IERI, MOGGI, DOMANI - BIG LUCIANO RICORRE A STRASBURGO: “FATTO FUORI PER FAVORIRE L’INTER” - NEL MIRINO IL POTENTISSIMO GUIDO ROSSI

Domenico Lusi per espresso.repubblica.it


La radiazione di Luciano Moggi, decisa dalla Figc in seguito allo scandalo di "Calciopoli", non aveva come solo obiettivo «quello previsto nei regolamenti sportivi, ma piuttosto quello di penalizzarlo allo scopo occulto di favorire altre concorrenti società sportive, prima fra tutte l'Inter, che è risultata la vera beneficiaria di tutta la vicenda, ottenendo a tavolino ciò che non aveva ottenuto sul campo: il titolo di campione d'Italia». A mettere nero su bianco la pesante accusa è lo stesso ex direttore generale della Juventus, nel ricorso alla Corte europea per i diritti dell'uomo che L'Espresso ha potuto visionare.

Moggi lamenta numerose violazioni dei suoi diritti e interessi, tra cui quello «di frequentare l'ambiente nel quale ha svolto per decenni l'attività professionale», e chiede ai giudici di Strasburgo di condannare l'Italia a risarcirgli i danni e ad adottare tutte le iniziative necessarie a rimuovere gli effetti delle condanne sportive e delle pronunce sfavorevoli arrivate sia in sede amministrativa che davanti alla Cassazione.

«Questa è una vera e propria sentenza politica, andrò alla Corte per i diritti dell'uomo e vediamo cosa succede», aveva promesso Moggi lo scorso agosto, dopo che anche la Cassazione gli aveva dato torto, dichiarando inammissibile il ricorso con cui chiedeva di sapere quale fosse il giudice competente a decidere sulla legittimità delle sanzioni irrogate dalla Figc dopo che il Consiglio di Stato si era dichiarato non competente. Detto, fatto.

Da ieri la nuova impugnazione è sul tavolo dei giudici di Strasburgo. Il pool di avvocati che assiste l'ex dg bianconero, coordinato dal professor Federico Tedeschini, ha incentrato la causa contro l'Italia su due tipi di argomentazioni. Una, di tipo sostanziale, in base alla quale Moggi sarebbe vittima di una sorta di complotto finalizzato ad avvantaggiare l'Inter ai danni della Juventus.

Nel 2006, scrivono i legali, quando venne nominato commissario straordinario della Figc, Guido Rossi assunse un «atteggiamento che apparì subito come un avallo alla fantasiosa "ipotesi di lavoro", fondata essenzialmente su "brogliacci" di intercettazioni telefoniche trasmesse alla Figc da alcune procure penali (in particolare Torino e Napoli) e illecitamente utilizzate dalla stessa Federazione per colpire» Moggi, secondo la quale l'ex dg della Juve «sarebbe stato uno dei fautori e "gestori" della "cupola", unitamente ad arbitri, dirigenti federali (compreso il presidente della Figc), altri dirigenti di società».

I difensori di Moggi ricordano che fu proprio Rossi a nominare i nuovi membri della Commissione d'appello federale (Caf) che il 14 luglio 2006 condannarono l'ex dirigente bianconero all'inibizione per cinque anni con proposta di radiazione, accolta definitivamente nel 2012.

La condanna, si legge nel ricorso, fu confermata dalla Corte federale della Figc il 25 luglio 2006 e il giorno dopo il Consiglio federale assegnò il titolo di campione d'Italia 2005/2006 all'Inter, «società della quale, qualche tempo prima, lo stesso commissario straordinario Rossi era stato consigliere di amministrazione». Secondo i legali di Moggi questo dimostrerebbe «il difetto di terzietà» di Rossi, vale a dire colui che «rinnovò i collegi di giustizia sportiva» che poi condannarono l'ex dg della Juve.

L'altra argomentazione punta sulla violazione del diritto di Moggi a un equo processo. Questo perché «l'ordinamento processuale italiano non prevede alcun effettivo rimedio interno» per il cittadino che intenda impugnare le sanzioni irrogate dalla Figc e dal Coni ai tesserati.

«Il Calvario di Moggi», si legge nel ricorso, «è iniziato a metà del 2006 e non si è ancora concluso perché dapprima i giudici sportivi hanno respinto le impugnazioni attivate secondo le regole di giustizia domestica dettate dalla Figc e dal Coni, e poi il giudice amministrativo competente ha respinto (in primo grado) il ricorso contro le decisioni sportive e ha declinato (in secondo grado) la propria giurisdizione, senza che il giudice competente (la Cassazione) ritenesse di dover indicare quale magistratura avrebbe dovuto controllare l'operato degli organi sportivi».

La Cassazione dichiarò inammissibile il ricorso di Moggi perché mancava «una esposizione sommaria dei fatti». Una vera e propria «beffa», secondo i legali dell'ex dirigente juventino: per loro «al ricorso era allegata documentazione più che sufficiente» e quella della Suprema Corte fu una «decisione pilatesca».

La palla passa adesso ai giudici di Strasburgo. Spetterà a loro sancire il definitivo addio di Moggi al mondo del calcio oppure aprire la strada al suo clamoroso ritorno. Per "Calciopoli" l'ex dirigente della Juve è stato condannato in primo grado a Napoli a cinque anni e quattro mesi di reclusione. Il processo d'appello è ancora in corso.

 

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