LA MANO DI GARCIA È DAPPERTUTTO. SUL CAMPO E FUORI: DOPO LA VITTORIA SUL CHIEVO, PER EVITARE BISBOCCE DI HALLOWEEN, CENA DENTRO LO STADIO!

Enrico Sisti per La Repubblica

La mano di Garcia è dappertutto. È una mano geniale, severa, amica. Sa stringere quella di Pallotta, sa confortare i suoi giocatori, o correggerli. Sa insegnare un calcio flessibile, non è schiavo dei moduli. Partendo dalla difesa ha allestito un centrocampo formidabile. Sa cambiare le partite in corsa e sa come riverniciare un reparto (o un reperto: fino a sei mesi fa alcuni giocatori di questa Roma erano dei ruderi).

Ad agosto la mano di Garcia salutò Osvaldo, Lamela e Marquinhos. Non tremò. Ora sta scrivendo il primo capitolo del romanzo di una squadra di cui ormai parlano anche su Marte (ma la Roma è l'esatto contrario di una squadra marziana). È fondata sulla semplicità, sulla voglia («ho giocatori che danno sempre il 100%, questa è la vera fortuna »). Amalgama perfetta.

Sono loro i "maghi" della Roma: «Ne abbiamo una rosa intera». Coesione. La storia dei maghi raccontata con toni comicamente preoccupati da Lotito a De Laurentiis è stata ridotta a sketch dal tweet del presidente Pallotta: «Hanno svelato il nostro segreto: abbiamo 5 maghi, 4 stregoni, 3 veggenti, 2 ciarlatani e 1 giullare di corte». Questa Roma "of heart and mind" ha piedi buoni e rispetto dell'altro: «Non siamo superiori alle nostre avversarie. Il Chievo? È stata la partita più dura ».

La Roma è solo un po' più tosta e più umile: «Finora non ho sentito nessuno farneticare di scudetto ». Garcia l'ha plasmata così, incapace di eccessi, a somiglianza del suo carattere di francese austero e dolce. Incarna il senso della misura in una piazza infiammata di felicità: «A Roma c'è la passione del calcio del sud, come a Marsiglia: solo moltiplicata per cinque».

È il primo manager all'inglese del calcio italiano. In Inghilterra gli allenatori li chiamano "manager" perché Ferguson e Wenger lavorano a 360 gradi, sono sui dettagli, scelgono l'alimentazione, lavorano sull'emotività, si infilano gli scarpini ma dietro la scrivania tornano amministrativi, decidono il mercato, fanno da parafulmine.

Si esprimono da filosofi («la natura non ama il vuoto», disse Garcia riprendendo un concetto aristotelico in occasione dell'infortunio di Totti) ma non si negano il piacere di accogliere altre istanze: «Il vuoto è ciò che più ci attrae in campo».

Il Lao-Tsu delle panchine ha già disseminato Trigoria di profumi zen. Lì il cambio più importante: quello mentale. È l'uomo ovunque di questi 30 punti e dell'unico gol finora subito che sta sconvolgendo soprattutto la stampa inglese (le più vicine, dopo 10 giornate di serie A, sono il Torino del ‘76, il Bologna del ‘35 e l'Inter del ‘79, con 3 gol subiti). A Brunico Garcia ha provato le sue idee di calcio.

A inizio campionato aveva già capito che andavano aggiustate: nelle prime 5 partite la Roma era «la squadra dei secondi tempi»: quando scendevano le altre lei saliva. Così ha battuto Livorno, Verona, Parma, Lazio e Sampdoria. Poi è mutata altre tre volte, rimanendo se stessa. La Roma a più facce non rischia mai di perdere la propria identità. E identità è equilibrio. Contro il Chievo ha vinto costruendo una sola palla gol, trasformata dal suo centravanti.

Garcia ha insegnato a sopportare i graffi del destino e i pali degli avversari. La sola volta in cui è andato sotto ha vinto lo stesso. Garcia è duro, decisionista, con Bompard e Fichaux ha cambiato Trigoria, intorno agli allenamenti ha fatto calare la nebbia: «Non ci devono disturbare ». Perché lo spettacolo comincia dove nessuno vede. E l'umore dell'allenamento è quasi più importante del sudore.

Nel frattempo i suoi ragazzi sono tutti ringiovaniti dentro (a partire da De Rossi e Borriello). Roma lo ama senza riserve (lo striscione all'Arco di Costantino). Torniamo a giovedì sera: la Roma ha appena segnato. Balzaretti, che è appena entrato, si sente chiamare: «Federico! Federico!». È il suo mister. Garcia gli mette una mano dietro la nuca, un gesto affettuoso, protettivo, ma anche un invito a farsi ascoltare: «A cinque!». Voleva dire: ora ci mettiamo col 4-5-1. Quella mano, che guadagna un terzo di Mazzarri e dieci volte meno di Mourinho, dice tutto. E può molto.

2. NOTTE ALL'OLIMPICO CON PASTA E POLLO LA SQUADRA APPLAUDE RUDI L'EDUCATORE
Matteo Pinci per La Repubblica

«La cena? Così siamo pronti». È l'una di notte quando Rudi Garcia lascia l'Olimpico, accompagnato dalle figlie, dopo una cena nello stadio imposta ai giocatori al termine della vittoria che vale un record storico. Tavoli tondi, ognuno da cinque-sei persone, tovaglie bianche e sedie di plexiglass a riempire la Sala 1927 all'interno dell'area ospitalità "premium" dell'impianto.

A tavola menù semplicissimo, quello dei pranzi a Trigoria prima delle gare, con pasta al pomodoro, petto di pollo grigliato, verdure. Perché per continuare a «essere pronti», serve curare ogni dettaglio, evitare che il ciclo di successi senza sosta produca la convinzione che, per una sera, ci si può rilassare, a livello alimentare o facendo le ore piccole.

In settimana Garcia aveva dovuto riprendere un giovanissimo e un paio di nuovi leader per aver fatto nottata al Gilda dopo la vittoria di Udine. Per evitare bis, e chiacchiericci cittadini, tutti a cena insieme dopo la patita. Anche con familiari e amici, che però durante la cena sono rimasti nell'area bistrot della tribuna vip: oltre alla famiglia del tecnico, i genitori di Dodò, la mamma di Strootman, qualche amico di Bradley. Arrivo alla spicciolata, dopo doccia e interviste in zona mista: ovazione, da parte della squadra, quando a tavola si è seduto anche Garcia.

Pasto veloce, poi tutti via, a turno, direzione casa come da prescrizioni dell'allenatore in vista della partita con il Torino di domani. Ultimo a lasciare l'Olimpico Borriello, quasi volesse continuare a godersi il ritorno al gol.

Unici a disertare l'appuntamento, i dirigenti. Che nonostante la partita, non erano dell'umore giusto per "festeggiare". A far infuriare il ds Sabatini, alcuni commenti ascoltati su Sky nel dopo partita. Soprattutto critiche rivolte a Marquinho e Dodò: «Così fanno il funerale alla Roma», urlava lasciando l'Olimpico.

Non un caso se nessun giocatore ha parlato dopo il match ai microfoni della tv satellitare. Una presa di posizione forte da parte del club, senza dubbio il segnale chiaro che la febbre, incrementata dall'euforia da vittoria, è alta. Così, anche passi amici (dalle tv la Roma incassa 65 milioni all'anno) possono somigliare al rumore dei nemici.

 

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