bartoletti gullit maradona

ANVEDI, ECCO MARINO - L’ARRESTO, LE SIGLE DI CRISTINA D’AVENA REGALATE A MARADONA E LE LITIGATE CON GALEAZZI: MARINO BARTOLETTI A TUTTO CAMPO - L’ARRESTO, PER ERRORE, FU A MONTEVIDEO AL "MUNDIALITO" DI FINE 1980: "CAPITAI IN MEZZO A UNA RISSA E UN UFFICIALE PENSÒ DI AVER PRESO UN CALCIO DA ME. DOVETTE INTERVENIRE L’AMBASCIATORE. QUANDO DIRIGEVO RAI SPORT, GALEAZZI ANDÒ A 'DOMENICA IN', MANTENENDO LA CONDUZIONE DI 90° MINUTO: GLI CHIESI DI NON VESTIRSI DA ZORRO O TOPOLINO FINO A POCHI MINUTI PRIMA. LUI LA PRESE MALE" - "QUELLI CHE IL CALCIO? FO DISSE NO, ARRIVÒ FAZIO”

Paolo Tomaselli per il “Corriere della Sera” - Estratti

gullit bartoletti maradona

 

Marino Bartoletti, il suo ultimo libro «La Partita degli dei» è dedicato a Gianluca Vialli «che ci ha insegnato la gentilezza persino nell’addio». Trova che sia una qualità sottovalutata?

«È rara. E per questo siamo costretti a prenderne atto quasi con stupore. Nel caso di Gianluca, si sentiva tutto l’influsso educativo della sua famiglia nella gentilezza, l’educazione, la simpatia. Lui ci aveva aggiunto la cazzaggine : era un ragazzo meraviglioso».

 

(...)

Nel ’68 inizia a lavorare: cosa sognava?

BARTOLETTI VIALLI

«Sognavo il Guerin Sportivo, avevo già il prurito alle mani e la Lettera 32: se penso a quanti posti nel mondo ha visto quella macchina per scrivere, penso di aver realizzato quel sogno. Sentire quel ticchettio mi dà ancora un colpo al cuore quando mia nipote mi chiede di giocare con le vecchie “tastiere”».

 

Ha avuto un mentore?

«Aldo Giordani mi notò per la rivista Pressing che facevo da solo a Forlì e mi disse di andare a Milano a parlare con Gianni Brera, direttore del Guerino. Andai in stazione, inseguito da mia madre che mi chiedeva cosa ci fosse a Milano che non c’era a Forlì. Risposi che “c’era la Madonnina, mi assisterà lei”. Si tranquillizzò».

marino bartoletti idris fabio fazio

 

Come inviato dell’Occhio di Maurizio Costanzo fu anche arrestato.

«Dopo gli anni da inviato al Giorno, subii il fascino di via Solferino, ma Costanzo se ne andò dopo poco e rimasi disoccupato. L’arresto, per errore, fu a Montevideo al Mundialito di fine 1980: capitai in mezzo a una rissa nel tunnel degli spogliatoi e un ufficiale pensò di aver preso un calcio da me. Mi portarono in una specie di prigione: dovette intervenire l’ambasciatore».

 

La disoccupazione come finì?

marino bartoletti con idris

«Palumbo mi chiamò in Gazzetta, ma rifiutai per fare sei mesi alla Rai di Milano, dove nessuno voleva curare i collegamenti con il Processo del lunedì: seguii i Mondiali del 1982 da freelance, ma subito dopo tornai al Guerino come inviato e mi fu proposta la conduzione del Processo».

 

Fu la svolta?

«Sì, perché capii di poter stare in tv con serietà, competenza e un pizzico di ironia. Da lì andai alla Domenica sportiva».

Maradona, Platini, Zoff, Scirea, Paolo Rossi. A chi è più legato?

«Forse quello che ho amato di più per la sua fragilità è Maradona: lo conobbi durante i Mondiali del 1978 in Argentina, a cui lui non partecipò; lo ritrovai nel 1984 in una tournée della Nazionale di Bearzot a New York e gli portai la maglia del Napoli per fare lo scoop, dato che era in procinto di lasciare Barcellona. Nacque un’amicizia molto importante».

 

maradona bartoletti

L’accesso ai campioni era molto diretto?

«Chiamavo Diego a casa e se non rispondeva chiamavo Bruscolotti, perché lo avvertisse.

Quando ero a Mediaset accettò un’intervista per Pressing “solo per amicizia”. Ma c’era un prezzo da pagare: una audiocassetta in anteprima con le sigle dei cartoni cantate da Cristina D’Avena, dai Puffi a Kiss me Licia».

 

Momenti negativi ci sono stati?

«Ricordo quasi con dolore la mia direzione a RaiSport. Avevo già ideato “Quelli che il calcio” quando ricevetti la chiamata di Letizia Moratti. Cominciai con tanto entusiasmo, però dopo due anni e mezzo la cosa finì e capii che era meglio non fare domande: semplicemente il vento era cambiato».

 

«Quelli che» cosa rappresentò?

«Forse la cosa professionalmente più bella che ho mai fatto, almeno in tv. Una creatura che ho difeso in culla, quando nessuno la voleva condurre: chiedemmo anche a Dario Fo, ma Franca Rame ci rispose indignata. Si arrivò a Fabio Fazio per eliminazione: lui fece la fortuna della trasmissione e viceversa».

 

Il grande romanzo italiano è la Nazionale di calcio o il Festival di Sanremo?

beppe viola marino bartoletti

«Per me è come scegliere tra papà e mamma, ma dico il Festival, perché quando vado a Sanremo vado a Disneyland. Diffido di chi diffida di Sanremo, perché vuol dire non riconoscersi nello specchio della nostra società».

 

Lucio Dalla la chiamava Bartolino?

«Usava un soprannome per tutti e quando voleva fare l’asino mi faceva gli agguati dietro le colonne di piazza Santo Stefano a Bologna: Lucio mi manca tanto. Mi fa molto sorridere vederlo sepolto accanto a Giosuè Carducci. Ne sarebbe molto fiero».

 

Da amante della musica, l’amicizia con Pavarotti come la viveva?

MARINO BARTOLETTI

«Pendevo dalle sue labbra, volevo sapere del suo debutto alla Scala con Von Karajan o del triplo do di petto nella “Pira” del Trovatore. E lui invece mi chiedeva di Platini e della sua Juve. Poi un giorno del 1990 lo portai a Cesena per un’amichevole della Nazionale: si mise a tavola fra Vialli e Mancini e mentre loro mangiavano bresaola e insalata, lui continuava a divorare i cappelletti».

 

Enzo Ferrari, gran protagonista della sua tetralogia, cosa le ha lasciato?

«Una percezione di lui ben diversa da quelli che tutti avevano: un uomo certamente solo, duro, chiuso, che si difendeva dalle crudeltà della vita e invece dentro di sé aveva un tratto di grande umanità. Dietro a quella scorza c’erano grandissimi contenuti».

 

(...)

 

Con Gian Piero Galeazzi vi siete scontrati?

«Quando dirigevo Rai Sport, lui andò a Domenica In, mantenendo la conduzione di 90° minuto: gli chiesi di arrivare preparato e di non vestirsi da Zorro o Topolino fino a pochi minuti prima. Lo dicevo per il suo bene perché era un patrimonio della nostra testata, ma lui la prese male, anche se negli anni la cosa si è molto stemperata. Come sarebbe stato bello vederlo commentare la vittoria in Coppa Davis».

 

La politica che parentesi è stata?

marino bartoletti

«Non è stata politica, nel senso che il mio amore disarmato per Forlì mi ha portato a fondare una lista civica: ho preso il mio 36% e sono stato per quattro anni il consigliere comunale più presente. Portai un linguaggio nuovo. Alla fine mi concessero l’onore delle armi».

 

La malattia cosa le ha lasciato?

«La convinzione che dovremo volerci più bene, cercando di fare più prevenzione. Sono stato molto fortunato, perché tutto è stato preso in tempo, ma devo la mia vita a persone che sapevano terribilmente il fatto loro».

 

(...)

Ma lei da grande cosa vuole fare?

guccini bartoletti sarri

«Scrivo tanto del paradiso che comincio a pensarci seriamente. Mi piace immaginare che ci sia un aldilà in cui si può star bene e trovare le persone che abbiamo amato. Le statistiche Istat mi concedono ancora 8 anni e mezzo di vita e spero che siano anni sereni e fertili come adesso: dopo la Partita degli dei devo cominciare a pensare al Festival degli dei».

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