKINSON – I RICERCATORI DELL’UNIVERSITÀ DI BRISTOL HANNO ADDESTRATO DUE CANI A IDENTIFICARE LA MALATTIA NEUROLOGICA ANNUSANDO TAMPONI CUTANEI: RISULTATO? CI SONO RIUSCITI NEL 70% DEI CASI, CON UNA CAPACITÀ SUPERIORE AL 90% NEL RICONOSCERE SOGGETTI SANI – LO STUDIO POTREBBE ESSERE UNA RIVOLUZIONE: OGGI LA DIAGNOSI ARRIVA SOLO DOPO L’INSORGENZA DI SINTOMI EVIDENTI, COME TREMORI E RIGIDITÀ MUSCOLARE, QUANDO IL DANO CEREBRALE È IN ATTO DA ANNI…

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Sintesi dell’articolo di https://studyfinds.org/ sulla ricerca di Nicola Rooney, Università di Bristol

 

Due cani addestrati nel Regno Unito hanno dimostrato di poter rilevare la malattia di Parkinson semplicemente annusando tamponi cutanei, con tassi di precisione paragonabili – e in alcuni casi superiori – a quelli dei costosi test clinici attualmente in uso.

 

Secondo uno studio, i due animali hanno identificato correttamente il Parkinson nel 70% e nell’80% dei casi, con una capacità superiore al 90% nel riconoscere soggetti sani. Un risultato che potrebbe rivoluzionare il modo in cui la medicina affronta una malattia neurologica ancora oggi priva di un test diagnostico definitivo.

 

bumper, uno dei cani addestrati a diagnosticare il parkinson

Oggi la diagnosi arriva solo dopo l’insorgenza di sintomi evidenti, come tremori e rigidità muscolare – quando il danno cerebrale è già in atto da anni. Le tecniche attuali sono invasive, costose o poco affidabili. Ma il fiuto dei cani, 10.000 volte più sensibile di quello umano, apre nuove prospettive.

 

[…] I ricercatori delle Università di Bristol e Manchester, insieme alla ONG Medical Detection Dogs, hanno scoperto che i pazienti affetti da Parkinson emettono un sebo con una composizione chimica diversa, riconoscibile dai cani attraverso semplici tamponi di cotone strofinati sulla schiena.

 

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Su dieci cani inizialmente selezionati, solo due hanno completato il lungo addestramento durato quasi un anno: un Golden Retriever di due anni e un incrocio Labrador-Golden Retriever di tre. Durante 38-53 settimane, hanno imparato a distinguere 205 campioni cutanei di pazienti malati e sani, ricevendo un premio per ogni identificazione corretta.

 

[…]  Nel test finale, ai cani sono stati presentati 100 nuovi campioni in una prova “in doppio cieco”, cioè né addestratori né ricercatori sapevano quali campioni fossero positivi. Il primo cane ha identificato correttamente 28 su 40 pazienti (70%) e ha ignorato 54 su 60 soggetti sani (90%). Il secondo ha fatto ancora meglio: 32 su 40 positivi (80%) e 59 su 60 negativi (98%).

 

peanut , uno dei cani addestrati a diagnosticare il parkinson

Questi risultati superano quelli ottenuti da cani addestrati per rilevare altri tumori, come quello alla vescica (41%) e competono con test clinici e imaging cerebrale usati negli ospedali.

 

I due cani hanno mostrato coerenza nel segnalare i campioni “più facili”, indicando che alcuni pazienti potrebbero emettere segnali odorosi più forti. Tutti i campioni provenivano da pazienti non ancora in cura farmacologica, per isolare il profilo olfattivo “naturale” della malattia.

 

Il Parkinson altera anche la composizione del sebo cutaneo, provocando spesso dermatite seborroica e producendo composti organici volatili, molecole odorose impercettibili all’uomo ma rilevabili dai cani. L’osservazione si basa anche sul caso di Joy Milne, donna scozzese con iperosmia che percepì un cambiamento nell’odore del marito anni prima della diagnosi.

 

Pur non potendo sostituire i neurologi, questi cani potrebbero diventare strumenti di screening utili, specie in aree prive di specialisti. La scoperta potrebbe anche ispirare lo sviluppo di sensori elettronici in grado di imitare il fiuto canino, offrendo diagnosi rapide, economiche e non invasive.

 

peanut , uno dei cani addestrati a diagnosticare il parkinson

Restano però limiti: l’addestramento è lungo e solo pochi cani risultano idonei. Inoltre, non è ancora chiaro quali campioni siano più facilmente identificabili e perché.

 

Nonostante le incognite, la ricerca rappresenta un potenziale salto in avanti nella diagnosi del Parkinson. E forse, ancora una volta, sarà il miglior amico dell’uomo a venire in nostro soccorso.

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